Un lettore mi ha scritto una cosa che sembra banale e non lo è: “ma se il litio ce l’hanno in mezzo mondo, perché dipendiamo sempre da un paese solo?”. La domanda è giusta, ma la risposta non è comoda: quando si parla di minerali critici, tirare la roccia fuori dal terreno è la parte facile. La parte che chiunque con una ruspa e un permesso può fare.
Trasformare questa roccia in qualcosa che entra dentro un motore elettrico o un radar è un mestiere diverso, fatto di impianti chimici e decenni (non scherzo) di pratica. L’ultimo rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia mette in fila i numeri di questo mestiere, e traccia il ritratto di 10 minerali critici: osservandolo, si capiscono tante cose.
Dieci nomi che ci dicono tanto del prossimo futuro
Rame. Niente di esotico: sta nei cavi di casa nostra da sempre. Solo che adesso servono reti nuove, colonnine e data center, e l’IEA stima 7 milioni di tonnellate di domanda in più entro il 2040. Una miniera nuova ci mette anni ad aprire. Chi ha più miniere di rame già aperte? Cile, Perù, Congo. E poi la Cina, seguita dagli USA a distanza (1,75 milioni di tonnellate prodotte all’anno contro 1).
Litio. Auto elettriche e telefoni su tutto, ma non solo: tra i minerali critici, la domanda di litio sarà più che triplicata entro il 2040. L’Australia scava parecchio, ma i composti lavorati arrivano soprattutto da Cile, Argentina e (ancora una volta) Cina.
Grafite. Senza grafite una batteria al litio non funziona: forma l’anodo, dove gli ioni si depositano durante la carica. Depositi ce ne sono in vari paesi, la purificazione a qualità batteria quasi solo… Indovinate? In Cina.
Cobalto. Allunga la vita delle celle e regge le temperature dei motori aeronautici. Viene quasi tutto dalla Repubblica Democratica del Congo, con la scia di miniere artigianali e lavoro minorile che conosciamo bene. I produttori di batterie provano a ridurlo, il settore aerospaziale non può. A proposito: chi è il partner con la presenza più radicata sul terreno, grazie al celebre “contratto del secolo” del 2008? Si, sempre loro: anche se dallo scorso 8 agosto c’è un divieto di esportazione emesso dal governo congolese che potrebbe essere un primo segnale di incrinatura nei rapporti.
Nichel. Immagazzina più energia senza appesantire la batteria, e poi serve per acciaio inox e turbine. La crescita recente è quasi tutta indonesiana, con impianti alimentati a carbone e scarti che finiscono in mare. La Cina (ma tu guarda) ha di gran lunga più accordi e il controllo dominante sul nichel indonesiano, con circa il 75% della capacità di raffinazione. E anche qui gli Stati Uniti hanno firmato nel 2026 un importante accordo commerciale che apre nuovi spazi.
Terre rare. Sono 17 elementi, 4 dei quali contano davvero parecchio tra i minerali critici: Neodimio, praseodimio, disprosio e terbio fanno i magneti permanenti di motori elettrici, pale eoliche e sistemi di guida. A dispetto del nome non sono veramente così “rare”: separarle una dall’altra, quella è la parte difficile. E chi si trova in vantaggio al momento sugli impianti di raffinazione? Si, esatto. La risposta è sempre quella.
Gallio. Lo troviamo dentro radar, satelliti, apparati 5G e LED e… Nel termometro di mia figlia al posto del mercurio. Si recupera come sottoprodotto della lavorazione di altri metalli, quindi la produzione non si alza a comando. Nel 2023 la Cina ne tirava fuori fino al 98% mondiale. Ora è quasi il 99%, e la Russia aggiunge un 1%: il resto, poche briciole, tra Giappone e Corea del Sud.
Germanio. Serve per fibre ottiche e visori notturni, ed è nelle celle solari per satelliti. È molto duttile, e trova largo impiego sia nelle telecomunicazioni civili che nei sensori militari. Anche in questo caso parliamo di un sottoprodotto: bastano pochi opifici fermi per mandare in sofferenza settori diversi. La Cina, sempre lei, ha di gran lunga più impianti (opifici) di produzione del germanio: controlla circa il 60% della produzione mondiale, seguita a distanza da Canada, Finlandia, Russia e Stati Uniti.
Tungsteno. Il metallo con il punto di fusione più alto in assoluto. Conta più per gli utensili al carburo che tagliano acciaio e titanio che per i prodotti che lo contengono. Il suo prezzo si è moltiplicato per sei fra il 2025 e l’inizio del 2026. La Cina possiede sia le maggiori riserve che la produzione dominante di tungsteno al mondo, con circa l’80% dell’output globale e oltre il 55% delle riserve conosciute.
Tantalio. È il perno centrale dei condensatori piccolissimi che troviamo dentro gli smartphone, i server e gli impianti medici. Se un pezzo non arriva tiene ferma una macchina da milioni di euro. Buona parte di questi minerali critici viene da zone dell’Africa centrale (ancora Congo, vedi sopra, e Ruanda) dove la tracciabilità resta un problema aperto.
Perché i minerali critici non si esauriscono, si strozzano
Giuro, quando ho incrociato i dati con questo elenco ho trattenuto a stento una risata: la situazione è clamorosamente sbilanciata, e traccia un quadro geopolitica di evidenza per me imbarazzante. Anche volendo saltare a pié pari il discorso dell’estrazione, il filo che tiene insieme questi dieci “ritratti” di minerali critici sta dopo la miniera.
Possedere un giacimento è un po’ come possedere la farina senza avere il forno: la roccia diventa valore passando per raffinazione e manifattura, e quella catena la Cina la costruisce da decenni. Oggi è il primo raffinatore per 19 minerali su 20 fra quelli analizzati, con una quota media intorno al 70%.
Nell’aprile 2025 raccontammo la stretta di Pechino sui magneti come un episodio dentro la guerra dei dazi; i numeri di quest’anno dicono che i codici doganali soggetti a controlli export cinesi sono triplicati dal 2023.
Come evolverà questo percorso, secondo voi? Soprattutto: quanti anni è disposti ad aspettare l’Occidente, e a quale prezzo in bolletta, per costruire il forno invece di comprare il pane?
I numeri del rapporto IEA
Pubblicazione: International Energy Agency, “Global Critical Minerals Outlook 2026”, disponibile sul sito dell’Agenzia con licenza CC BY 4.0.
Quanto tempo serve per sganciarsi
Servono 10-15 anni per una diversificazione seria della raffinazione, con qualche risultato parziale prima sulle terre rare, dove impianti negli Stati Uniti e in Malesia hanno già eroso qualche punto di concentrazione.
Gli ostacoli sono il costo del capitale, l’energia e l’acqua che una raffineria richiede, e la manodopera specializzata (che, ad esempio, in Europa manca). In Italia si muove qualcosina sul recupero da rifiuti industriali, come nel progetto laziale InSPIREE, e su progetti con magneti che fanno a meno delle terre rare.