«Ma insomma, quando me lo mettono davvero un occhio bionico?». Me lo ha chiesto un lettore la settimana scorsa, uno di quelli che seguono queste storie da anni e hanno smesso di contare gli annunci. Risposta onesta: non presto. Però da Melbourne è arrivata una cosa che vale la pena guardare da vicino, perché cambia il punto di attacco del problema.
Un gruppo della RMIT University ha presentato un prototipo funzionante che fa tre cose nello stesso pezzo di materiale: rileva la luce, conserva traccia di quello che ha visto ed elabora l’informazione sul posto. Si, esatto, non c’è nessun sensore che spedisce dati a un processore altrove. Si svolge tutto lì dentro.
Cosa fa davvero questo occhio bionico da laboratorio
Il dispositivo si basa su pellicole ultrasottili che reagiscono alla luce cambiando stato, e che quel cambiamento poi “lo tengono a mente”. In pratica ricordano l’illuminazione precedente, quindi possono accorgersi di un movimento senza confrontare fotogrammi in memoria esterna, che è poi il grosso del consumo energetico nelle telecamere digitali di oggi.
È l’approccio neuromorfico applicato alla vista, lo stesso filone che avevamo raccontato quando arrivò l’occhio elettronico che vede come noi. La differenza qui sta nell’integrazione: sensore e memoria non sono due componenti accoppiati, sono lo stesso strato di materia.
Lo strato attivo di pellicola è spesso pochi nanometri: per intenderci, la retina umana che vorrebbe affiancare ne misura circa 200.000, di nanometri, e ci stipa dentro 120 milioni di fotorecettori distribuiti su 24 millimetri di diametro. Il prototipo australiano, per ora, lavora su una manciata di elementi sensibili in una matrice da laboratorio grande quanto un’unghia. Sette ordini di grandezza di distanza.
Il prototipo RMIT in tre numeri
Sede: RMIT University, Melbourne. Architettura: sensing, memoria ed elaborazione integrati nello stesso dispositivo a film sottile, con consumi dichiarati molto inferiori ai sistemi di visione convenzionali. Annuncio e dettagli tecnici su Tech Xplore.
Stadio: prototipo da banco, nessuna sperimentazione clinica ancora avviata.
Il calendario, che è la parte meno allegra
Nel 2020 raccontammo EC-Eye, l’occhio artificiale sferico dato per pronto in cinque anni. Quei cinque anni sono scaduti l’anno scorso. Nello stesso periodo abbiamo visto impianti che bypassano l’occhio e parlano direttamente alla corteccia visiva, e almeno un produttore commerciale di retine artificiali fallire lasciando i pazienti con hardware impiantato e nessuna assistenza.
La lezione, se ne esiste una, è che il collo di bottiglia non è mai stato il sensore. È l’interfaccia con il tessuto nervoso, sono i test clinici, è la biocompatibilità di un oggetto che deve stare in un liquido salino caldo per vent’anni senza degradarsi. Un chip che consuma poco aiuta parecchio, perché toglie di mezzo il problema della batteria e del calore: ma non toglie di mezzo gli altri problemi.
Nel frattempo la stessa tecnologia ha applicazioni molto più vicine: robot che navigano al buio, droni, sistemi di sorveglianza che non devono streammare video tutto il giorno. Ne parlavamo nel punto sui sensi artificiali di aprile. È lì che questa roba arriverà per prima, e nessuno scriverà titoli commossi.
L’occhio bionico che RMIT immagina dovrà reggere il confronto con 120 milioni di fotorecettori. Il prototipo del 2026 ne ha una manciata. C’è da aspettare, amico lettore.