“E gli alberi?” “Eh, li hanno tagliati.” “Tutti?” “Quasi.” È un dialogo, quello sul taglio degli alberi, che in queste settimane si ripete tra le persone per strada un po’ ovunque. A Roma, in mezza Firenze, a Napoli, a Bologna.
Lo fanno mentre fuori il termometro segna 38 gradi a Bologna, 41,9 a Saarbrücken, 44 in Francia centrale, e l’OMS il 23 giugno ha dichiarato emergenza sanitaria su 53 Paesi: 17 città italiane in bollino rosso, col picco previsto lunedì 29 giugno a +40 in Pianura Padana e zone interne della Sardegna.
Una conversazione, quella che ho “ricostruito”, tra cittadini increduli che si guardano intorno e trovano un viale pieno di tronchi mozzati. Non voglio entrare qui sulla causa di queste ondate di calore (la posizione mia, in breve, è che la componente antropica ci sia eccome, e di questo abbiamo parlato fino a sfinire chiunque). Il punto è un altro, e soprattutto in Italia ce l’abbiamo dentro casa.
Altrove, invece, qualcuno sta facendo il contrario
Miami ha nominato un funzionario apposito per il caldo già nel 2021, Parigi ha portato le sue “isole rinfrescanti” da poco più di 800 nel 2019 a oltre 1.400 nel 2026 (parchi, piscine pubbliche, edifici climatizzati liberamente accessibili, una mappa digitale per trovare la più vicina, 4-7 gradi Fahrenheit in meno).
Marsiglia, in questi stessi giorni di canicola mediterranea, ha individuato 300.000 piantine e 8.000 alberi adulti da mettere a dimora in città, perché il sindaco di un porto mediterraneo sa che il sole, lì, arriva uguale ai turisti e ai residenti. Nantes ha tirato fuori dalla soffitta una pratica ottocentesca, il Blanc de Meudon, una polvere di gesso mescolata ad acqua che si dipinge sui vetri delle scuole per rifletterne la luce: roba di mestiere, niente di sofisticato, ma funziona.
E noialtri, a parte terrorizzarci per le temperature estreme (o addirittura negarle) che facciamo?
Cosa succede da noi nel frattempo
A marzo 2026, mentre il meteo iniziava già a tirare verso l’alto, l’associazione CURAA (Cittadini Uniti per Roma i suoi Alberi e Abitanti) ha denunciato il taglio di lecci a Castel Sant’Angelo e di platani secolari in Via Barletta (non so se avete presente la zona: è dentro le Mura Aureliane, in un asse che va dai Fori Imperiali al Gianicolo passando per Viale Mazzini). Erano alberi sani, secondo l’associazione: tutti abbattuti spesso senza perizie agronomiche pubbliche, senza delibere ben tracciabili, e in molti casi senza il rispetto delle norme paesaggistiche.
Tre mesi dopo, nello stesso punto dove fino al 2025 cadeva un’ombra continua, l’asfalto della stessa Via Barletta a mezzogiorno tocca i 55-60 gradi superficiali rilevati da Sentinel-3 dell’ESA sulle nostre città il 23 giugno scorso.
E poi c’è anche chi ironizza dicendo che la temperatura al suolo è una fesseria: no, non lo è. È un parametro chiave per modellare il sistema climatico, e se uno scrive che i 55-60 gradi sono “calore percepito”, quello è un problema di disinformazione.
Roma capitale conta oggi 312.000 alberi per 2,8 milioni di abitanti: un numero ben al di sotto della soglia minima di uno-a-uno prevista dai Piani del Verde nazionali. Cernita ulteriore: 119.000 sono lungo le strade, 15.000 nei giardini scolastici.
