C’è un sarcofago di cemento sotto il Bosco delle Querce, a Seveso: un paese di ventimila abitanti in Brianza, una manciata di chilometri a nord di Milano. Un paese oggi noto più che altro per essere diventato, suo malgrado, un sinonimo.
Dentro quel blocco di calcestruzzo, sigillato dal 1985, riposa il reattore che il 10 luglio del 1976 perse il controllo della temperatura e liberò nell’aria una enorme nube di diossina. Non c’è una lapide, nessuno la leggerebbe. C’è un contenitore sotto un parco di 43 ettari, nato apposta per seppellire quella storia.
Come iniziò il disastro di Seveso
Partiamo dall’inizio, perché vale la pena raccontarlo per fasi. Nello stabilimento Icmesa, alle porte di Seveso, si produceva un erbicida partendo da una sostanza chiamata triclorofenolo. Era un procedimento chimico comune, all’epoca, in tutta Europa.
Se quella reazione va storta, già sopra i 156 gradi, il triclorofenolo può trasformarsi in TCDD, la variante di diossina più tossica che si conosca. Quel sabato, il reattore si fermò per il weekend senza che partisse il raffreddamento previsto. La temperatura salì fino a superare i 500 gradi, la reazione chimica cambiò natura, e in pochi minuti si formò una quantità enorme di TCDD.
Le stime sull’esatta quantità liberata oscillano ancora oggi tra pochi etti e trenta chili: gli esperti convergono in media su una decina di chili. Il vento fece il resto, portando la nube letale sui paesi di Seveso, Meda, Desio e Cesano Maderno.
I giorni dopo la nube
Qui arriva la parte che a chi non l’ha vissuta (me compreso, avevo appena un anno) fa più impressione: per giorni, quasi nessuno seppe cosa fosse successo davvero. Non esisteva un allarme e non ci fu un’evacuazione immediata. La popolazione capì la gravità della situazione solo una settimana dopo, quando arrivò l’ordine di non toccare più frutta e verdura della zona.
Nelle settimane successive: centinaia di bambini svilupparono cloracne, una malattia della pelle che lascia cicatrici visibili per anni; migliaia di animali morirono o furono abbattuti per impedire che la diossina entrasse nella catena alimentare; alcuni quartieri furono evacuati e le case, troppo contaminate, demolite. Lo Stato italiano arrivò persino a concedere alle donne dell’area una deroga eccezionale per l’aborto terapeutico, in un paese dove (vi ricordo) interrompere una gravidanza era ancora reato.
Il disastro di Seveso resta oggi il caso da manuale con cui si insegna, in tutta Europa, cosa significa gestione del rischio industriale.
Perché ora sarebbe diverso
Il quadro oggi è cambiato, e non solo per sensori più moderni. Cambia la cornice intera. Nel 1982, sull’onda di quello che era successo, l’Unione Europea varò la prima direttiva sul rischio industriale: la chiamarono, non a caso, “direttiva Seveso”. È stata aggiornata più volte fino all’attuale Seveso III, recepita in Italia con il D.Lgs. 105/2015.
In pratica, oggi ogni stabilimento che maneggia sostanze pericolose sopra certe soglie deve notificare alle autorità cosa produce e in che quantità, tenere un rapporto di sicurezza pubblico e consultabile, e concordare con la Prefettura un piano di emergenza esterno che i Comuni conoscono in anticipo, non scoprono in corsa.
A Seveso, nel 1976, nessuno fuori dall’Icmesa sapeva nemmeno che lì dentro si producesse triclorofenolo.
Non può esserci un’altra Seveso
Sul piano tecnico, la differenza è ancora più netta: qui cambiano gli strumenti stessi con cui si tiene sotto controllo un reattore chimico. Oggi i reattori per reazioni esotermiche come quella dell’Icmesa sono presidiati da Safety Instrumented System (SIS): catene di sensori ridondanti su temperatura e pressione, indipendenti dal sistema di controllo ordinario, progettate secondo standard internazionali (IEC 61508 e 61511) che impongono di calcolare in anticipo quante volte un sistema può fallire prima di dover intervenire per forza.
Se la temperatura sfora una soglia, non serve più che un operatore se ne accorga in tempo: il sistema inietta da solo agenti di raffreddamento, o blocca la reazione in pochi secondi, molto prima che si inneschi quella fuga termica che a Seveso durò abbastanza da liberare la nube.
Prima e dopo: norme e strumenti a confronto
Normativa: dalla direttiva 82/501/CEE (“Seveso I”) alla Seveso III (direttiva 2012/18/UE, recepita con D.Lgs. 105/2015): notifica obbligatoria, rapporto di sicurezza, piano di emergenza esterno concordato con la Prefettura.
Tecnologia: Safety Instrumented System indipendenti dal controllo di processo ordinario, standard IEC 61508/61511, sensori ridondanti su temperatura e pressione, sistemi di raffreddamento o blocco automatico della reazione in pochi secondi.
C’è un limite, però, che nessuna tecnologia risolve da sola
Mi riferisco all’obbligo di trasparenza: la direttiva Seveso impone che i cittadini vicini a uno stabilimento a rischio sappiano in anticipo cosa fare in caso di incidente, non che lo apprendano da un’ordinanza comunale con giorni di ritardo. È un dettaglio che a Seveso mancò più della chimica: la diossina fu prima taciuta, poi minimizzata, come ha ricordato di recente anche il Presidente della Repubblica durante la cerimonia per l’anniversario.
Per me, poi, c’è ancora un’area grigia, ed è onesto dirlo: la normativa Seveso regola gli stabilimenti fissi, non necessariamente ogni fase di trasporto o stoccaggio temporaneo di sostanze pericolose, dove i controlli restano meno stringenti.
Lo stesso vale, in altre forme, per altre sostanze chimiche persistenti che sfuggono a un singolo perimetro normativo. E nessun sistema, per quanto ridondante, azzera davvero il rischio: lo riduce di ordini di grandezza, non lo elimina.
Chi lavora nella sicurezza di processo lo chiama “rischio residuo”. Un’etichetta tecnica che spiega bene perché i piani di emergenza esterni, quelli che a Seveso non esistevano, restano obbligatori anche oggi.
Il Bosco delle Querce, con il suo sarcofago sotto le radici, è lì a ricordare il prezzo molto caro del disastro di Seveso, pagato per fortuna una volta sola. La sicurezza chimica europea, come tante cose che raccontiamo in questa rubrica, è nata così: da un conto salato, che almeno in questa forma non pagheremo mai più.