L’inquinamento in Pianura Padana nel 2025 ha toccato i valori migliori da vent’anni. Poi, con la Legge di bilancio 2026, qualcuno ha tagliato del 75% il fondo nazionale dedicato proprio a quella qualità dell’aria che stava finalmente migliorando. Sembra un controsenso, ma è solo la fotografia più onesta di dove sta andando la politica italiana sul tema. E arriva mentre la scienza avverte che nemmeno l’88% delle stazioni di monitoraggio rispetterà i nuovi limiti europei del 2030.
Scusate la premessa, da qui parte questo dossier.
Nel 2024 avevamo già provato a spiegare perché l’aria della Pianura Padana fosse così difficile da pulire. Due anni dopo i dati sono cambiati, quasi sempre in meglio: la diagnosi di fondo no. Le nuove cifre, uscite tra la fine del 2025 e la metà del 2026, permettono finalmente di mettere in fila cause, numeri, sentenze e scenari con un dettaglio che prima non c’era.
Perché la Pianura Padana è un caso a parte in Europa
Cominciamo da un numero che sembra insignificante: 0,5-1 metro al secondo. È il vento medio registrato a Torino. Da 3 a 5 volte più debole di quello che soffia su Essen o Katowice, due tra i bacini industriali più critici della Germania e della Polonia. Il dato arriva da una memoria congiunta delle quattro ARPA regionali (Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto) presentata al Senato, e serve a spiegare un paradosso che altrimenti non tornerebbe. La Polonia, nel bacino di Slesia e Piccola Polonia, emette 4 volte più PM10 e 10 volte più anidride solforosa del Piemonte. Eppure le sue concentrazioni di PM10 superano quelle piemontesi solo del 45%. La differenza non sta in quanto si inquina. Sta in quanto l’aria, una volta inquinata, riesce ad andarsene. E nel caso dell’inquinamento in Pianura Padana, come ben sapete, l’aria non se ne va.
La Pianura Padana è chiusa su tre lati da catene montuose. Le Alpi, con altezza media di 3.000 metri, e gli Appennini, che si fermano a circa 1.000. L’unica finestra di ricambio dell’aria è il mare Adriatico, secondo la definizione tecnica di Arpae. Dentro questo recinto naturale, lungo circa 400 chilometri e largo 200 nel punto massimo, vivono 20 milioni di persone, con una densità media di 450 abitanti per chilometro quadrato (dati dello studio EMeRGe, pubblicato su EGUsphere nel 2026). L’Agenzia europea dell’ambiente la descrive come un’area “densamente popolata e industrializzata”. Con “condizioni meteorologiche e geografiche specifiche” che favoriscono l’accumulo degli inquinanti.
Una definizione asciutta per un problema che, tradotto in fisica dell’atmosfera, diventa ancora più netto.
In inverno lo strato limite atmosferico, cioè lo spazio in cui l’aria si mescola verticalmente, scende sotto i 200 metri nei giorni con PM10 sopra i 50 microgrammi per metro cubo. Nei voli scientifici del progetto EMeRGe è stato misurato tra 1.450 e 1.600 metri. Il tempo di mescolamento è di sole 4-6 ore, e il ricambio completo della circolazione avviene ogni 2-3 giorni soltanto. Quando arriva l’alta pressione invernale, poi, il suolo si raffredda di notte più in fretta dell’aria sopra di esso. Nasce così un’inversione termica che agisce, per usare le parole di Arpae, “come un coperchio”. Sotto quel coperchio restano intrappolati sia l’aria fredda sia tutto quello che c’è dentro.
Chi emette cosa: il particolato che non arriva da un tubo di scarico
C’è un’idea diffusa secondo cui l’inquinamento padano sia soprattutto traffico. I dati la ridimensionano parecchio. Il Layman’s Report del progetto europeo LIFE PrepAir si basa su misure raccolte tra il 2018 e il 2024 a Milano, Bologna, Torino, Vicenza e nel sito rurale di Schivenoglia, in provincia di Mantova. Ed ecco come scompone il PM10 medio del bacino:
La composizione reale del PM10 nell’inquinamento padano
Fondo secondario (tutto l’anno): 27%. Secondario invernale: 24%. Combustione di biomassa (legna e pellet): 14%. Suolo (erosione, agricoltura, cantieri, strade): 13%. Traffico: 10%. Mix antropogenico: 8%. Sale (marino/antigelo): 4%.
