Nei registri fiscali di Meta, i chip destinati ai data center per l’IA hanno un’etichetta diversa da quelli dei data center normali. Gli scaffali sono gli stessi e le schede Nvidia pure, ma sulle tasse la differenza si sente: per il fisco americano i primi fanno parte di un esperimento che potrebbe anche fallire.
Mark Zuckerberg, agli investitori, racconta un’altra storia. Dice che l’IA sta accelerando ogni parte importante del business e che tutti i segnali confermano la scommessa. Voi a chi credereste, alla fine?
Credete ai numeri, va. E i numeri dicono che Meta, la società di Facebook e Instagram, ha ridotto così di 3,6 miliardi di euro il proprio conto con l’erario nel 2025. Lo racconta un’inchiesta del New York Times uscita giusto ieri, il 30 settembre, costruita sui bilanci depositati e su quattro fonti anonime.
Come funziona il credito per la ricerca negli USA
Si chiama Research & Experimentation Tax Credit e nasce nel 1981. Fu il primo anno di Reagan alla Casa Bianca, quando il Congresso temeva che il Giappone superasse l’industria tecnologica americana. È un sussidio che premia chi investe in invenzioni che potrebbero anche non rendere nulla.
Per ottenerlo l’azienda deve superare un test in quattro parti, che dimostri un esperimento vero e non il semplice lancio di un prodotto.
Quasi tutti i grandi gruppi lo incassano sugli stipendi di ricercatori e ingegneri, cioè sulle “persone che inventano”. Sulle forniture il fisco ha sempre guardato storto: nel 2021 un giudice federale negò il credito a un cantiere navale dell’Indiana che costruiva navi di tipo nuovo. Creare un prodotto inedito non basta, serve dimostrare con esperimenti di aver risolto incertezze tecniche precise.
Meta ha preso la strada opposta. Nell’estate del 2024 apriva cantieri di data center in mezza America, e la spesa più pesante erano i chip, che costano, come saprete, migliaia di euro l’uno. Un dipendente ebbe l’idea di usare il credito per ammortizzarla. In finanza qualcuno dubitò che il fisco l’avrebbe accettata, ma dopo qualche mese l’azienda ha proceduto. I soldi delle tasse degli americani hanno iniziato a “coprire” le tasse di Big Tech senza avere alcun vantaggio in cambio.
Cosa c’è di sperimentale in un chip che già funziona? Così, chiedo.
Meta sta davvero provando cose nuove: disposizioni diverse per i rack dei server, modi inediti di collegare migliaia di chip durante l’addestramento. I chip, però, sono la parte più collaudata di tutto il giochino. Da 10 anni muovono l’IA e hanno reso Nvidia la società più preziosa del mondo. Chi ha investito 100.000 euro in azioni Nvidia nel 2016, oggi possiede un controvalore di oltre 16 milioni di euro: avrà voluto dire qualcosa o no?
Gli esperti sentiti dal Times sono scettici con garbo. Andre Shevchuck, consulente della BPM, giudica la tesi di Meta azzardata e ne immagina una versione difendibile solo per un data center costruito per curare il cancro. Alex Sadler, ex avvocato fiscale del Dipartimento di Giustizia, a una conferenza in Virginia si è chiesto se un data center da 9,2 miliardi di euro che fa cose mai fatte conti per intero come una ricerca.
Meta, interpellata dal NYT, non ha spiegato cosa renda sperimentali i suoi data center. D’altra parte, ve l’ho detto: sono sperimentali solo per il fisco. Agli investitori vengono presentati come “solide realtà”, prendo in prestito il celebre slogan.
Quanto vale lo sconto sulle tasse
Parecchio. Il credito di Meta valeva 644 milioni di euro nel 2023, l’anno prima dell’idea sui chip. Nel 2024 è salito a 1,8 miliardi e nel 2025 a 3,6, più di 5 volte e mezzo in due anni. Oggi Meta è la maggiore beneficiaria tra le società quotate.
Per capire la scala conviene un confronto. Il Joint Committee on Taxation, l’ufficio studi sulle tasse del Congresso USA, stima che il credito costerà al Tesoro 29,5 miliardi di euro nel 2025, e Meta da sola ne pesa circa il 12%. Merck, che i farmaci li sviluppa in laboratorio, ha incassato 239 milioni di euro, secondo i conti ripresi da Moneywise: Meta ne prende 15 volte tanto.
Apple, Amazon, Alphabet e Microsoft dichiarano più di 900 milioni di euro l’anno di crediti, in genere sugli stipendi, e nessuna li ha messi tra i rischi per gli investitori. Meta sì. La somma accantonata per le contestazioni fiscali è passata da 11,9 a 17,2 miliardi di euro in due anni (+45%), con le incertezze sui crediti per la ricerca come primo motivo elencato. Il portavoce Andy Stone ribatte che Meta ha investito 184 miliardi di euro in ricerca e sviluppo in 5 anni.
James Shannon, che nel 1981 sponsorizzò la legge, ricorda che serviva a sostenere le persone e le loro conoscenze, non la fabbricazione di oggetti.
I numeri dell’inchiesta, in euro
Pubblicazione: Kashmir Hill, Jesse Drucker, Eli Tan e Mike Isaac, “How Meta Uses A.I. Data Centers to Avoid Billions in Federal Taxes”, New York Times, 30 settembre 2026, ripreso da Yahoo Finance. DOI: non applicabile.
E se il fisco dice no?
Per una società come Meta scommesse del genere di solito pagano: se il fisco insiste si tratta, si patteggia, e spesso si resta in vantaggio. Un contenzioso sullo stesso credito, però, è già aperto. Nel 2013 Meta fece rientrare tra le spese di ricerca 3,8 miliardi di euro di stock option esercitate da Zuckerberg (perché aveva contribuito a inventare software come il News Feed), e ora l’IRS vuole indietro 327 milioni di euro.
Metto io due date vicine, che nell’inchiesta restano separate: nel 2013 il credito copriva le stock option del capo, nel 2024 copre i chip dei data center. Ogni volta Meta cerca questo credito sulla voce di spesa che in quel momento è più grossa. Previsione firmata il 1 ottobre 2026: entro la fine del 2028 almeno un altro grande della tecnologia dichiarerà nei bilanci di aver chiesto il credito per i chip. Il revisore, che ha dato l’ok a Meta e ha già proposto l’idea ad altre aziende, nel frattempo avrà fatto bene il suo lavoro di commerciale.
Nel gennaio 2024 raccontammo che Meta lasciava il metaverso per puntare tutto sull’IA. Allora sembrava una svolta di strategia, oggi ha anche una riga nella dichiarazione dei redditi. Intorno ci sono gli altri cantieri: i chip e i gigawatt di cui scrivevamo a febbraio 2025, il datacenter di Musk che faceva tremare la Silicon Valley, e ognuno ha un conto da pagare.
Alla fine il gesto è piccolo: qualcuno, in un ufficio di Meta, attacca un’etichetta diversa a una cassa di schede Nvidia da qualche migliaio di euro l’una. Cambia la riga della dichiarazione, e con lei il conto delle tasse. Per ora, quell’etichetta regge: chissà, forse la “colla” è anche un po’ l’approccio così “filo governativo”… casualmente proprio di Zuckerberg (Meta) e Huang (NVIDIA), i diretti interessati da questa vicenda.