Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di ansia, solitudine, calo delle nascite, obesità crescente: problemi raccontati quasi sempre come separati tra loro. Una nuova analisi scientifica firmata da quattro ricercatori tra cui José Yong (James Cook University di Singapore) e Sarah Chan (Singapore University of Technology and Design) prova a metterli sotto lo stesso tetto chiamando in causa l’evoluzione. La lentissima strada che continua mentre il mondo cambia a un ritmo che non le somiglia.
L’idea, in breve, è questa: la mente umana si è formata in gruppi piccoli, fatti di facce conosciute e rapporti quotidiani faccia a faccia. Il mondo di oggi non è così: il mondo di oggi è denso e digitale. Soprattutto, è diseguale. Gli autori chiamano questo scarto “mismatch evolutivo”. In sintesi: portiamo dentro di noi degli istinti tarati su un contesto che non esiste quasi più.
L’evoluzione dietro il confronto continuo
La parte più interessante di questa teoria riguarda la competizione. Da sempre ci confrontiamo con chi abbiamo intorno: un meccanismo che aiutava a capire il proprio posto in un gruppo di persone conosciute. Oggi lo stesso istinto viene attivato da un flusso continuo di vite altrui curate, montate, filtrate, artefatte, spesso di sconosciuti visti su uno schermo.
“La competizione non è una novità, ma la vita moderna può farla sentire costante”, ha spiegato Yong in una dichiarazione. Un’ottica evolutiva aiuta a capire perché reagiamo così intensamente al confronto, anche quando i segnali arrivano da estranei.
Vale la pena dirlo subito: l’analisi non porta dati nuovi, ma riorganizza ricerche già esistenti. E aggiunge questo mismatch evolutivo come lente in più, accanto a quelle psicologiche, sociali ed economiche già usate per leggere questi disagi. Gli autori stessi lo definiscono un passo preliminare, da mettere alla prova con ricerche sul campo.
Il lavoro di Yong e Chan in due dati
Pubblicazione: Jose C. Yong, Amy J. Lim, Edison Tan, Sarah H. M. Chan, “Evolutionary Mismatch, Stress, and Competition: Making Sense of Psychosocial Problems in the Polycrisis Era”, pubblicato su Behavioral Sciences (2026). DOI: 10.3390/bs16050650.
Perché non basta dire “sii più resiliente”
Da questa lettura discende una conseguenza pratica, forse la parte più scomoda del lavoro. Se è l’ambiente ad attivare istinti antichi in modo poco funzionale, non basta chiedere ai singoli di “diventare più resistenti allo stress”. La responsabilità, in parte, finisce sulle spalle di chi progetta città, uffici, piattaforme digitali.
“Stress, solitudine e ansia vengono spesso trattati come problemi personali”, ha detto Sarah Chan, “ma potrebbero riflettere una discrepanza tra gli ambienti in cui viviamo e le condizioni per cui la nostra mente si è evoluta.”
Qui il discorso si sposta su un terreno più scivoloso di quanto sembri. Gli autori lavorano nelle rispettive Università su design urbano e benessere. Sostengono che in sé la densità abitativa non porti da sola a stress e alienazione: conta se un ambiente si percepisce affollato o difficile da orientare. Più verde e legami di comunità più solidi: questo, dicono, potrebbe alleggerire la pressione senza ridurre la densità (a Napoli siamo a metà strada, e lo resteremo a lungo se continuano a tagliare alberi). Sono indicazioni ragionevoli, ma restano generiche quanto basta da non costare nulla a chi dovrebbe metterle in pratica. Nessuna cifra su chi paga il verde in più. Nessuna amministrazione citata come esempio concreto. La teoria individua un colpevole diffuso, il design degli ambienti, e lascia agli altri il compito di trovare i soldi.
Resta un dettaglio da tenere a mente, quasi un controsenso. L’evoluzione biologica cambia in migliaia di anni. L’ambiente digitale cambia in mesi. Nessuna generazione di ricercatori riuscirà mai a stare davvero al passo con lo squilibrio che sta studiando. Yong e Chan lo sanno, e infatti non promettono soluzioni: promettono solo uno sguardo un po’ più onesto su perché ci sentiamo, tutti quanti, leggermente fuori posto in case che pure abbiamo costruito noi.