La lavatrice di chi ha il fotovoltaico parte alle due del pomeriggio, quando il sole picchia e l’energia costa meno. Quella di chi vive a Rotterdam, dove di sole se ne vede poco e il vento di sera spesso non c’è, parte solo con un po’ di fortuna. È esattamente questo, il problema che Ore Energy e Budget Thuis hanno deciso di provare a risolvere con un contratto firmato la settimana scorsa: 1 gigawattora di batterie ferro-aria collegate alla rete olandese, capaci di tenere acceso e supportare il paese per ben quattro giorni quando il vento smette.
La cifra fa effetto: quattro giorni di accumulo, contro le quattro-dodici ore tipiche del litio, un container che invece di scaricarsi in mezza giornata regge per cento ore. Sembra la risposta che l’Europa aspettava per smettere di accendere le centrali a gas ogni volta che il vento del Mare del Nord si prende una pausa.
Poi però vai a leggere il contratto e scopri che la prima fase, 400 MWh, parte nel 2028. Il gigawattora pieno arriva dopo, su un orizzonte non ancora dichiarato. Certo, Ore Energy vuole arrivare a cinquanta gigawattora all’anno entro il 2030, ma un po’ di scetticismo sui tempi concedetemelo: siamo nel 2026 e l’unico impianto già collegato alla rete è un prototipo da meno di un megawattora a Delft.
Intanto, però, quattro giorni di accumulo sono una bella, bella cosa, un backup che potrebbe aiutare molto le rinnovabili.
Come funzionano davvero le batterie ferro-aria
Il principio delle batterie ferro-aria si basa su una sorta di “arrugginimento controllato”. Quando la batteria si scarica, il ferro metallico reagisce con l’ossigeno dell’aria e l’acqua dell’elettrolita, e forma ruggine. Quando si carica, l’elettricità in eccesso della rete inverte la reazione: la ruggine torna ferro. Riassumendo (e semplificando per rendere l’idea con una metafora): la batteria respira. Inspira ossigeno per scaricarsi, lo espira per ricaricarsi.
Il materiale costa pochissimo: il ferro è il quarto elemento più abbondante della crosta terrestre, l’aria è gratis, l’acqua… Più o meno. Ma soprattutto non ci sono materiali come il cobalto congolese, o il litio australiano (e cileno) e di certo niente nichel indonesiano.
La filiera resta dentro l’Europa, come tiene a ricordare Aytaç Yilmaz, CEO di Ore Energy. È uno dei motivi per cui i fondi di Bruxelles guardano le batterie ferro-aria con interesse: una batteria che si fa con la ruggine non dipende da nessuno.
Poteva mancare l’altra faccia della medaglia? Lo sapete che qui il futuro si descrive con realismo, e la realtà è un fenomeno complesso. Fuori dai cori entusiasti, serve ricordare che l’efficienza di ciclo completo, quella che gli ingegneri chiamano round-trip efficiency, sta tra il 40% e il 50%. Per ogni dieci megawattora che ci metti dentro, ne tiri fuori quattro o cinque. Il litio, per confronto, ne restituisce nove su dieci. Il ferro respira, sì, ma respira un po’ affannato.

La promessa che Futuro Prossimo raccontava già nel 2020
Su queste pagine, sei anni fa, scrivevamo di un laboratorio olandese che bruciava polvere di ferro per produrre energia e raccoglieva la ruggine per riusarla. L’idea sembrava da matti, allora: una birreria a Bree, in Belgio, era alimentata da una caldaia che ardeva limatura metallica. Mi chiedo come l’avremmo raccontata, quella notizia, sapendo che quella stessa logica chimica, sei anni dopo, sarebbe arrivata firmata da una società di Amsterdam con un contratto da un gigawattora.
La continuità è interessante. Ore Energy è uno spin-out dell’Università tecnologica TU Delft, i cui fondatori hanno lavorato ben otto anni alla chimica dell’aria-ferro prima di staccarsi e cercare clienti. Il primo prototipo connesso alla rete, a febbraio 2025, era nel campus universitario stesso: The Green Village, banco di prova della stessa TU Delft, fortunatamente dotato di un proprio allaccio. Il secondo pilota, da agosto a novembre 2025, l’ha tenuto in piedi EDF nel suo laboratorio di Renardières, in Francia. Quattro giorni di accumulo dimostrati sul campo, condizioni reali, niente trucchi.
Il salto dal Green Village al gigawattora per il 2028 è di tre ordini di grandezza. Che sia sostenibile in laboratorio (e lo è) è una cosa. Arrivare a cinquanta gigawattora all’anno, è un’altra. Il piano c’è: bisognerà vedere se reggono i tempi.
