La Sturgis era una Liberty ship del 1945, il cargo più banale che l’industria americana sapesse produrre in serie. Nel 1967 le tolsero i motori e le infilarono dentro un reattore da 10 MW, e per sei anni ha alimentato il Canale di Panama. Il nucleare galleggiante, insomma, non è un’idea di ieri: è un’idea che abbiamo già provato, spento e messo via.
Perché? Non lo so, non chiedetelo a me. Forse, ma non credo, anche perché smantellarla è costato 34,5 milioni di dollari (circa 32 milioni di euro) e i lavori sono finiti nel 2019, 50 anni dopo l’accensione? Ho la sensazione che valga la pena tenerlo a mente mentre leggo l’ultima notizia dal settore.
Cinquanta milioni per il nucleare galleggiante 2.0, e poi?
La startup americana Bluecore ha chiuso un round da 50 milioni di dollari (circa 46 milioni di euro). L’idea: montare un reattore modulare su una chiatta e portarlo dove serve corrente. Siti minerari isolati, isole, data center affamati che nessuna rete locale riesce a saziare.
Il ragionamento ha una sua eleganza industriale. Un cantiere navale costruisce sempre lo stesso scafo, in fabbrica, al riparo dalle sorprese del sito, e poi lo si rimorchia. Niente gru alte quaranta metri in mezzo al nulla, niente maestranze da spostare per otto anni in una valle dove non c’è una strada asfaltata decente.
Solo che diciamolo: 50 milioni, in questo mestiere, sono spiccioli. NuScale ne ha spesi oltre 500 solo per portare il proprio progetto attraverso l’iter di certificazione della NRC, e alla fine il cliente si è sfilato lo stesso.
In pratica, Bluecore ha in cassa un decimo di quello che è servito a un concorrente per ottenere in cambio un pugno di mosche.
Un settore pieno di annunci e povero di scafi
Bluecore non è sola, ad ogni modo. Nel 2024 abbiamo raccontato l’accordo anglo-americano attorno al microreattore eVinci, pensato proprio per applicazioni marine. Pochi mesi dopo è toccato ai reattori a sali fusi destinati al mare. Aggiungete i danesi di Seaborg, i coreani, i cinesi che hanno già impostato scafi.
Fate poi il conto delle unità realmente in servizio nel mondo occidentale: zero.
L’unica centrale nucleare galleggiante operativa è russa. La Akademik Lomonosov alimenta Pevek, in Chukotka, dal 2020: due reattori da 35 MW ciascuno, un costo finale attorno ai 740 milioni di dollari (circa 680 milioni di euro) e otto anni di ritardo rispetto al piano iniziale. Fu approvata nel 2007. Nel frattempo, in Occidente, il dibattito sul mini nucleare continua.
Quanto manca prima di vedere una chiatta nucleare accesa
Forchetta realistica: 2034-2038. E gli ostacoli, lo avrete capito, non sono tecnologici. Primo: nessuna autorità occidentale ha una procedura consolidata per licenziare un reattore che si sposta tra giurisdizioni diverse. Secondo: il combustibile ad alto arricchimento (HALEU) oggi arriva in quantità industriali quasi solo dalla Russia (checché ne dicano avvocati e tirocinanti degli atomi). Terzo: serve un cantiere navale con certificazione nucleare, e se ne contano sulle dita di una mano.
Resta il fatto che l’idea, in sé, tiene. Sorpresi che io lo dica? Pensate sia un detrattore “a prescindere” del nucleare? Non è così. Le navi portaerei e i sottomarini fanno esattamente questo da sessant’anni, con un record di sicurezza che i reattori civili si sognano. La differenza è che la Marina non deve convincere una commissione statale né un assicuratore privato.
Quindi la domanda vera non riguarda la fisica, che è risolta dagli anni Cinquanta. Se un porto vi comunicasse domani che al molo 4 attraccherà una chiatta con un reattore attivo, a chi chiedereste conto in caso di guasto: all’armatore, allo Stato di bandiera, o al comune che vi abita intorno?
Finché il nucleare galleggiante non avrà una risposta scritta e precisa a questa domanda, i 50 milioni di Bluecore serviranno soprattutto a comprare tempo.