«Direi che Kate ha costruito una cellula. Non credo abbia creato la vita.» Lo ha detto a CNN Drew Endy, bioingegnere di Stanford e cofondatore, con la stessa autrice dello studio, dell’istituto che dovrebbe portarlo avanti. Suona quasi come un complimento con il freno a mano tirato: la cellula sintetica di cui parla si chiama SpudCell ed è appena nata (termine da prendere con le molle, ma se avessi usato “creata” avrei avuto gli stessi problemi) all’Università del Minnesota a partire da appena 150-200 molecole non viventi.
Cosa rende questa cellula sintetica diversa da un batterio
Kate Adamala e Aaron Engelhart hanno preso gocce d’acqua avvolte in un involucro di grasso, il tipo di struttura che in biologia sintetica si studia da anni (ne avevamo parlato con SynBio), e ci hanno infilato dentro il PURE system: un kit minimo di proteine e ribosomi capace di leggere il DNA e tradurlo in altre proteine. Altri gruppi ci avevano già provato, ma senza andare oltre la sintesi proteica di base: mancava sempre il salto verso la crescita e la divisione vere e proprie. Il risultato di Adamala mangia, cresce, replica il proprio genoma e si divide. Ma solo se qualcuno lo nutre a mano ogni dodici ore, tenendolo fisso alla temperatura di 30 gradi. Un batterio vero come l’E. coli, per farvi un esempio, si divide da solo ogni mezz’ora, senza che nessuno debba stargli dietro con la pipetta.
Il preprint di Adamala e Engelhart
Pubblicazione: K. Adamala, A. Engelhart et al., studio non ancora sottoposto a revisione paritaria, reso pubblico sul sito dell’istituto Biotic e ripreso da Science (2026).
Il rifiuto di una rivista dice più del comunicato stampa
Il paper era stato mandato a Cell, una delle riviste più “pesanti” del settore. Un revisore ha bocciato tutto scrivendo che SpudCell “non è vera biologia”: secondo Science, Adamala ha allora girato (sotto embargo, cioè con divieto di pubblicazione) il manoscritto, 190 pagine, ai giornalisti prima ancora di caricarlo sul server di preprint bioRxiv dove i colleghi avrebbero potuto leggerlo e commentarlo. Nel frattempo l’ufficio stampa dell’ateneo lo definiva “la prima cellula sintetica al mondo con un ciclo vitale completo”, senza il condizionale che di solito accompagna un lavoro non ancora passato al vaglio dei pari. Tra chi valuta la scienza da dentro e chi la deve vendere fuori, la distanza è quella tra un dato di laboratorio e una cavolata nel titolo. C’è anche chi, come la biologa computazionale Roseanna Zia dell’Università del Missouri, ha parlato di “risultato sbalorditivo” pur restando fuori dal progetto. Non basta a smentire l’esperimento: basta a ricordare quanto la scienza recente giochi anche sui tempi dell’annuncio, non solo su quelli della verifica.
Chi userà per primo una cellula costruita da zero?
SpudCell non produce da sola le proprie proteine e non evolve: resta, per ora, uno “chassis”: una base su cui costruire. Adamala parla apertamente di bioeconomia, cioè di organismi progettati per un compito preciso invece che selezionati dall’evoluzione, un’idea che si intreccia con altri esperimenti recenti su genomi scritti da zero, come SynMoss, o su tessuti sintetici pensati per sostituire quelli naturali, come il sangue artificiale di qualche anno fa. La differenza è che qui non si parte da una cellula esistente da modificare: si parte dal niente chimico, molecola per molecola, sapendo esattamente cosa c’è dentro fin dal primo istante. È proprio questo controllo totale, dice Adamala, la vera promessa: non imitare la natura, ma capirla abbastanza da poterla “riscrivere su misura”.
Quanto manca a una cellula sintetica utile
Orizzonte stimato: almeno 10 anni, forse mai per un uso su larga scala.
Prima serve una cellula che si nutra da sola e si replichi per molte generazioni, non cinque. I primi beneficiari saranno i laboratori di ricerca farmaceutica, che potranno testare molecole in un sistema del quale conoscono ogni singolo ingrediente. Al momento, senza evoluzione autonoma, ogni funzione nuova va scritta a mano, una per una.
Nel 2010 Craig Venter annunciò il primo organismo con un genoma sintetico, costruito a partire da un batterio che causa un’infezione nelle capre. Sedici anni dopo, la cellula sintetica di Minneapolis non parte più da un batterio ma dal “vuoto”, e arriva quasi allo stesso punto. Dove saremo tra altri 10 anni?