Gli svizzeri hanno un bunker a testa. Non è un modo di dire: è la legge. Dal 1963 lo stato garantisce a ogni residente, cittadino o rifugiato, un posto in un rifugio antiatomico vicino casa. Il risultato sono 370.000 bunker per circa 9 milioni di abitanti. Un rapporto di uno a uno che nessun altro paese al mondo può vantare, nemmeno volendo.
Molti di questi rifugi, con gli anni e senza guerre nucleari all’orizzonte, si sono trasformati in qualcos’altro: cantine per il vino, depositi di attrezzi, palestre improvvisate. Il posto più sicuro se scoppia la fine del mondo è diventato un ripostiglio con più bottiglie che maschere antigas.
Una legge che gli svizzeri non hanno mai abrogato
La norma, dicevo, risale al 1963, in piena Guerra Fredda, e da allora è rimasta sempre in vigore. Ogni nuovo edificio residenziale deve includere un rifugio proprio, oppure contribuire a uno pubblico vicino: non è un’opzione, è un requisito edilizio, come l’impianto elettrico. Nel 2011 il Parlamento discuteva se smantellare tutto. Poi arrivò Fukushima, e il dibattito si chiuse nella direzione opposta.
Non è il solo paese ad aver costruito rifugi in Guerra Fredda: anche la Norvegia sta riattivando i suoi bunker militari. Ma nessuno lo ha fatto per legge, su scala nazionale. La differenza tra “avere dei bunker” e “garantirne uno a ogni cittadino” sta tutta lì.
220 milioni di franchi per tenerli in forma
Con la guerra in Ucraina e la NATO che chiede ai suoi membri un “wartime mindset”, nel 2024 il governo ha stanziato quasi 220 milioni di franchi (circa 200 milioni di euro) per rimettere a nuovo la rete. Nel canton Vaud, un’ispezione ha trovato una porta che non si chiudeva più, una presa d’aria bloccata da vasi di gerani, un tunnel di fuga pieno di ragnatele: rifugio dichiarato inutilizzabile, e un anno di tempo al proprietario per sistemarlo, pena una multa di circa 900 franchi a posto letto mancante.
Daniel Jordi, vicedirettore dell’ufficio federale per la protezione civile, dice (giustamente) che la durata di permanenza dipende da cosa succede fuori. In un conflitto convenzionale, come oggi in Ucraina o in Israele, ci si rifugia temporaneamente e poi si esce di nuovo. Il bunker regge due settimane, con generatori diesel, cibo e acqua. Basta il tempo di capire come si mette la situazione, non bisogna sopravvivere a un’apocalisse permanente. Forse.
Cosa c’è davvero sotto le città svizzere
Il numero: 370.000 bunker per 9 milioni di residenti, inclusi stranieri e rifugiati regolarmente presenti. Il più grande: il bunker Sonnenberg di Lucerna, scavato nella montagna, pensato per 20.000 persone. Il più grande rifugio antiatomico sotterraneo al mondo.
Non prepariamoci alla guerra, dicono. Intanto…
Louis-Henri Delarage, comandante della protezione civile del canton Vaud, lo ha chiarito tempo fa alla Reuters: non significa prepararsi a un conflitto, ha detto, quello non è l’obiettivo. Suona un po’ come chi giura di non aver comprato l’ombrello perché pensa che pioverà. Nel frattempo, dal 2024 al 2026, l’ufficio del canton Vaud ha ricevuto centinaia di chiamate di residenti che volevano sapere dove fosse il bunker più vicino.
La maggior parte degli svizzeri ha un rifugio privato in casa o in condominio. Chi non ce l’ha si appoggia a quelli pubblici, gli stessi ora sotto controllo struttura per struttura: un po’ come tenere l’estintore in cucina, sapendo che statisticamente non prenderà mai fuoco niente.
Quanto durerà ancora questa rete
Non c’è scadenza. L’ammodernamento durerà anni, ma la legge del 1963 non ha una data di fine prevista. Certo, ci sono ostacoli concreti: molte strutture private sono in condizioni scadenti dopo decenni di disuso, e non tutti i proprietari hanno i fondi per sistemarle entro il tempo concesso. E comunque un bunker perfetto serve a poco se, come denunciano alcuni residenti, nessuno sa più dove si trovi quello del proprio isolato.
Nel resto d’Europa il tema torna centrale in forme diverse: c’è chi punta su startup e investimenti nella difesa continentale, chi ripensa il sottosuolo per usi più pacifici, come la rete di trasporto merci autonoma che la stessa Svizzera sta costruendo sottoterra. Il paese ha una relazione di lunga data con quello che sta sotto i piedi della gente.
Se un giorno la civiltà dovesse davvero collassare, gli svizzeri sarebbero l’unico popolo con un piano B già arredato. Con tanto di copertine patriottiche!