Fonte: LIFE IP PREPAIR, Layman’s Report, ottobre 2025.
Più della metà del PM10, somma di fondo secondario e secondario invernale, è quindi “particolato secondario”. Significa che non esce già formato da un camino o da un tubo di scappamento. Nasce in atmosfera dalla reazione chimica tra gas precursori come ammoniaca, ossidi di azoto, anidride solforosa e composti organici volatili. D’inverno il nitrato d’ammonio, da solo, può arrivare a costituire fino al 60% del PM10 come media giornaliera, secondo una ricerca presentata alla European Aerosol Conference 2025 da ARPA Lombardia. Ed è proprio questo il motivo per cui le sole misure sul traffico, da anni cardine dei piani regionali, funzionano meno di quanto si pensi.
Uno studio internazionale con la partecipazione del CNR ha mostrato che perfino le drastiche limitazioni della mobilità imposte dal lockdown del 2020 hanno avuto “solo un’influenza minore” sui livelli di particolato e sull’inquinamento in Pianura Padana. Eppure quello stesso lockdown ha ridotto gli ossidi di azoto del 58% e il biossido di azoto del 38% (una stima satellitare indipendente parla di un calo del 22% delle emissioni padane di NOx nello stesso periodo). Il traffico conta, insomma. Solo che non conta quanto serve a spiegare da solo il problema.
Il riscaldamento domestico a biomassa, legna e pellet, rappresenta quasi la metà delle emissioni primarie di polveri sottili nel bacino. È la seconda fonte dopo il traffico su strada, e negli scenari 2030 a legislazione corrente resta la principale fonte di PM primario. I trasporti generano il 40% delle emissioni di ossidi di azoto, la combustione domestica (soprattutto a gas naturale) un altro 16%. Ma è sull’ammoniaca che i numeri cambiano davvero registro. Tra il 96% e il 98% delle emissioni di ammoniaca nel Nord Italia proviene da agricoltura e allevamenti. A livello nazionale, nel 2024 l’agricoltura ha emesso 323,5 mila tonnellate di NH₃, il 90,8% del totale italiano. Più della metà solo da ricoveri e stoccaggi degli allevamenti.
La zootecnia padana, il settore meno regolato e con il maggiore potenziale
Nel report “Padania avvelenata” del maggio 2026, Greenpeace stima per il solo comparto zootecnico padano 162.700 tonnellate di ammoniaca l’anno. I bovini sono responsabili del 65% del totale. Brescia, Cremona e Mantova guidano la classifica delle province: Brescia da sola pesa per il 14,9% dell’ammoniaca zootecnica dell’intero bacino. Nelle quattro regioni padane si concentra circa il 60% dei bovini e oltre l’80% dei suini allevati in tutta Italia.
Il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici ha rafforzato questo quadro con due studi pubblicati nel 2024. Il ricercatore Francesco Granella ne ha parlato in questi termini:
“dal punto di vista scientifico, il contributo dell’agricoltura all’inquinamento atmosferico nella Pianura Padana è chiaro”.
La collega Stefania Renna ha aggiunto che lo spargimento di letame in Lombardia contribuisce direttamente al deterioramento della qualità dell’aria invernale. Greenpeace va oltre e chiede una riconversione del settore. Per bocca della ricercatrice Simona Savini segnala anche una lacuna normativa che ha il sapore del paradosso: gli allevamenti bovini restano esclusi dagli obblighi della Direttiva europea sulle Emissioni Industriali, quella che dovrebbe proprio limitarli.
Qui si apre uno dei nodi più scomodi del dossier. Il settore con il maggiore potenziale di riduzione, quello zootecnico, è anche quello con le emissioni di ammoniaca più stabili dal 2017 al 2023. Ed è quello con la regolazione più debole in assoluto. Non è successo per caso: è successo perché nessuno, finora, ha voluto toccarlo davvero.
