C’è una cosa che accomuna la scrittura sumera, quella egizia, quella cinese e quella dei Maya: il momento in cui qualcuno ha inventato il sistema praticamente dal niente, senza copiarlo da nessuno. Nella storia è successo quante volte? Quattro o cinque, forse. O forse sei, se il rongorongo di Rapa Nui dice quello che sembra dire.
La tavoletta si chiama Échancrée: in francese vuol dire “smerlettata”, per via di quella scanalatura sul bordo. È una delle 27 superfici incise con il rongorongo che siano sopravvissute fino a noi, custodita a Roma dal 1869, quando dei missionari cattolici la portarono via da Rapa Nui insieme ad altre 3.
Silvia Ferrara, filologa dell’Università di Bologna, ha condotto la datazione al radiocarbonio su tutte e 4. Tre risultano tagliate tra il XVIII e il XIX secolo. La quarta, l’Échancrée, tra il 1493 e il 1509. Più di 200 anni prima che il navigatore olandese Jacob Roggeveen raggiungesse l’isola, nel 1722.
Il rongorongo, la scrittura che nessuno ha mai letto
Il rongorongo è un sistema di glifi tridimensionali che corre sulle tavolette in direzione alternata, riga per riga, come un solco che va avanti, poi indietro, poi di nuovo avanti eccetera. Oltre 400 glifi distinti sono stati identificati tra i circa 15.000 caratteri sopravvissuti, e nessuno somiglia a qualcosa di conosciuto. Nessun alfabeto europeo, nessun sistema asiatico. Nessun prestito riconoscibile da nessuna parte.
Il problema è che nessuno sa ancora cosa significhino. Il rongorongo scrittura rimane indecifrabile da quando è stato descritto per la prima volta, nel 1864. Il che apre una questione un po’ vertiginosa: stiamo discutendo dell’origine di un testo che non siamo in grado di leggere.
La datazione dell’Échancrée sposta il problema più indietro nel tempo, ma non lo risolve. Il radiocarbonio misura quando l’albero è stato abbattuto, non quando qualcuno ha inciso i glifi sul legno. Ferrara sostiene che usare legno vecchio di secoli per intagliare sarebbe stato poco pratico, il che è ragionevole. Ma il campione è uno su 27. Le altre 23 tavolette non sono ancora state datate: sparse tra musei e collezioni private in Europa, non sempre accessibili.
Un’invenzione rara quanto un pianeta abitabile
Nella storia dell’umanità, i sistemi di scrittura inventati da zero senza derivare da altri preesistente, ve lo scrivevo all’inizio, si contano sulle dita di una mano. Mesopotamia, Egitto, Cina, Mesoamerica. Forse l’Indo. Ogni volta, il contesto era quello di una società complessa, con burocrazia, commercio, gestione delle risorse.
Rapa Nui era un’isola di poche migliaia di persone nel mezzo del Pacifico, a 3.700 chilometri dalla costa cilena. Come abbiamo raccontato quando i droni hanno ricostruito le 30 botteghe separate dei costruttori di moai, era una società frammentata in clan autonomi, senza un vero centro. Che in quel contesto qualcuno avesse elaborato un sistema grafico del tutto originale è, diciamo, inatteso.
Per confronto: quando l’intelligenza artificiale ha ricostruito un inno perduto di 3.000 anni fa dai frammenti cuneiformi sumeri, lavorava su una scrittura decifrata da 150 anni. Il rongorongo non ha ancora nemmeno quello.
Quello che manca per chiudere la questione
La dottoressa Ferrara avrebbe bisogno di datare le tavolette restanti. Non è semplice: alcune sono in musei che non concedono campioni, altre in collezioni private. Il corpus intero è distribuito su 4 diversi continenti, protetto da istituzioni diverse con politiche diverse.
Nel frattempo, l’Échancrée resta l’unico pezzo di legno che dice qualcosa di concreto sull’origine della scrittura rongorongo. E dice qualcosa di concreto senza che si sappia ancora cosa ci sia scritto sopra.
Lo studio sull’Échancrée
Pubblicazione: Ferrara, S., Tassoni, L., Kromer, B. et al., “The invention of writing on Rapa Nui (Easter Island). New radiocarbon dates on the Rongorongo script”, pubblicato su Scientific Reports (2024). DOI: 10.1038/s41598-024-53063-7.