Vent’anni fa, quando Andrew Chan ha iniziato a fare il gastroenterologo, le telefonate per un appuntamento arrivavano quasi sempre dagli stessi pazienti: gente over 65, controlli di routine, la solita prassi. Poi qualcosa è cambiato, e il cancro dei giovani è entrato nel suo studio senza bussare. A rispondere al telefono hanno iniziato a essere ragazzi qualunque ma pure maratoneti, vegetariani, persone che non toccano alcol da anni. Chan controlla la storia familiare, la genetica, i soliti sospetti. Niente. Il tumore al colon-retto c’è comunque, e forse adesso si intravede la causa.
Il caso di Chan, oggi professore ad Harvard, non è isolato. Il tumore al colon-retto cresce del 2,9% all’anno nei pazienti sotto i 50 anni, secondo l’American Cancer Society, mentre nella popolazione generale il trend va nella direzione opposta dagli anni Ottanta. In Italia il fenomeno arriva con qualche anno di ritardo: uno studio internazionale del 2019 aveva messo il paese tra le rare eccezioni in controtendenza, ma oggi una diagnosi su otto riguarda proprio persone sotto i 50 anni.
Cosa sta succedendo al cancro da giovani
Chan guida oggi Team Prospect, un progetto da 23 milioni di euro finanziato dal National Cancer Institute insieme a gruppi di ricerca in Regno Unito, Francia, Italia e India. L’obiettivo è isolare le variabili: microplastiche, dieta ultra-processata, alcol, cicli di sonno saltati. La co-responsabile del progetto, l’epidemiologa Yin Cao della Washington University di St. Louis, ha pubblicato il 22 giugno su Nature Medicine un lavoro che sposta l’attenzione altrove: non su cosa mangiamo, ma su quanto in fretta invecchiamo.
Il team di Cao ha analizzato il sangue di oltre 154mila persone della ormai ben nota UK Biobank, guardando nove biomarcatori tra cui proteina C-reattiva, creatinina e globuli bianchi. Chi è nato dopo il 1965 mostra un’età biologica più avanzata del 23% rispetto a chi è nato tra il 1950 e il 1954. E quell’invecchiamento accelerato risulta collegato a un aumento dei tumori del polmone, del sistema gastrointestinale e dell’utero.
Il titolo con cui la stampa americana ha rilanciato lo studio parla di medici che hanno “scoperto” la causa del cancro da giovani. Perché Futuro Prossimo usa il “forse”, allora?
Ve lo dico perché, come sempre, ve lo devo. Cao, nella stessa intervista che accompagna il rilascio dello studio, dice una cosa più cauta: l’obiettivo, spiega, è capire come l’ambiente si “incorpora” biologicamente nel corpo, un programma di ricerca, non un verdetto. E la professoressa Chiara Cremolini, oncologa dell’Università di Pisa, interpellata sullo stesso tema, è ancora più diretta: le cause non le sappiamo, in una diagnosi su cinque c’è familiarità genetica, per il resto restiamo con le ipotesi.
Quanto si può davvero abbassare l’orologio biologico
Il caso più citato è quello di Steve Horvath, l’inventore dell’orologio epigenetico, oggi ricercatore in un’azienda di biotecnologie della longevità. Un anno il suo punteggio GrimAge è salito di tre punti. Lui ha reagito come se avesse mangiato un manuale di medicina preventiva: tagliando gli zuccheri, riducendo i carboidrati, cominciando a prendere una statina, aggiungendo verdure a ogni pasto. Dodici mesi dopo il punteggio è sceso, si, ma due anni, non di più: perfino lo stesso inventore dell’orologio epigenetico non riesce a fargli fare marcia indietro sul serio.
Il lavoro di Cao e Tian in breve
Pubblicazione: Tian, Zong, Ren et al., “Biological aging and generational shifts in early-onset cancer risk”, pubblicato su Nature Medicine (2026). DOI: 10.1038/s41591-026-04448-w.
Non è la prima volta che FP racconta dei “rintocchi” di un orologio biologico. Nel 2019 abbiamo illustrato un piccolo studio che sembrava invertire l’invecchiamento su nove persone: un trattamento sperimentale, un campione minuscolo, entusiasmo forse eccessivo. Sei anni dopo, nel 2025, lo stesso tipo di misura, l’età biologica, è tornato utile non per ringiovanire ma per prevedere chi rischia di ammalarsi prima. Il metro non è cambiato: è cambiato l’uso che se ne fa.
Cosa resta da capire perché aumenta il cancro nei giovani
Un dettaglio che vale la pena tenere a mente riguarda anche l’alimentazione: dopo la tanto vituperata carne rossa (ha le sue colpe, ma è finita sul patibolo da sola) anche il consumo eccessivo di carne bianca è finito sotto osservazione negli studi recenti sul rischio oncologico, un altro tassello nello stesso puzzle ambientale che Team Prospect vuole ricostruire.
I tempi realistici
Orizzonte stimato: ci vorranno a occhio e croce almeno 10 anni per confermare al di là di ogni dubbio questa tesi.
Serve prima validare i biomarcatori su popolazioni non britanniche o americane, poi dimostrare che intervenire sull’età biologica riduce davvero il rischio. A beneficiarne per primi saranno le persone già ad alto rischio genetico, che potranno permettersi test privati prima che entrino nei protocolli pubblici. Il limite più concreto resta lo stesso di sempre nella prevenzione oncologica: sapere qualcosa in anticipo non basta, se poi manca l’accesso allo screening o al trattamento. Chi cerca un trattamento su misura già pronto dovrà aspettare ancora.
Il corpo tiene il conto di ogni anno prima ancora che arrivi la diagnosi, e per ora possiamo solo imparare a leggerlo meglio.
Chi cerca la scoperta definitiva nello studio di Cao resterà deluso: non c’è una causa, c’è una correlazione robusta e una direzione di ricerca. Ma forse è proprio questo lo scarto che il titolo americano ha smarrito, di fronte al cancro nei giovani.