Taglio degli alberi, diffidate dalla parola “potatura”
In Italia, da una quindicina d’anni, questa parola è diventata uno scudo lessicale dietro cui passa di tutto, dalla capitozzatura selvaggia all’abbattimento puro travestito da “intervento di messa in sicurezza”. Il DM 63/2020 vieta le capitozzature e prescrive interventi corretti, ma (questo è un punto cruciale) non prevede sanzioni efficaci.
La Convenzione di Aarhus, ratificata dall’Italia nel 2001, obbligherebbe a informare e coinvolgere i cittadini prima di trasformazioni ambientali significative: la commissione del 1° Municipio ha zittito, secondo i verbali pubblici, la storica dell’arte Annarosa Mattei Strinati e l’architetta Annamaria Affanni quando provavano a intervenire. E vogliamo parlare delle brillanti operazioni architettoniche a Napoli, con l’area di Piazza Municipio, dal palazzo del Comune al mare, al momento tramutata in una immensa colata di cemento? C’è da interrogarsi parecchio sull’approccio delle nostre città al tema della resilienza al calore.
La cifra che pochi raccontano
Uno studio del CNR-IRET e della SUNY-ESF di New York, pubblicato su npj Urban Sustainability, ha quantificato il futuro che potrebbe essere: portare la copertura arborea al 30% in dieci città italiane riduce in modo “significativo” l’impatto delle ondate di calore.
Marco Morabito del CNR-IBE è ancora più chirurgico: un aumento del 5% della copertura arborea comunale abbassa di oltre mezzo grado la temperatura media superficiale. Fatti i conti, c’è un margine di quattro-cinque gradi sul tavolo, esattamente quei gradi che il World Weather Attribution ha calcolato come aggiunti dal cambiamento climatico antropico all’ondata in corso (+3,8°C a Milano, +4°C a Saragozza, dato pubblicato il 25 giugno).
Tradotti in termini di salute: 212 decessi attribuiti al caldo in Spagna tra domenica e mercoledì, e ben 40 annegamenti circa in tutta la Francia (!) di gente che tentava di rinfrescarsi. Per qualcuno, cinque gradi in meno grazie all’ombra di un platano possono fare la differenza fra stare bene e finire in ospedale.
Nel 2024 vi ho raccontato di Medellín, che ha abbassato le temperature di 2°C in tre anni grazie ai suoi 36 corridoi verdi. Una città della Colombia: nessuno venga a dirmi che sono modelli irripetibili, niente paragoni con l’Olanda o coi norvegesi. La “plata” colombiana, a quanto pare, in questo è stata spesa meglio di come facciamo noi. Tre anni dopo, nelle stesse settimane in cui Parigi mappa le sue isole rinfrescanti e San Diego, Milano e Jakarta riprogettano i loro tessuti urbani, qualcuno a Via Barletta fa a pezzi un platano del 1925 perché “le radici sollevano l’asfalto”. Davvero la conversazione si è ridotta a questo? Mentre la Pianura Padana, lunedì, sarà sopra i 40 gradi?
Perché il taglio degli alberi va trattato come un reato
Ripeto: come un reato. Ora mi direte di tutto, forse qualcuno mi darà del fanatico: resto della mia idea. Questo non è, anzi: non deve essere un illecito amministrativo da multa cosmetica, o la violazione di un regolamento comunale che il comune stesso non si premura di applicare.
Esiste già il framework legale: il codice dei beni culturali, le norme paesaggistiche, l’articolo 9 della Costituzione che tutela il paesaggio. Manca solo la conseguenza penale per chi, pubblico amministratore o privato, abbatte un albero adulto in zona urbana fuori dai casi di reale pericolo documentato da perizia indipendente. Un platano centenario non è un arredo urbano sostituibile, Santi Numi: è un’infrastruttura sanitaria. Toglierlo durante un’emergenza sanitaria dichiarata dall’OMS dovrebbe valere quanto smontare un condizionatore in un reparto di terapia intensiva durante un picco di 40 gradi.