L’Europa è indietro di un giro, anzi due
La notizia va letta anche nell’ottica del confronto transatlantico: mentre Bruxelles celebra il primo contratto continentale sopra i 100 MWh, l’altra azienda al mondo che fa batterie ferro-aria, l’americana Form Energy, ha già 65 gigawattora sotto contratto. Trenta gigawattora per un data center Google in Minnesota, dodici per Crusoe in Texas, 8,5 per uno stoccaggio finanziato dal Dipartimento dell’Energia in Maine, e diversi altri progetti più piccoli. La loro fabbrica nel West Virginia è enorme. L’Europa parte con un gigawattora nel 2028. Sottolineo: nel 2028.
Anche Form Energy è arrivata in Europa, peraltro. Tra le tecnologie non al litio che si contendono il mercato dell’accumulo multi-giornaliero, gli americani hanno annunciato a marzo un progetto in Irlanda con FuturEnergy, sempre da 1 GWh, sempre per il 2029. Quindi quando leggete che “l’Europa scommette” sulle ferro-aria, ricordate che metà dell’Europa che scommette è in realtà un fornitore di Boston. Ore Energy è interamente europea ed è la prima ad averla davvero installata e fatta funzionare. Vabbè, sono cose che la stampa di settore raramente specifica.
L’utilità reale di questa tecnologia, per come stanno i conti adesso, non è competere col litio sulle quattro-otto ore quotidiane. È coprire le pause lunghe del rinnovabile: la settimana di gennaio senza vento, il pomeriggio nuvoloso in inverno, la notte di calma sul Mare del Nord. Per quelle finestre non frequenti ma critiche, perdere metà dell’energia in efficienza è accettabile, perché l’alternativa è accendere una centrale a gas che fa peggio. Per il quotidiano, però, il litio resta il re e il ferro fa la riserva. La divisione del lavoro è questa.
Il contratto Ore-Budget Thuis in breve
Le parti: Ore Energy (spin-out TU Delft, Amsterdam, 30 dipendenti) e Budget Thuis (fornitore olandese di elettricità, gas e telecomunicazioni). Annuncio del 22 giugno 2026.
I numeri: 1 GWh totale di accumulo iron-air, prima fase da 400 MWh consegnata nel 2028. Durata di scarica configurabile da 24 a 100 ore. Moduli in container da 40 piedi (4,2 MWh ciascuno), impilabili a piacere del cliente. Round-trip efficiency 40-50%. Costo di sistema dichiarato dai produttori iron-air: circa 20 dollari per kWh, contro i 176 di un equivalente al litio sulle sei ore.
Quello che le batterie ferro-aria possono e non possono fare
Una cosa che vale la pena dire chiaramente: queste batterie non sono fatte per finire in una automobile. Sono troppo pesanti, occupano un volume cinque-dieci volte superiore al litio per ogni megawattora stoccato, e hanno tempi di risposta più lenti. Vanno bene da ferme, a terra, vicino a una sottostazione elettrica o a un parco eolico.
E poi c’è il problema del cosiddetto “idrogeno parassita”. Quando carichi una batteria ferro-aria, parte dell’elettricità invece di ridurre la ruggine spacca le molecole d’acqua e produce idrogeno gassoso. Un guaio sia per la sicurezza (l’idrogeno è infiammabile a basse concentrazioni) sia per l’efficienza (quella è tutta energia che se ne va in bolle). Form Energy sostiene di aver ovviato a questo problema con additivi catalitici che sopprimono la reazione. Ore Energy non si è ancora espressa pubblicamente sulla questione. Non è una questione di poco conto.
Resta la questione dell’energia a buon mercato. Per funzionare economicamente, le batterie ferro-aria devono caricarsi con elettricità quasi gratis: vento, surplus solare di mezzogiorno che la rete non sa dove mettere eccetera. Se le carichi a prezzo di mercato, l’efficienza al 45% ti uccide il conto economico.
La logica è dura ma chiara: hanno senso solo nei sistemi dove il rinnovabile produce più di quanto si possa consumare. L’Olanda con i suoi parchi eolici offshore è esattamente quel tipo di sistema, ma occhio: anche l’Italia lo sta diventando, soprattutto in Puglia e Sicilia.
Quanto manca al primo gigawattora europeo davvero acceso
Orizzonte stimato: almeno 3 anni. La prima fase Ore-Budget Thuis (400 MWh) è prevista per il 2028, il gigawattora completo si compone progressivamente nei due-tre anni successivi. Il progetto Form Energy-FuturEnergy in Irlanda è atteso per il 2029, sempre da 1 GWh.
Per ora, sulle banchine del porto di Rotterdam restano dei container pieni di ferro e acqua: aspettano il 2028 per essere agganciati alla rete, e nel frattempo la lavatrice di chi vive lì continua a partire quando capita.
Le batterie ferro-aria sono la promessa più seria che l’accumulo lungo non resti per sempre un’idea peregrina: per quello che vale, adesso è un’idea che finalmente respira fuori dal laboratorio.