Da ragazzino i documentari di Jacques Cousteau me li guardavo con la faccia appiccicata al vetro della TV (“così diventi cieco, Gianluca!” diceva mia madre) convinto che entro il Duemila avremmo avuto interi habitat sottomarini sul fondo del mare. Il Duemila è passato da un pezzo, i quartieri non si sono visti, e per un po’ ho archiviato la faccenda tra le promesse che il futuro non mantiene.
Poi, la settimana scorsa, un habitat sottomarino chiamato Vanguard è stato posato sulla sabbia a 17 metri di profondità, dentro un santuario marino della Florida.
A calarlo è stata DEEP, azienda che di mare sotto la superficie si occupa da anni. Il Vanguard è un cilindro d’acciaio lungo 10,7 metri e largo 2,5, pensato per ospitare quattro aquanauti fino a cinque giorni di fila. L’hanno fissato al fondo di Tennessee, nelle Florida Keys, dopo aver posato una fondazione sul fondale e agganciato un pontone di supporto in superficie.
Norman Smith, il direttore tecnico, l’ha definita “un’operazione marina coreografata con tante parti in movimento”. Diciotto mesi tra progetto, costruzione e prove per arrivare a quel momento. E fare cosa?
Diciotto mesi per una scatola sul fondo
Quarant’anni: è il tempo passato dall’ultima volta che gli Stati Uniti hanno costruito, testato e messo in mare aperto un habitat abitabile di questo tipo. In mezzo è rimasta Aquarius, la stazione di ricerca della Florida che ancora resiste sul fondo, e poco altro.
Il sogno delle case sott’acqua, insomma, ha avuto una lunga stagione di attese.
Due anni fa, su queste pagine, vi ho illustrato il progetto di DEEP di aprire habitat per turisti entro il 2030; l’anno scorso, quello ancora più ambizioso delle città sottomarine. Oggi sul fondo c’è un prototipo per quattro persone. La distanza tra il rendering di allora e lo scafo d’acciaio di adesso è tutta lì.
I numeri del Vanguard
Operatore: DEEP. Sito: Tennessee Reef, Florida Keys National Marine Sanctuary, a 17 metri (56 piedi) di profondità.
Dati chiave: modulo abitativo di 10,7 × 2,5 metri, quattro aquanauti, missioni da cinque giorni o più. Primo habitat statunitense in mare aperto costruito, testato e installato in 40 anni.
A cosa serve un habitat sottomarino, oggi
Per adesso il mestiere del Vanguard è la ricerca. Vivere accanto al reef, invece di raggiungerlo con brevi immersioni dalla superficie, permette agli scienziati di seguire la salute dei coralli e gli effetti del cambiamento climatico con una continuità che prima era impensabile.
C’è poi la parte sulla prestazione umana: come regge il corpo a giorni interi sott’acqua, una domanda che interessa parecchio anche a chi guarda allo spazio. Il santuario marino e il NOAA appoggiano il progetto. Prima però il Vanguard deve completare i test di accettazione e la certificazione DNV, il bollino di sicurezza indipendente: finché non arriva, a bordo non ci può dormire nessun aquanauta.
Da quattro posti alla città che verrà
DEEP non nasconde l’ambizione. Il Vanguard è un progetto pilota: i dati raccolti serviranno a costruire Sentinel, un sistema modulare più grande, pensato per una presenza umana stabile nell’oceano. Sulla carta è l’inizio di quei quartieri sommersi che aspetto da quando avevo dieci anni: nella pratica, tra un cilindro per quattro persone e una città sott’acqua ci sono di mezzo i soldi, e nessuno per ora ha spiegato chi li mette.
La ricerca la pagano enti e fondazioni, il turismo promesso per il 2030 è un’altra faccenda, e l’abitare vero e proprio di cui parlava Cousteau resta un capitolo senza numeri.
Da Vanguard a Sentinel, i tempi veri
Orizzonte stimato: incerto. Il pilota per la ricerca è adesso; il sistema modulare Sentinel e una presenza umana davvero stabile nell’oceano stanno molto più in là.
Prima servono certificazione e missioni con equipaggio senza intoppi, poi il nodo vero: i costi, e chi li copre. A guadagnarci per primi saranno gli scienziati del reef, poi semmai il turismo d’élite già annunciato. L’oceano abitato per tutti, quello che sognavo davanti alla TV, resta senza data.
Fabien Cousteau, nipote di Jacques, un suo habitat da ricerca lo chiama Proteus e lo immagina così da anni. Il nonno, che quelle case le costruì davvero negli anni Sessanta con la serie Conshelf, non è qui a vedere il primo habitat sottomarino americano in quarant’anni posarsi acquattato sulla sabbia.
Gli sarebbe piaciuto, credo, e insieme gli sarebbe venuto da ridere: mezzo secolo dopo, siamo di nuovo al primo giorno di scuola. Per ora l’oceano lo visiteranno solo pochissimi ricercatori, a gruppi da quattro e con turni di cinque giorni.