La logica obietterà: e i danni dalle cadute? Esistono perizie agronomiche serie, esiste il tree climbing, esistono l’i-Tree e il portale SuPerAlberi per calcolare il valore economico di ogni esemplare.
Un albero adulto urbano vale, in servizi ecosistemici, tra 5.000 e 50.000 euro l’anno. Tagliarne uno per evitare una richiesta di risarcimento ipotetica equivale, in termini di bilancio comunale puro, a vendere un quadro per pagare la cornice.
I numeri sul tavolo
Lo studio: CNR-IRET e SUNY-ESF, copertura arborea urbana e isole di calore in dieci città italiane, npj Urban Sustainability, 2025. Coordinatore del filone CNR-IBE: Marco Morabito.
Dati chiave: portare al 30% la copertura arborea riduce in modo significativo l’effetto isola di calore; +5% di copertura = -0,5°C di temperatura superficiale media. Roma: 0,11 alberi per abitante (Piano del Verde fissa la soglia minima a 1). Marsiglia 2024-2026: 300.000 piantine + 8.000 alberi adulti previsti. Parigi: 1.400+ isole rinfrescanti (erano 800 nel 2019).
Cosa servirebbe davvero
Tre cose, semplici e applicabili da domani mattina.
Prima: ogni abbattimento autorizzato per legge, comunque va sottoposto a doppia perizia indipendente (una del comune, una di un agronomo iscritto all’albo e scelto per sorteggio).
Seconda: ogni albero abbattuto in città non va compensato da una piantina di tre anni, ma da un esemplare adulto trapiantato. Il costo? A carico del responsabile della decisione.
Terza: chi autorizza tagli ingiustificati durante un’allerta meteo di livello 2 o 3 risponde penalmente. Come risponderebbe chi sospende l’erogazione idrica durante un incendio.
Non sto chiedendo nulla che non esista già altrove in Europa: la Germania ha una legge chiamata Baumschutzverordnung dal 1981, la Francia ha un périmètre de protection per gli alberi monumentale, e potrei continuare con gli esempi.
I tempi reali per vederlo accadere
Orizzonte stimato: almeno 7 anni per un quadro normativo penale serio sugli alberi urbani. Forse mai, se la pressione dei comitati locali non diventa una pressione politica nazionale.
Piantare alberi adulti costa, certo, ma costa molto meno di mezzo grado di temperatura in più sulle bollette sanitarie. Il taglio degli alberi urbani, invece, porta più danni che risparmi.
Il problema è che la classe politica di ogni colore ha smesso da tempo di pensare oltre il proprio mandato. È tutto un fiorire di appalti per “riqualificazione urbana” e di progetti immobiliari che vogliono parcheggi al posto delle radici. Tante chiacchiere sulla sostenibilità, ma nei palazzi di chi governa, in fondo, c’è l’idea che un albero sia un fastidio invece che una (vera) opera pubblica.
Mi piacerebbe finire questo pezzo con un calembour, una battuta. Non ce la faccio, non con 41 gradi e i bollettini dei morti che arrivano dalla Spagna. A Via Barletta i platani li avevano piantati nel primo Novecento perché qualcuno aveva pensato che la città fosse degli abitanti e non dei suoi futuri amministratori. Una visione lunga.
Cento anni dopo c’è il moncone, c’è la motosega ferma sul marciapiede, c’è il cartello “lavori in corso” che dura tre settimane e poi sparisce con l’albero.
Si, amici, poi (ri)parleremo delle origini della crisi climatica, ma intanto sulle conseguenze io ve lo ribadisco: bisognerebbe rendere un crimine il taglio degli alberi nelle città italiane. Senza eccezioni e senza scuse. E poi, semmai, riparlarne tra dieci anni quando una qualche giustizia avrà fatto il suo corso e sui marciapiedi rinati di Roma e Napoli cammineremo di nuovo all’ombra.
Quaranta gradi al sole, ventotto all’ombra. E in culo anche il Jazz, come scriveva Baricco.