A Tallahassee, in Florida, c’è una piccola bottega universitaria che da anni lavora su un solo bersaglio: il tumore al pancreas, e più precisamente il gene che lo guida, il famigerato KRAS, la proteina che i manuali di oncologia continuano a chiamare “indruggable”, cioè intrattabile con i farmaci conosciuti. Nazarius Lamango e il suo team, alla Florida A&M University, ci lavorano un composto alla volta, con i fondi del National Institutes of Health, che sono parecchio lontani dai budget di una grande casa farmaceutica. L’ultimo tentativo, una molecola dal nome impronunciabile, ha fatto qualcosa che nei test precedenti non era mai riuscito così bene.
Il composto si chiama NSL-YHJ-2-27, ed è arrivato al termine di un lavoro veramente paziente: quindici molecole “imparentate”, testate una a una su due linee di cellule di adenocarcinoma pancreatico, PANC-1 e MIA PaCa-2, ciascuna con una diversa mutazione del gene KRAS. In laboratorio il composto ha bloccato oltre il 90% della migrazione cellulare. In poche parole: le cellule tumorali smettono quasi del tutto di spostarsi, e la capacità di invadere i tessuti circostanti, misurata su piccoli sferoidi che imitano un tumore in miniatura, crolla dell’84 e del 96% nei due modelli usati dai ricercatori. Per questo preciso tipo di tumore, che uccide soprattutto perché si sposta in fretta, non è un dettaglio marginale.
Il paradosso: non lo spengono, lo sovraccaricano
Qui viene la parte che nemmeno gli autori si aspettavano. Il bersaglio dichiarato, come ci siamo detti, è il gene KRAS mutato, il motore che tiene accesa la crescita del tumore al pancreas. La logica vorrebbe che un buon farmaco lo spegnesse. Il composto di Lamango fa l’esatto contrario. I livelli di KRAS restano quelli di partenza; a impennarsi sono le proteine a valle della sua catena di comando (si chiamano MEK, ERK, e AKT) con un sovraccarico di segnale arrivato, nei test, fino al 190% in più rispetto alle cellule non trattate. Le cellule, invece di crescere più forte come dovrebbero, collassano su loro stesse: la produzione di radicali liberi sale fino a nove volte, e l’attività delle caspasi, gli enzimi che eseguono la sentenza di morte cellulare, raddoppia. Per fermarlo, invece di frenarlo, lo hanno spinto oltre il limite.
Oncotarget , 2026)
Il paper, per chi vuole i dettagli
Pubblicazione: Kweku Ofosu-Asante, Jassy Mary S. Lazarte, Amarender Goud Burra, Nazarius S. Lamango, “The anticancer effects of PCAIs in pancreatic cancer cells involve MAPK and PI3K/AKT pathways hyperactivation”, pubblicato su Oncotarget (3 giugno 2026). DOI: 10.18632/oncotarget.28879.
Un mese fa, un farmaco in corsia. Oggi, una piastra
A giugno, su queste pagine, raccontavamo il daraxonrasib, un altro inibitore del KRAS arrivato però già alla fase 3: cinquecento pazienti arruolati, 60% in meno di rischio di morte rispetto alla chemioterapia standard. Il composto di Tallahassee è agli antipodi: non ha ancora visto neanche un topo, figurarsi un paziente: la fase attuale è pura biologia cellulare, in piastra e in sferoidi di laboratorio. Questo ci aiuta a leggere lo studio con le proporzioni giuste, ma attenzione: senza sminuirlo. Perchè è così che funziona la ricerca, un mattone dopo l’altro, anche se i mattoni di base raramente fanno notizia quanto la fase 3.
Vale la pena ricordarlo anche perché non è la prima volta che l’archivio di Futuro Prossimo incrocia questa distanza. Nel 2022 un gel radioattivo testato sui topi aveva già mostrato quanto sia lungo, per il tumore al pancreas, il tragitto dal laboratorio alla clinica; nel 2023 un chicco di riso high-tech per la radioterapia mirata aveva raccontato la stessa distanza, con un dispositivo del tutto diverso.
Tumore al pancreas: quanto manca, onestamente
I ricercatori della Florida A&M lo scrivono nero su bianco in coda al loro studio: i prossimi passi saranno test in vitro più ampi e, finalmente, i primi modelli animali. Non sono ancora partiti. Nel frattempo lo stesso composto, in studi precedenti dello stesso laboratorio, aveva già mostrato effetti simili su cellule di tumore al polmone e al seno: un segnale che il meccanismo potrebbe essere più ampio del solo pancreas, ma anche un promemoria di quanto lavoro di verifica resti da fare prima di qualunque promessa concreta.
Meritano un applauso soprattutto per la testardaggine: una piccola istituzione della Florida, che non compare quasi mai sulle riviste patinate del settore, continua a bussare a una porta che l’oncologia del tumore al pancreas ha etichettato per decenni come chiusa. Il KRAS, dopotutto, resiste dagli anni Ottanta: per chi riuscirà ad abbatterlo c’è un posto sui libri di Storia.
Quanto manca davvero
Orizzonte stimato: almeno 10 anni se il percorso regge da qui in avanti, forse mai se non supera il passaggio ai modelli animali.
L’ostacolo principale è la sequenza di test che restano da fare: dopo le cellule in piastra servono i modelli animali, poi gli studi di sicurezza, poi, se tutto regge, i primi pazienti umani.