I dati 2024-2025: il miglioramento è reale, ma ha dei limiti
Va detto con chiarezza, perché i numeri lo confermano senza sconti: qualcosa sta funzionando. Nel 2024, secondo ISPRA e SNPA, il limite giornaliero di PM10 (50 microgrammi per metro cubo, non più di 35 giorni l’anno) è stato superato nel 17% delle stazioni italiane. La media nazionale è scesa di circa il 20% rispetto al decennio 2014-2023. Per il PM2,5, il 2024 è stato il primo anno dall’inizio dei monitoraggi, nel 2007, in cui il limite di 25 microgrammi è rispettato quasi ovunque.
Nel 2025 il miglioramento si consolida ulteriormente. Il limite annuale di PM10 è rispettato in tutte le stazioni, quello giornaliero nel 92% dei casi. Il PM2,5 scende in media del 14% rispetto alla media 2015-2024, l’NO₂ rispetta il limite annuale nel 99% delle stazioni, con criticità residue solo nell’agglomerato di Milano. L’ozono resta invece il vero tallone d’Achille. Nel 2024 l’obiettivo a lungo termine è stato rispettato solo nel 16% delle stazioni italiane, con superamenti oltre i giorni consentiti nel 43% dei casi.
Guardando alle singole regioni, il Piemonte nel 2025 rispetta il limite giornaliero di PM10 in 29 stazioni su 33, erano 25 su 33 nel 2024. Le criticità residue si concentrano tutte nell’area torinese. L’Emilia-Romagna vede una sola stazione su 43 superare i giorni di sforamento consentiti, e nessuna stazione fuori dai limiti annuali di PM10, PM2,5 o NO₂: solo l’ozono resta critico in 33 stazioni su 34. Il Veneto chiude uno dei suoi migliori anni degli ultimi vent’anni, con il limite giornaliero di PM10 rispettato nell’85% delle stazioni, era il 25% nel 2024. Ma con l’ozono in netto peggioramento: 337 ore totali di superamento della soglia di informazione in 106 episodi diversi.
Il vero problema si chiama 2030
Vi ho detto dei limiti attuali: sono PM10 a 40 microgrammi, PM2,5 a 25, NO₂ a 40, tutti come medie annue. Dal 1° gennaio 2030 li sostituiranno soglie molto più severe, fissate dalla direttiva europea 2024/2881: PM10 a 20 microgrammi, PM2,5 a 10, NO₂ a 20. Le linee guida dell’OMS del 2021, ancora più stringenti, restano un miraggio dichiarato: PM10 a 15, PM2,5 a 5, NO₂ a 10.
Con i nuovi parametri, secondo ARPA Lombardia, l’88% delle stazioni non rispetterebbe la futura media annua di PM10. L’86% non rispetterebbe quella sui giorni di superamento. Solo due stazioni su tutte quelle lombarde, Moggio e Bormio, entrambe montane, rispetterebbero i due criteri sul PM2,5. A livello nazionale, il rapporto Mal’Aria di città 2026 di Legambiente calcola che il 53% delle città italiane analizzate (55 su 103) supererebbe comunque i 20 microgrammi di PM10. Il 73% (68 su 93) supererebbe i 10 di PM2,5. Le riduzioni più severe servirebbero a Monza, con un -60% richiesto sul PM2,5, seguita da Cremona (-55%) e Rovigo (-53%).
Lo studio che chiude ogni margine di ottimismo
Pubblicazione: Zecchi et al., “Air quality projections for 2030 in the Po Valley”, pubblicato su Scientific Reports (2025). Applicato a 29 città padane, il 25% della popolazione dell’area.
Dati chiave: nello scenario di legislazione corrente al 2030, 27 città su 29 resterebbero sopra il limite di 10 microgrammi di PM2,5. Nessuna raggiungerebbe il valore guida OMS di 5. Una memoria cumulativa delle quattro ARPA al Senato arriva alla stessa conclusione con un altro modello: anche riducendo dell’80% tutte le emissioni di PM10, PM2,5, NOx, composti organici volatili, anidride solforosa e ammoniaca rispetto al 2017, solo il 30% delle stazioni padane rispetterebbe comunque il futuro limite di PM2,5.
La stessa memoria ARPA quantifica il potenziale tecnico di riduzione al 2030, con le migliori tecnologie disponibili e rispetto al 2015. Meno 38% per l’ammoniaca, meno 68% per gli ossidi di azoto, meno 68% per il PM2,5. Un divario enorme rispetto all’80% ipotizzato come necessario per rientrare nei limiti, e comunque insufficiente anche a raggiungerlo.
