Per cinquanta lunghi anni i neuroscienziati hanno fatto più o meno la stessa cosa: aprire crani (figurati o veri), guardare dove si accendono le luci quando pensiamo, ricordiamo, riconosciamo una faccia, e segnare il punto sulla mappa. Con il tempo, questa mappa è diventata enorme, dettagliatissima. Però la mappa, da sola, non spiega come miliardi di cellule diventino la voce che adesso vi sta leggendo dentro la testa. Un gruppo di ricercatori dell’Università Eötvös Loránd di Budapest, in un preprint pubblicato su arXiv, ha provato un approccio fuori asse: invece di guardare dove stanno fisicamente i neuroni di un moscerino della frutta, hanno guardato come si parlano fra loro. Poi hanno preso quella rete di chiacchiere e l’hanno proiettata in uno spazio matematico curvo, dove la geometria del cervello assomiglia più a un ventaglio che a un cubo. Ed è venuta fuori una cosa molto, molto interessante.
La mosca sopra l’anguria, e i suoi 139.000 neuroni
Drosophila melanogaster, il moscerino che d’estate ronza sopra la frutta lasciata troppo tempo al sole, ha circa 139.000 neuroni. Il nostro cervello ne ha 86 miliardi. Confronto impietoso: il moscerino sta a noi come una panchina sta a un grattacielo. Eppure questo moscerino è uno dei pochissimi esseri viventi di cui esista una mappa completa di tutte le connessioni neuronali, il cosiddetto connettoma.
La mappa è stata pubblicata su Nature nel 2024, dopo dieci anni di lavoro del consorzio FlyWire. Roba di precisione certosina: sinapsi per sinapsi.
Bendegúz Sulyok e colleghi hanno preso questa mappa e si sono fatti una domanda strana: cosa succede se smetto di disegnarla su un foglio piatto e la metto in uno spazio “negativamente curvo”? In termini terra terra: uno spazio dove più ti allontani dal centro più lo spazio si espande, invece di restare costante. Una geometria che a scuola non ci hanno insegnato, ma che descrive bene tante cose del mondo reale, come internet, le reti sociali, gli ecosistemi.
Cosa è successo quando hanno cambiato spazio
Riconsiderando la geometria del cervello sono apparse cose che la mappa piatta nascondeva. I neuroni che fanno da grandi snodi di traffico, quelli che smistano informazione in tutto il cervello, si sono raggruppati al centro. Quelli specializzati (i neuroni visivi che individuano l’anguria a un metro, i motori che decidono come schivare la mano umana che cerca di schiacciare l’insetto) si sono distribuiti lungo il bordo. Neuroni fisicamente lontani nel cervello del moscerino, ma che fanno mestieri simili, si sono trovati vicini nella nuova mappa. Come dire: la posizione fisica non c’entra molto, quello che conta è la mansione.
Sulyok spiega che nella rappresentazione tridimensionale standard la disposizione fisica è visivamente affollata, e così oscura il modo in cui i segnali viaggiano davvero nel sistema. Lo spazio curvo, invece, mostra l’architettura nascosta. I ricercatori hanno svolto una serie di test matematici per verificare che non fosse solo un bel disegno: ne sono usciti meglio dei modelli convenzionali. Quindi non è solo un trucco grafico. È, plausibilmente, qualcosa di reale.
Scheda Studio
Pubblicazione: Bendegúz Sulyok, Sámuel G. Balogh, Gergely Palla, “Network geometry of the Drosophila brain”, preprint pubblicato su arXiv (sottomesso il 18 febbraio 2026, non ancora sottoposto a peer review). Affiliazione: Eötvös Loránd University, Budapest.
“Forse abbiamo sempre letto la mappa sbagliata”
A questo punto la domanda diventa obbligatoria: e noi? Il cervello umano è 600.000 volte più grosso di quello del moscerino. Ma il moscerino, dice Sulyok, potrebbe essere semplicemente il primo posto dove abbiamo notato questa geometria ‘nascosta’ del cervello:
“Ci aspettiamo che i nostri risultati valgano anche per i cervelli umani.”
Ramses Alcaide, neuroscienziato e amministratore delegato della società Neurable, lo dice in modo più diretto: la cognizione vive nel flusso, non nella posizione. L’anatomia ti dice dove stanno le cose. La geometria della rete ti dice come l’informazione scorre davvero. I cavi ti dicono cosa può connettersi, non ti dicono mica perché certi schemi di connessione producano un pensiero, un’attenzione, una consapevolezza.
Sulyok stesso, va detto, è il più cauto dei tre. Ribadisce che lo studio non parla di coscienza, ma di struttura. Però osserva, di passaggio, che il cervello umano mostra caratteristiche modulari e gerarchiche simili a quelle del moscerino. Le stesse che lo spazio curvo descrive bene. Se l’osservazione regge anche su cervelli più grandi (e questo, oggi, è un “se” grosso) allora la coscienza potrebbe non vivere in una zona, in un’area, in un punto. Ma in una geometria invisibile sopra di esse. Una specie di codice sorgente che le aree del cervello eseguono senza saperlo.
Il moscerino sull’anguria, va detto, di tutto questo non sa niente. Sta solo cercando da mangiare, e la sua piccola architettura nascosta intanto continua a girare.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 15+ anni per la conferma sui cervelli di mammifero.
Per dire qualcosa di solido sui cervelli umani serve un connettoma umano completo, e oggi non esiste: il più ambizioso (un millimetro cubo di corteccia umana) ha richiesto anni e produce dati ingestibili senza algoritmi che ancora stiamo affinando.
Anche se la geometria iperbolica del cervello si rivelasse universale in tutti gli esseri viventi, le applicazioni pratiche (diagnosi di disturbi della coscienza, interfacce cervello-macchina, capire i disturbi neurodegenerativi) sono lontane: prima ci aspettano dieci-quindici anni di matematica del cervello, poi forse la traduzione clinica. Chi ne beneficerà per primo? La ricerca accademica e le aziende di neurotecnologia, in quest’ordine. Il paziente, molto dopo.
Sulla mia scrivania ho un grafico che mostra il connettoma umano stimato: 100 trilioni di sinapsi. Una cifra che non ha senso scrivere, e infatti nessuno la sa visualizzare. Magari il segreto è proprio questo: che il numero, da solo, non dice nulla, perché la coscienza non vive nei nodi. Vive nella forma che i nodi disegnano nello spazio dove non possiamo guardarli.
Insomma: la cosa più importante della nostra testa sta in un posto, o da nessuna parte di preciso? Olaf Sporns, uno dei padri della neuroscienza delle reti, lo dice da anni. Karl Friston lo dice da anni. Giulio Tononi, con la sua teoria dell’informazione integrata, pure lo dice da anni.
Pierre Teilhard de Chardin scrisse che il pensiero è un fenomeno geologico. Forse aveva inquadrato il piano sbagliato: non è geologico, è geometrico. Anche se nella foto sul retro del suo libro più famoso sembra uno che non avrebbe gradito il paragone con un moscerino sull’anguria.
Già, il moscerino: mappato e ripiegato in uno spazio curvo, sembra dargli ragione. Senza saperlo, ovviamente. Lui, chiamalo fesso, pensa solo all’anguria.