Ogni anno, nel mondo, si registrano 150 milioni di punture di meduse: un numero enorme, ma che dice poco finché la schiena non ti brucia davvero, in spiaggia. Due università spagnole hanno provato a fare qualcosa di concreto, e l’hanno chiamata boa antimeduse: un campo elettrico che sostituisce reti e il classico rimedio della nonna (dico “aceto” per non dire “ammoniaca”, dai, conoscete le dicerie).
Il progetto è nato tra il Campus di Gandia della Universitat Politècnica de València e l’Università di Alicante, dopo più di cinque anni di lavoro del team guidato da Jaime Lloret. L’idea di base è semplice. Le meduse si muovono contraendo il corpo a mo’ di pompa, e se quella pompa si inceppa, la medusa non va più da nessuna parte: punto.
Il dispositivo è costituito da tre elementi: la boa vera e propria con l’elettronica e l’alimentazione, una catena che scende verticale fino al fondale ancorata da un peso, e le bobine distribuite lungo la catena a più profondità, che generano il campo.
Come funziona la boa che “paralizza” le meduse
Dentro l’arnese (perché in fondo è proprio questo: un arnese da elettricista buttato in mare) le bobine emettono campi elettromagnetici che, spiega Lloret, riducono le pulsazioni delle meduse “fino a fermarle del tutto”. Niente scosse, niente danni visibili.
Il risultato è una barriera virtuale lunga 200-300 metri per ogni boa, alimentata da pannelli solari e moto ondoso, senza bisogno di cavi esterni. Il sistema, sottolineano i ricercatori, è pensato per non fare alcun male: fuori dal raggio d’azione, le meduse tornano a nuotare come prima, e a differenza delle barriere fisiche non disturba il resto della fauna marina.
La ricerca dietro la boa antimeduse
Pubblicazione: ricerca coordinata da Jaime Lloret (UPV, Campus di Gandia) con César Bordehore (Università di Alicante), Sandra Sendra, Lorena Parra e Alberto Ivars, presentata il 17 giugno 2026 nell’ambito della Cattedra del Mare e Sostenibilità del Settore Nautico. Fonte: UPV Campus de Gandia.
Una medusa paralizzata non sparisce, resta semplicemente in balìa della corrente. Può affondare. Allora va bene, non punge più nessuno. Oppure può salire in superficie, cosa che serve solo a renderla “visibile e identificabile”, cioè a spostare il problema invece di risolverlo, e per ora tutto questo è stato verificato solo dentro le vasche di laboratorio: il primo esemplare vero, testato in mare aperto su bagnanti in carne e ossa, ancora non esiste.
Nel 2020 abbiamo visto all’opera scienziati che trasformavano meduse vive in cyborg telecomandati, impiantando elettrodi per guidarne il nuoto a distanza. Sei anni dopo, il copione si è ribaltato: stavolta l’elettricità non serve più a pilotare la medusa a distanza, come allora, ma a spegnerle direttamente il motore che la fa muovere.

Dove la vedremo davvero
Le spiagge affollate sono l’applicazione più ovvia, ma non la più urgente. Le centrali nucleari e le centrali elettriche che si raffreddano con acqua di mare hanno un problema serio quando le meduse intasano le prese d’acqua, tanto da costringere a fermate di emergenza, e lo stesso capita agli impianti di desalinizzazione, come quelli raccontati a suo tempo nella valigia del MIT che rendeva potabile l’acqua di mare.
E poi c’è l’acquacoltura. Bastano poche ore: uno sciame di meduse può spazzare via un intero allevamento in una notte, un problema che conosce bene chi ha seguito Cerberus, la nave autonoma pensata proprio per sorvegliare le gabbie ittiche.
Orbene: con questa barriera magnetica noi non nuociamo a loro, e loro non nuociono a noi.
Quanto manca davvero
Orizzonte stimato: 2-4 anni prima dei primi impianti pilota su spiagge pubbliche, tempi più lunghi per le centrali, dove servono autorizzazioni e test in mare aperto.