In poche parole: anche facendo tutto il possibile con la tecnologia oggi disponibile, il bacino resterebbe fuori norma. È il vincolo più scomodo dell’intero dossier. Ed è anche il più difficile da comunicare, perché non ha un colpevole a cui attribuirlo: c’è di mezzo la fisica dell’atmosfera, non solo la volontà politica.
Cosa costa in salute: i numeri che l’Europa non riesce a ignorare
L’Agenzia europea dell’ambiente stima che nel 2023, nell’Unione a 27, riportare le concentrazioni ai livelli guida OMS avrebbe evitato 182.000 decessi attribuibili al PM2,5. Ne avrebbe evitati 63.000 attribuibili all’ozono e 34.000 all’NO₂. In questa classifica poco invidiabile, l’Italia è il primo Paese europeo per numero assoluto di decessi attribuibili al PM2,5, e il secondo per NO₂ e ozono. Tradotto in cifre italiane relative al 2023: 43.083 decessi prematuri da PM2,5, 11.230 da ozono, 9.064 da NO₂.
Il tasso italiano di mortalità attribuibile al PM2,5 è di 73 decessi ogni 100.000 abitanti, quasi il doppio della media europea, ferma a 41. Francia, Germania e Spagna fanno tutte molto meglio, rispettivamente 22, 26 e 28. E tra il 2005 e il 2022 i decessi prematuri da PM2,5 sono calati del 32% in Italia, contro il 45% della media UE. Un ritmo che la stessa EEA definisce “molto più graduale e irregolare”.
Guardando alla sola area padana, uno studio pubblicato su Epidemiologia & Prevenzione e indicizzato su PubMed stima che, su una media nazionale di 72.083 decessi l’anno attribuibili a livelli di PM2,5 superiori alla soglia OMS di 5 microgrammi (dati 2016-2019), 39.628 riguardino proprio le regioni della Pianura Padana. Più della metà del totale nazionale, in un’area che ospita meno di un terzo della popolazione italiana. Lo studio “Cambiamo Aria” di ISDE Italia, Kyoto Club e Clean Cities ha analizzato 57 stazioni in 27 città e oltre 8 milioni di residenti over-30. Calcola 6.731 decessi prematuri attribuibili al solo PM2,5, con quote del 14% a Milano, 12% a Torino e 12% a Padova. La Società Italiana di Medicina Ambientale ha separato ulteriormente il conto: 9.000 morti l’anno per infarto, 12.000 per ictus, 7.000 per crisi respiratorie legate all’inquinamento atmosferico in Italia.
C’è un dato che rende tutto molto meno astratto di una tabella. Nel 2025 Milano ha registrato 206 giorni sopra i 25 microgrammi di PM2,5, contro un massimo consentito dal 2030 di 18 giorni l’anno. Altri 206 giorni sopra i 15 microgrammi, contro i 4 giorni concessi dalla raccomandazione OMS. Torino ha collezionato 293 giorni con NO₂ oltre i limiti giornalieri OMS, Milano 290. Vuol dire che per la maggior parte dell’anno, in queste città, si respira sopra la soglia che la scienza medica considera sicura. L’emergenza è un’abitudine.
Il fronte legale dell’inquinamento in Pianura Padana: l’Italia sotto pressione da quattordici anni
L’Italia è stata condannata tre volte dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea per la qualità dell’aria. Nel 2012 sul PM10, di nuovo nel 2020 sempre sul PM10, e nel 2022 sull’NO₂. La sentenza del 2020 ha accertato superamenti “sistematici e continuati” dei limiti di PM10 per otto anni consecutivi, dal 2008 al 2017. Ha criticato esplicitamente piani nazionali che prevedevano tempi di rientro “di diversi anni, se non addirittura di due decenni”.
