Da piccolo mi avevano spiegato che le pile a un certo punto si scaricano, e che il trucco per allungarne la vita era metterle in freezer. Conoscete anche voi questa dritta? No, perché è una fesseria, una bugia di quartiere. Ma il concetto di batteria nucleare eterna mi è rimasto addosso come un desiderio irrisolto. Oggi, nel Gansu, un gruppo di ricercatori della Northwest Normal University ha costruito qualcosa che si avvicina di più a quell’idea da bambino: una batteria al carbonio-14 che, sulla carta, può funzionare per migliaia di anni. Non la metterai mai in freezer: non ne avrai bisogno.
Il progetto si chiama Qianjiyuan Tianshu, sviluppato insieme all’azienda Gansu Zhulong Technology, ed è l’erede diretto di un primo prototipo del 2024 battezzato con più fantasia: Zhulong-1, il drago candela. In mezzo ci sono due anni di lavoro sulla stessa idea di fondo, quella di trasformare il decadimento radioattivo del carbonio-14 in corrente elettrica continua, senza passare per il calore e le turbine che servono alle centrali vere.
Il meccanismo, spiegato senza troppi inguacchi, funziona così: il carbonio-14 decade emettendo elettroni (particelle beta), e questi elettroni colpiscono un semiconduttore al carburo di silicio, generando corrente diretta. In sostanza è un pannello solare che invece della luce raccoglie radiazioni. O meglio: ha senso quanto un pannello fotovoltaico piazzato in una stanza buia: produce poco, ma lo fa per un tempo che rende ridicola qualunque batteria al litio.
Cosa cambia rispetto al 2024
La squadra della Northwest Normal University conta cinque miglioramenti principali rispetto a Zhulong-1: una sorgente radioattiva più efficiente, un design impilato in tre dimensioni che risparmia spazio, un sistema di gestione micro-energetica e sensori integrati per l’autoalimentazione.
Il risultato, numeri alla mano: il materiale radioattivo usato scende al 22% rispetto al modello precedente, mentre la potenza massima sale di 2,6 volte a parità di tensione e stabilità.
Il volume del dispositivo si è ridotto di appena il 17%. La densità di potenza volumetrica, invece, è salita di circa 15 volte. È la parte che dovrebbe far discutere di più, perché dice che il problema che frenava questa tecnologia (l’energia troppo bassa per essere utile) si sta restringendo più in fretta di quanto si stia restringendo la batteria stessa.
I numeri che contano davvero
La batteria nucleare Qianjiyuan Tianshu (la vedete in foto copertina) misura più o meno come un cubo di ghiaccio, 16,8 centimetri cubi. Dentro ci sono 129 millicurie di carbonio-14, che erogano una corrente di 0,713 microampere, una tensione di 2,06 volt e una potenza massima di 1,13 microwatt. Un microwatt: la stessa energia che serve a un orologio da polso, non a un telefono. Ed è qui che il confronto con l’emivita del carbonio-14, 5.730 anni, comincia a sembrare meno impressionante e più semplicemente onesto. Una batteria che durerà millenni perché, semplicemente, non fa quasi nulla per tutto quel tempo.
Il progetto in cifre
Sviluppo: Northwest Normal University e Gansu Zhulong Technology, presentato a luglio 2026. Erede del prototipo Zhulong-1 (2024). Riportato da South China Morning Post.
Nel 2024, in questo stesso spazio, avevamo raccontato il debutto di un’altra batteria al carbonio-14 diamantata, sviluppata in UK, e ancora prima quella al diamante da 28mila anni di autonomia teorica. Il copione si ripete: annuncio, numeri in miglioramento, applicazioni promesse per impianti medici e sonde spaziali. Quello che non si ripete ancora, neanche ora, è la parola “in vendita”.
Chi la userà per primo
Le applicazioni che Su Maogen (il ricercatore a capo del progetto) indica come prioritarie sono quelle dove cambiare batteria è complicato o impossibile: sonde lunari e marziane, sensori ambientali remoti, impianti medici come pacemaker e interfacce cervello-computer. Zone dove un microwatt costante per decenni vale più di una batteria potente che va sostituita ogni due anni.
Eppure, a dispetto di ciò che dice il ricercatore, io vi dico che ci sarà poco da fare, anzi: ve lo metto per iscritto, nel prossimo paragrafo (dopo il box).
I tempi reali
Orizzonte stimato: dai 7 ai 15 anni per un uso industriale reale, forse mai per il consumo di massa.
Il collo di bottiglia non è la fisica, che qui funziona: è la scala. Un microwatt basta a un sensore, non a un dispositivo che consuma energia in modo continuo. I primi a beneficiarne saranno le missioni spaziali e gli impianti medici impiantabili, dove il costo per unità è meno rilevante del non dover più intervenire chirurgicamente. Sottolineo: nessuno dei prototipi al carbonio-14 annunciati finora, cinesi o britannici, è mai arrivato a una produzione commerciale su scala.
Perché questa batteria nucleare non cambierà ancora nulla
Ne avevamo già scritto ad aprile: le batterie nucleari annunciate negli ultimi due anni promettono tutte la stessa cosa, decenni o millenni di autonomia, e nessuna è mai arrivata su uno scaffale. Qianjiyuan Tianshu non fa eccezione, con una differenza: qui il miglioramento è reale e misurato, non solo dichiarato. Il salto di 2,6 volte in potenza non è marketing, è nei dati che il team ha pubblicato.
Resta il fatto che 1,13 microwatt bastano a un sensore, non a un impianto industriale. La strada dal laboratorio del Gansu alla fabbrica è ancora la parte che nessun comunicato racconta con lo stesso entusiasmo dei numeri.
Comunque, tra qualche anno, forse, sarà normale avere un pacemaker alimentato da una batteria nucleare che nessuno dovrà mai più aprire per cambiare la pila. Nel frattempo, la mia vecchia bugia sul freezer è l’unica tecnologia nota (ma ovviamente non dimostrata) per batterie eterne alla portata di tutti.