Un uomo di 67 anni, in pensione a Taiwan, apre YouTube e trova una cantante bionda che si chiama Rose Bennett, prodotto tipico di questa nuovi contenuti AI per anziani che stanno spopolando in Cina. L’artista simulata canta di un padre alcolizzato e di una madre morta troppo presto. In un altro video canta insieme al fratello, mentre un pubblico commosso applaude in lacrime.
Rose non esiste, se qualcuno non lo avesse ancora capito. Suo fratello nemmeno, il pubblico che piange, nessuno di loro esiste. Sono tutti generati da un’intelligenza artificiale, e lui lo sa: ciò nonostante, continua a guardarli lo stesso. Gli ricordano l’infanzia, la madre che se n’era andata dopo le botte del padre, le sorelle maggiori che lo avevano cresciuto al posto suo.
Questa storia, raccolta dalla giornalista Viola Zhou, apre su un fenomeno più largo che su Douyin e Kuaishou, gli equivalenti cinesi di TikTok, ha già una forma riconoscibile. Quella, ad esempio, di bambini paffuti (sempre generati dall’AI) che mandano il buongiorno ogni mattina. O figli adulti dal sorriso perfetto che dicono “mi manchi” e portano rose virtuali. In certi casi compaiono veri e propri fidanzati sintetici, pensati per un pubblico specifico: anziani cinesi, quasi sempre soli, non troppo diversi da chi in Occidente affitta compagnia a pagamento pur di non restare solo.
Una ricercatrice della National University of Singapore, Tianqi Song, ha passato in rassegna oltre 200 di questi video e intervistato 16 persone che li guardano abitualmente, con un’età compresa tra i 50 e i 75 anni. Cresciuti in famiglie numerose, oggi si ritrovano con nuclei familiari molto più piccoli. La politica del figlio unico, abolita solo di recente, ha lasciato un vuoto demografico: e i social lo stanno riempendo a modo loro.
Cosa dà l’AI che i parenti veri non danno
Il dato che emerge dallo studio non riguarda la qualità della grafica o la bravura del modello linguistico. Riguarda quello che gli utenti dicono di ricevere, e che nella vita reale sembra mancare: espressioni dirette d’affetto, rare nelle famiglie cinesi tradizionali, un livello di devozione filiale più alto di quello praticato dai figli in carne e ossa, e conversazioni su salute e ricordi storici che i figli veri, spesso troppo giovani per averli vissuti, non sanno affrontare.
Una delle persone intervistate ha raccontato ai ricercatori che i contenuti generati da questa AI per anziani toccavano episodi della sua gioventù che i suoi figli reali non potevano proprio capire. Non c’erano, semplicemente.
Gli anziani intervistati, ve l’ho detto, sanno perfettamente di guardare contenuti artificiali. Alcuni ne vanno pure fieri, come se abbracciare la tecnologia più recente fosse una piccola rivincita generazionale. Sanno anche che dietro molti di questi profili ci sono operatori che vendono prodotti, e in più di un caso hanno comprato lo stesso quello che veniva proposto. Per loro, in ogni caso, il conforto e la compagnia restano reali quanto quelli di qualunque altro legame.
Lo studio di Song in due numeri
Pubblicazione: Tianqi Song et al., ricerca sui contenuti “AI family” rivolti agli anziani cinesi, National University of Singapore (2026), presentata tramite Rest of World.
Dati chiave: oltre 200 video analizzati, 16 interviste dirette, campione tra 50 e 75 anni, cresciuto in famiglie numerose e oggi ridotto dalla fine della politica del figlio unico.
Un vuoto che la demografia ha scavato per primo
Il fenomeno va letto dentro una cornice più larga. Molte economie stanno invecchiando più in fretta di quanto riescano a formare personale di cura, e agli anziani non bastano il cibo o l’assistenza sanitaria: servono anche intrattenimento, compagnia, conforto, qualcosa che riempia le ore vuote. In Corea del Sud e negli Stati Uniti circolano già bambole robotiche e speaker intelligenti pensati apposta per la terza età: la logica è la stessa.
Gli anziani che guardano questi contenuti non sono più creduloni dei più giovani. Trovano questi contenuti AI semplicemente qualcosa di utile e divertente: un po’ come i più giovani trovano ispirazione nelle pop star o cercano relazioni virtuali nei giochi di simulazione romantica.
Mano a mano che l’intelligenza artificiale entra nella vita di chi invecchia, restano da presidiare rischi concreti: privacy, dipendenza, il modo in cui chi produce questi contenuti finisce per monetizzare un bisogno emotivo reale, la stessa dinamica che abbiamo raccontato a gennaio parlando di un’altra app pensata per chi in Cina vive solo.
L’uomo di Taiwan, dopo qualche visione, ha iniziato a sospettare che le sue cantanti preferite fossero troppo perfette per essere vere. Ha chiesto conferma a Gemini, l’assistente digitale che ormai usa per tutto, dalla navigazione satellitare alla gestione delle sue arnie. La risposta è arrivata come previsto. Continua a guardare quei video, un altro prodotto dell’AI per anziani che ha smesso di ingannarlo.
E forse, ma questo lo ipotizzo io, piange un po’ di meno.