Nel marzo 2024 la Commissione europea ha fatto un passo ulteriore. Una lettera di costituzione in mora ai sensi dell’articolo 260 del Trattato UE, la fase che apre concretamente la strada a sanzioni pecuniarie per mancata esecuzione di una sentenza già emessa. Ogni procedura d’infrazione, in sede parlamentare, è stata quantificata in una somma forfettaria minima di 10 milioni di euro a carico dello Stato italiano. Alle procedure storiche su PM10, NO₂ e PM2,5 se ne sono aggiunte di nuove. L’11 dicembre 2025 una messa in mora per i superamenti di NO₂ a Napoli e Palermo, e il 30 gennaio 2026 un’ulteriore procedura per il mancato aggiornamento del Programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico. A quella data, le procedure di infrazione totali a carico dell’Italia erano 75, di cui 26 in materia ambientale e 4 nella fase più grave, quella dell’articolo 260.
Nel settembre 2025 si è aperto anche un fronte giudiziario interno. L’associazione Cittadini per l’Aria ha depositato un esposto alla Procura di Milano contro Regione Lombardia, poi integrato il 1° aprile 2026. Ipotizza la rilevanza penale della gestione della qualità dell’aria ai sensi del reato di inquinamento ambientale colposo, introdotto nel 2015. La presidente dell’associazione, Gloria Pellone, l’ha motivato così:
“dopo anni di dati ignorati, misure insufficienti e rinvii sistematici, ci siamo convinti che il problema dell’aria che respiriamo in Lombardia non sia solo ambientale: sia penalmente rilevante”. Sui tempi di rientro previsti dai piani regionali, ha aggiunto: “vent’anni. È un’attesa incompatibile con qualsiasi idea di tutela della salute pubblica”.
I piani e i soldi: cosa si sta facendo, e cosa si sta tagliando
Il decreto-legge 131/2024, il cosiddetto “decreto anti-infrazioni”, è stato adottato in risposta diretta alle procedure UE. Ha istituito una cabina di regia nazionale e stanziato 500 milioni di euro tra il 2024 e il 2029 per la mobilità sostenibile. Il Piano nazionale per la qualità dell’aria, approvato il 20 giugno 2025 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 2 agosto dello stesso anno, ha una dotazione complessiva di 2,4 miliardi di euro. 1,7 miliardi sono a carico del ministero dell’Ambiente, 800 milioni destinati ai Comuni per la mobilità casa-scuola e casa-lavoro. Il ministro Gilberto Pichetto Fratin lo ha presentato come lo strumento per “conciliare salute pubblica, tutela ambientale ed equilibrio economico”. A gennaio 2026 è arrivato un secondo decreto, da 494,45 milioni di euro ripartiti su 49 enti locali, dedicato alla mobilità urbana sostenibile nei territori più esposti.
E qui arriva la parte che stona con tutto il resto. Proprio mentre i limiti europei si irrigidiscono e i primi dati mostrano un miglioramento reale, la Legge di bilancio 2026 ha tagliato del 75% il Fondo nazionale dedicato specificamente alla qualità dell’aria del bacino padano. Del 75%, capite? Sono 240 milioni di euro in meno su un totale di 320 previsti nel triennio. Quel fondo finanziava il rinnovo del parco auto pubblico, gli incentivi per caldaie a basse emissioni, la mobilità sostenibile e la riconversione degli allevamenti intensivi.
Il taglio, anno per anno
2026: da 105 a 35 milioni di euro (-67%). 2027: da 105 a 20 milioni (-81%). 2028: da 110 a 25 milioni (-77%). Totale sul triennio: da 320 a 80 milioni di euro, una riduzione complessiva del 75%. Fonte: Adnkronos Prometeo, su dati della manovra 2026.
Legambiente e i comitati regionali del Nord Italia hanno definito la scelta “grave e incomprensibile, soprattutto perché arriva nel momento in cui i territori più esposti all’inquinamento atmosferico stanno mostrando i primi segnali concreti di miglioramento”. L’ISDE, l’associazione dei medici per l’ambiente, sostiene che il taglio metta a rischio la salute di 25 milioni di cittadini del bacino padano. Il vicepresidente della Camera Sergio Costa lo ha definito una “scelta irresponsabile”. Va aggiunto, per completare il quadro, che il progetto interregionale da 2 miliardi di euro proposto dalle quattro Regioni padane per la qualità dell’aria non era mai stato inserito nel PNRR. Le stesse Regioni avevano già espresso al Governo, all’epoca, “l’estrema contrarietà” a quell’esclusione.
