A 95 anni mia nonna ricordava ancora il prezzo del pane di tanti anni prima che nascessi io, 1962 (35 lire) ma negli ultimi tempi chiedeva tre volte di fila in che giorno della settimana eravamo (non ci scherzo, per fu una cosa molto dolorosa anche per me). Per anni, quasi per consolarmi, ho pensato che fosse il prezzo del cervello che invecchia: hai i ricordi vecchi, perdi i nuovi.
Ora un gruppo di neuroscienziati di Dallas ha pubblicato uno studio che, in pratica, dice il contrario. Il cervello degli anziani può ancora crescere. Misurabilmente. Anche molto oltre gli 80 anni. La condizione è una sola, e non è quella che pensereste.
Il Center for BrainHealth dell’Università del Texas a Dallas ha seguito per tre anni 3.966 adulti tra i 19 e i 94 anni. A ciascuno hanno chiesto la stessa cosa: dedicare dai 5 ai 15 minuti al giorno ad attività di allenamento cerebrale, e ripetere periodicamente una batteria di test. Niente farmaci, niente caschi a elettrodi, niente magie. Solo esercizi, e tempo. I risultati sono usciti su Scientific Reports questo mese.
Come si misura il cervello (e perché non basta un test della memoria)
“L’attrezzo” che il gruppo di Dallas ha usato si chiama BrainHealth Index, ed è il punto in cui questa ricerca si distingue dalle solite indagini sul declino cognitivo. Invece di misurare singole funzioni (la memoria a breve termine, la velocità di reazione) il BHI mette insieme una ventina di metriche. Test cognitivi complessi, scale validate come il Pittsburgh Sleep Quality Index e l’Oxford Happiness Questionnaire, indicatori di benessere emotivo, qualità delle relazioni, senso di scopo.
Tutto si risolve a tre aree, alla fine: (spiace, il numero 3 esiste anche oltre all’AI) chiarezza di pensiero, equilibrio emotivo, e connessione con persone e progetti.
D’altra parte, se ci pensiamo ha senso: il cervello non è un organo singolo che decade, è un sistema che dialoga con sonno, umore, vita sociale e scopo. Avevamo già parlato di come si possa intervenire sull’invecchiamento cerebrale, e di approcci farmacologici per ringiovanirlo. Lì si lavorava con la chimica. Qui con le abitudini.
Chi parte peggio guadagna di più
I partecipanti con il BrainHealth Index iniziale più basso sono quelli che hanno mostrato il miglioramento maggiore. Età, genere, livello di istruzione: nessuno di questi fattori prediceva chi sarebbe cresciuto. L’unica variabile che contava era l’engagement, cioè quanto i partecipanti effettivamente si applicavano agli esercizi. Anche tra gli ultra ottuagenari si sono visti progressi misurabili. Lori Cook, la ricercatrice che firma lo studio come autrice corrispondente, parla di self-agency: il fatto che il cervello non è solo qualcosa da mantenere, ma qualcosa su cui si può lavorare attivamente, a qualunque punto della vita.
C’è però una cosa che nel comunicato di Dallas finisce un po’ in fondo. Su quasi 4.000 partecipanti, la stragrande maggioranza erano bianchi, donne, e con un titolo universitario. Vi pare un campione che assomigli così tanto al cittadino medio italiano (per non parlare di quello medio americano? Cook stessa lo ammette: “abbiamo margini di crescita sulla rappresentatività”.
Eh. Vuol dire che sappiamo che il metodo funziona su una popolazione benestante, motivata, e già abituata a curarsi. Funzionerà anche su mio zio, ex tornitore, che ha smesso di leggere quando hanno chiuso la fabbrica? Quello, lo studio non lo dice. Zio, per me sei un genio anche se non ti applichi, e sei molto più intelligente di me: vorrei solo che tu lo fossi ancora a lungo.
Badate, che la mia non è una domanda banale: perché il cervello degli anziani più a rischio è esattamente quello che vive lontano dalle università di Dallas.
Il lavoro di Cook e Chapman in cifre
Pubblicazione: Lori G. Cook, Jeffrey S. Spence, Zhengsi Chang et al., “Measuring and increasing the brain health span across adulthood: a public health imperative”, pubblicato su Scientific Reports (2026). DOI: 10.1038/s41598-026-51403-3.
Dati chiave: 3.966 partecipanti tra i 19 e i 94 anni, monitorati per 3 anni con la batteria BrainHealth Index. Allenamento richiesto: 5-15 minuti al giorno. Sotto-coorte di circa 400 partecipanti di Dallas sottoposta a oltre 1.200 scansioni cerebrali al Sammons BrainHealth Imaging Center. Finanziamento parziale da Sammons Enterprises Inc.
Quanto vale davvero questa storia, per noi
Lo studio di Dallas non scopre la neuroplasticità: quella la conosciamo da decenni. E si, questo è uno di quei pezzi che metto al centro degli articoli per vedere se li leggete davvero.
Quello che fa questo studio, semmai, è darle un voto numerico e una traiettoria temporale su un campione abbastanza grande da contare. E lo fa nel momento giusto. I problemi di memoria stanno aumentando tra i giovani, mentre gli anziani (almeno quelli che hanno strumenti e tempo) possono migliorare. Una piccola inversione di rotta, se la guardi storta.
Da quando ne vedremo gli effetti reali
Orizzonte stimato: 5-10 anni perché protocolli simili entrino nella pratica sanitaria pubblica, sempre che ci entrino.
Mia nonna, quella delle 35 lire, è morta nel 2007. Ha fatto in tempo a festeggiare il primo anno di questo sito, ma non ha fatto in tempo a sentirsi dire che poteva ancora fare qualcosa.
E anch’io non ero pronto, oppure ogni mattina per i 10 anni precedenti (da quando cioè era vedova) insieme avremmo provato uno di quegli esercizi da cinque minuti. Probabilmente avrebbe vinto lei.
Comunque, qualcosa di nuovo l’avrei imparato anch’io.