Dentro tubi trasparenti spessi pochi centimetri, attaccati all’esterno di un edificio, scorre un liquido verde acqua che borbotta piano, assorbe anidride carbonica e produce ossigeno mentre il sole gli passa attraverso. È Algae Tower, il grattacielo che l’architetto italiano Gianluca Santosuosso ha immaginato per Melbourne, e che si comporta, punto per punto, come farebbe un albero vero: si infoltisce quando fa caldo, e si dirada quando il sole serve dentro casa.
Come funziona la facciata di Algae Tower
Il principio è quello del fotobioreattore: contenitori trasparenti dove acqua, nutrienti e anidride carbonica incontrano la luce solare e alimentano microalghe in crescita continua. In laboratorio questa tecnologia produce già biomassa per biocarburanti; qui diventa la pelle di un edificio per uffici. La densità della coltura non è fissa, cambia con l’esposizione e la stagione, e proprio quella variazione fa il lavoro che di solito tocca a frangisole meccanici o vetri fotocromatici.
In estate, quando il calore aumenta, le microalghe proliferano: la facciata si fa più densa, oscura di più e riduce il carico sui condizionatori. In inverno succede il contrario: meno luce, meno crescita, più trasparenza, più calore che filtra dentro gli uffici a costo zero. Nessun sensore, nessun motore: la biologia stessa regola l’ombra.
Sarebbe fantastico o no?
Certo. coltivare microalghe in un fotobioreattore da laboratorio e farlo su ventimila metri quadrati di grattacielo sono due ordini di grandezza diversi, e chi cura questi impianti sa quanto sia delicato l’equilibrio tra nutrienti, temperatura e contaminazioni. La differenza tra un rendering che respira e una facciata che va pulita ogni sei mesi da un tecnico specializzato, il render non la mostra mai.
Il progetto nasce comunque da un ragionamento serio sul problema reale delle grandi vetrate: guadagno solare eccessivo, bollette di raffrescamento fuori scala, un problema che con le estati più lunghe si aggrava ogni anno. Le torri verdi di Toranomon, a Tokyo, avevano già provato la strada del verde verticale classico; Algae Tower sposta lo stesso principio dal fogliame alla biologia liquida.
Non è la prima facciata ad alghe
Nel 2013 l’edificio BIQ ad Amburgo aveva già montato pannelli a microalghe funzionanti sul campo, non su un rendering. Nel nostro archivio avevamo raccontato un principio simile con le bio-finestre Greenfluidics: la tecnologia di base non è nuova, quello che cambia qui è la scala, un intero grattacielo per uffici anziché un singolo modulo dimostrativo.
Chi produrrebbe, e per chi
La biomassa raccolta dai fotobioreattori diventerebbe materia prima per biocarburanti, un secondo prodotto oltre all’ombra e all’assorbimento di CO2. Su questo fronte c’è già chi lavora sulla resa genetica delle colture, come raccontavamo a proposito di Algaefarm. Restano aperte le domande di sempre: chi si occupa della manutenzione quotidiana, quanto costa sostituire un modulo che si intorbidisce, e se un ufficio in affitto a Melbourne è disposto a pagare quella differenza in bolletta futura.
Ma ve lo immaginate un edificio che, in un pomeriggio d’agosto, si ombreggia da solo mentre dentro qualcuno smette di sudare? :) Se un giorno succederà per davvero, forse smetteremo di chiamarla facciata, e cominceremo davvero a chiamarla pelle.
Quanto ci vuole prima di vederla costruita
Orizzonte stimato: 5-10 anni, chissà se proprio in questa forma esatta. Il concept ha bisogno di un committente disposto a testare una facciata mai costruita su questa scala e di un sistema di manutenzione industriale per le colture. Il costo per metro quadro di questi sistemi, poi, è tutto un’incognita.