Sul fronte regionale, l’Emilia-Romagna resta l’unica ad aver fissato un target settoriale ambizioso sull’agricoltura. Il Piano Aria Integrato Regionale 2030, approvato il 30 gennaio 2024, punta a una riduzione del 29% dell’ammoniaca, oltre a tagli del 12-13% su PM10, PM2,5 e NOx rispetto al 2017. La Lombardia ha aggiornato le misure temporanee antismog a gennaio 2026 e introdurrà nuovi requisiti emissivi per gli impianti a biomassa dal 15 ottobre 2026. Piemonte e Veneto hanno aggiornato i rispettivi piani regionali nel biennio 2024-2025.
Un caso a parte è quello dei diesel Euro 5. L’obbligo nazionale di limitarne la circolazione nel bacino padano, previsto in origine dal 1° ottobre 2025, è stato rinviato di un anno e limitato ai centri sopra i 100.000 abitanti dopo un emendamento parlamentare. L’assessore veneto all’Ambiente Gianpaolo Bottacin, che ha comunque attivato il blocco in anticipo dal 20 ottobre 2025, ne ha definito i benefici attesi “alquanto modesti: meno dello 0,5% del totale delle emissioni di NOx”.
Le voci in campo: dove finisce il consenso scientifico e comincia la controversia
Sulla causa geografica del problema, ISPRA, ARPA e SNPA parlano con una sola voce. Il bacino padano resta l’area con “periodi di stagnazione atmosferica invernali frequenti e intensi”, indipendentemente da quanto si riduca l’emissione. Legambiente, nel rapporto Mal’Aria di città 2026, riconosce il calo dei capoluoghi fuorilegge: 13 nel 2025 contro 25 nel 2024. Ma avverte che con i limiti del 2030 il 53% delle città italiane risulterebbe comunque fuori norma, chiedendo di “rafforzare, e non indebolire, le politiche per la qualità dell’aria”. La presidente di Legambiente Lombardia, Barbara Meggetto, ha aggiunto che il peso delle infrazioni UE “è assai gravoso per l’Italia, ma lo è ancora di più per i cittadini padani, che pagano in salute”. Sottolinea “le contraddizioni di un sistema dell’allevamento intensivo i cui numeri non fanno i conti con i limiti del territorio”.
La vera divergenza riguarda le priorità operative, non la diagnosi. I piani regionali continuano a puntare sui blocchi del traffico come misura cardine. Eppure lo stesso CNR ha documentato che le restrizioni pandemiche hanno avuto un impatto minore del previsto sul particolato: un dato che alimenta il dibattito su dove concentrare davvero le risorse pubbliche. Da una parte chi difende gli strumenti attuali, piani, accordi, deroghe come MOVE-IN. Dall’altra chi, come Cittadini per l’Aria, ha scelto la via dell’esposto penale per accelerare quello che la via amministrativa non riesce a smuovere.
Il cambiamento climatico come moltiplicatore di rischio
C’è un filone di ricerca che complica ulteriormente lo scenario. Riguarda l’interazione tra riscaldamento globale e capacità dispersiva dell’atmosfera padana. Uno studio pubblicato su Atmospheric Research da Caserini e colleghi ha proiettato l’evoluzione delle inversioni termiche e degli episodi di stagnazione atmosferica fino a fine secolo. Nello scenario RCP4.5, i giorni di inversione termica aumenterebbero di circa 12 l’anno rispetto alla media 1986-2005, quelli di stagnazione atmosferica di 13. Lo stesso filone stima un aumento della stagnazione atmosferica compreso tra il 12% e il 25% entro fine secolo.
Tradotto: anche a parità di riduzioni delle emissioni, l’atmosfera padana potrebbe diventare in media meno capace di disperdere gli inquinanti. Rendendo ancora più remoto il traguardo del 2030. In parallelo, l’aumento delle temperature estive spinge verso l’alto le concentrazioni di ozono, un fronte già in peggioramento secondo ARPA Lombardia e Legambiente. Il 2025, terzo anno più caldo mai registrato in Europa, ha prodotto episodi acuti a giugno e agosto. Il dossier Legambiente sull’ozono stima già oggi 13.600 morti l’anno in Italia da questo inquinante, con danni alle produzioni agricole europee di almeno 2 miliardi di euro l’anno. Lo scenario UNECE al 2050 a politiche correnti prevede altre 9.000 morti aggiuntive rispetto alle 64.000 l’anno del 2020.
Le tre strade sull’ammoniaca (e perché una sola basta a decidere il 2030)
I sali di ammonio pesano fino al 60% del PM10 invernale, e la componente secondaria supera la metà del PM2,5 padano. Per questo la traiettoria delle emissioni agricole di ammoniaca è probabilmente la variabile con il maggiore effetto leva su tutto lo scenario 2030. La ricerca ne individua tre possibili.
La prima è quella inerziale. Il calo attuale, -6,1% nel 2024 sul 2023 e -24% dal 2005, è già sufficiente per centrare l’obiettivo nazionale della direttiva NEC, fissato a 404,8 mila tonnellate entro il 2030. Non basta però ad abbattere davvero le concentrazioni di particolato secondario nelle città. La seconda è la traiettoria delle migliori tecnologie disponibili: fino a -38% al 2030 rispetto al 2015, con l’adozione sistematica delle tecniche di distribuzione a bassa emissione dei reflui e dei fertilizzanti. Le tecniche innovative a base di urea, in particolare, possono ridurre le emissioni di ammoniaca fino all’89%. La terza, la più radicale, è quella della riconversione strutturale: una riduzione dei carichi zootecnici stessi, richiesta esplicitamente da Greenpeace e adombrata anche da Legambiente Lombardia. Solo l’Emilia-Romagna, con il suo -29% fissato dal PAIR 2030, ha per ora tradotto in target regionale un’ambizione di questa portata.
Sul fronte della mobilità elettrica, i numeri crescono ma non ancora al ritmo necessario. A giugno 2026 la quota di mercato mensile delle auto elettriche a batteria ha superato per la prima volta il 10%, con un parco circolante di oltre 441mila veicoli a fine luglio. Su base annua, però, la quota resta ferma intorno all’8% nei primi otto mesi del 2026, mentre le ibride sfiorano il 50% delle immatricolazioni. Gli ossidi di azoto da traffico in Lombardia sono già calati del 28% nell’ultimo decennio, senza risolvere la criticità di fondo. Il rinnovo del parco veicolare, da solo, difficilmente basterà a colmare il divario con i limiti 2030. Sul riscaldamento domestico, le pompe di calore crescono più in fretta: circa 4,2 milioni di dispositivi sono già l’unico sistema di riscaldamento di altrettante abitazioni italiane. Gli incentivi per stufe a pellet e biomassa, invece, si sono interrotti dal 3 agosto 2026.
Occhi nuovi dallo spazio e dal terreno
L’8 ottobre 2025 lo strumento Sentinel-4, montato sul primo satellite geostazionario Meteosat Third Generation Sounder a circa 36mila chilometri di quota, ha diffuso le sue prime immagini di prova. La mappa del biossido di azoto in troposfera mostra hotspot particolarmente evidenti proprio sulla Pianura Padana. I satelliti polari precedenti passavano sull’Italia solo due volte al giorno. Sentinel-4 produce invece una mappa ogni sessanta minuti, rilevando anche anidride solforosa, ozono, formaldeide, gliossale e aerosol. Ben Veihelmann, responsabile scientifico del progetto per l’Agenzia Spaziale Europea, l’ha definita “la prima missione europea a fornire osservazioni orarie sulla qualità dell’aria”. Ha aggiunto:
“rilevando rapidi cambiamenti nell’inquinamento atmosferico, rappresenta una svolta per il monitoraggio e la previsione della qualità dell’aria in Europa”.
A terra, il CNR-ISAC ha completato a febbraio 2026 una nuova rete italiana di sette osservatori MAX-DOAS per validare i dati satellitari. Le misure mostrano che il satellite TROPOMI, a bordo di Sentinel-5P, sottostima le colonne di NO₂ rispetto alle misure da terra: del 13% a San Pietro Capofiume, del 25% a Bologna. Un’informazione preziosa per calibrare meglio i modelli previsionali. Da gennaio 2025 è inoltre attivo il progetto CAMS2_72IT_bis, che coinvolge ENEA, ISPRA, CNR-ISAC, l’Università di Roma Tor Vergata e otto ARPA regionali in tre anni di lavoro. L’obiettivo è “tradurre” a livello locale le previsioni europee del servizio Copernicus, attraverso modelli come FORAIR-IT, con risoluzione di 4 chilometri e previsioni a 3 giorni. Il ricercatore ENEA Massimo D’Isidoro l’ha riassunto così:
“per i prossimi tre anni il nostro compito sarà quello di adattare a livello nazionale, regionale e locale i servizi sulla qualità dell’aria forniti dal sistema Copernicus”.
Sul fronte delle soluzioni all’inquinamento in Pianura Padana sul territorio, la digestione anaerobica dei reflui produce biogas composto per il 55-65% da metano. È già ampiamente diffusa nelle aziende agricole italiane e viene incentivata dal PNRR come opportunità di diversificazione del reddito per gli allevamenti. Legambiente sottolinea che le tecnologie avanzate nei digestori possono limitare le emissioni fuggitive “fino a quasi zero”. A patto che la gestione del digestato avvenga in modo controllato. Su un fronte più indiretto, Eni e Snam hanno avviato nell’estate 2024 la Fase 1 di Ravenna CCS, il primo progetto italiano di cattura e stoccaggio della CO2. Agisce sul clima, non direttamente sui precursori del particolato. Resta comunque parte della stessa transizione energetica di cui abbiamo già discusso i costi e i tempi reali.
Quanto manca davvero al traguardo 2030
Orizzonte stimato: ve lo scrivo di nuovo assumendomene la responsabilità, non ci sarà nessun rientro pieno nei limiti 2030 nemmeno con riduzioni emissive dell’80%. Lo dicono tutti, davvero tutti i modelli attualmente disponibili. Avremo però miglioramenti parziali già misurabili entro 3-5 anni sulle sostanze primarie (PM10 da traffico e riscaldamento). Orizzonte incerto, o oltre il 2040, per il particolato secondario legato all’ammoniaca.
Inquinamento in Pianura Padana, le tre tensioni che definiranno il 2026-2030
Mettendo insieme tutti i fili di questo dossier sull’inquinamento nella Pianura Padana, il periodo che si apre ora si può leggere attraverso tre tensioni che non si risolveranno da sole. La prima è giuridica. L’Italia si trova nella fase più avanzata della procedura d’infrazione sul PM10, con rischio concreto di sanzioni pecuniarie. Ha accumulato a gennaio 2026 una nuova procedura per il mancato aggiornamento del piano nazionale, e deve ora gestire anche un fronte giudiziario interno aperto da un’associazione di cittadini.
La seconda è fisico-modellistica. I dati 2025 sono i migliori da vent’anni in diverse regioni padane. Ma i modelli scientifici concordano che il bacino non rispetterà i limiti del 2030 nemmeno con riduzioni emissive tra il 50 e l’80%. E il cambiamento climatico potrebbe aggiungere fino a 12-13 giorni l’anno di inversioni termiche e stagnazione atmosferica entro fine secolo.
La terza è politico-finanziaria, ed è forse la più semplice da riassumere. A un Piano nazionale da 2,4 miliardi di euro e a un programma mobilità da quasi 500 milioni si contrappone il taglio del 75% al fondo dedicato proprio al bacino padano. Oltre al rinvio ripetuto delle misure più impattanti sul traffico. Il settore con il maggiore potenziale di riduzione, la zootecnia intensiva, resta anche quello meno regolato in assoluto. Come abbiamo già raccontato parlando di mobilità urbana e mito dell’auto necessaria, le soluzioni tecniche spesso esistono da anni. Quello che manca, sistematicamente, è la volontà di finanziarle per il tempo necessario a farle funzionare.
Chi ha ragione, tra chi vede nei dati 2025 la prova che le politiche attuali stanno funzionando e chi vede nel taglio dei fondi la prova che l’attenzione si sta già spegnendo? Probabilmente entrambi, ognuno guardando un pezzo diverso dello stesso grafico. Quello che i modelli non lasciano in dubbio è che il 2030 arriverà comunque, con i suoi limiti più stretti. E l’inquinamento in Pianura Padana non firmerà nessuna proroga sulla geografia del bacino, qualunque cosa deciderà la prossima manovra.