C’è un foglio A4 incorniciato nell’ufficio del ricercatore INGV Vito Marchitelli, a Potenza. Sopra c’è la stampa di un grafico: vent’anni di dati del satellite SOHO su un asse, e sull’altro tutti i terremoti di magnitudo superiore a 5.6. Le due curve si inseguono con un ritardo di circa 24 ore. Marchitelli lo guarda da quando lo ha pubblicato su Scientific Reports nel 2020 e ancora non è sicuro di capire esattamente perché il grafico segua esattamente questo andamento.
Questo è il punto di partenza della conversazione che ha ripreso vita questa settimana, dopo il doppio terremoto in Venezuela del 24 giugno (magnitudo 7.2 e 7.5, oltre 5.300 morti secondo le stime più recenti) e il sisma di magnitudo 7.4 a San José del Palmar, in Colombia, avvenuto ieri.
Due eventi gravi in meno di due mesi nella stessa regione caraibica, e immancabilmente qualcuno ha guardato in su, verso il Sole, chiedendosi se ci fosse un collegamento. La risposta onesta è: forse, in un senso molto specifico, e con molto che ancora non torna.
Vent’anni di dati e una correlazione che non si lascia ignorare
Lo studio di Marchitelli, Harabaglia, Troise e De Natale (tutti ricercatori dell’INGV, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) ha analizzato i dati del satellite SOHO (NASA/ESA) dal 1996 al 2016. Quello che hanno trovato è statisticamente imbarazzante, nel senso buono: una correlazione tra la densità di protoni solari e l’occorrenza di grandi terremoti con una probabilità di errore inferiore a 10⁻⁵. In termini pratici, significa che c’è meno di una possibilità su 100.000 che quella curva sia casuale. E la correlazione aumenta all’aumentare della soglia di magnitudo considerata: più il terremoto è grande, più il segnale si accentua.
Il meccanismo ipotizzato è indiretto: i picchi di flusso protonico potrebbero generare un differenziale di potenziale elettrico tra ionosfera e litosfera, e da lì, attraverso l’effetto piezoelettrico nelle rocce (le faglie contengono quarzo, che è piezoelettrico per natura), aggiungere un piccolo stress meccanico lungo le zone di faglia già vicine alla rottura.
Il Sole, in questa lettura, non rompe niente da solo: dà l’ultimo millimetro a qualcosa che si stava già rompendo.
Il problema (e qui la curva del grafico di Marchitelli smette di essere implacabile) è che nessuno ha ancora dimostrato che questo meccanismo funziona davvero a quelle intensità di campo. Una ricerca citata dagli stessi autori ha mostrato che le correnti elettriche prodotte dai processi solare-terrestri in condizioni reali sono troppo, troppo deboli per innescare variazioni di stress sismicamente rilevanti nelle rocce. La correlazione statistica c’è. La catena causale fisica, per ora, fa acqua.

Il lavoro di Marchitelli e colleghi, in breve
Pubblicazione: Marchitelli V., Harabaglia P., Troise C., De Natale G., “On the correlation between solar activity and large earthquakes worldwide”, pubblicato su Scientific Reports (Nature, 2020). DOI: 10.1038/s41598-020-67860-3.
La strada del calore: il secondo filone, quello di Tsukuba
Un approccio diverso è arrivato nel 2025 dall’Università di Tsukuba, in Giappone. Matheus Henrique Junqueira Saldanha e i suoi colleghi avevano già osservato nel 2022 una correlazione tra i cicli delle macchie solari e la frequenza dei terremoti.
Poi hanno costruito un modello computazionale per capire il perché, e la risposta che è emersa è meno esotica: il calore. Durante il massimo di attività solare, l’irraggiamento aumenta quel tanto che basta da alzare la temperatura superficiale terrestre di 0,1-0,2°C. Un valore che, detto così, fa quasi ridere. Ma nelle rocce della crosta superiore anche variazioni di temperatura contenute alterano le proprietà meccaniche del materiale (la presenza d’acqua, o la pressione nei pori delle faglie) e questi effetti si sommano a stress tettonici già molto elevati.
Lo studio, pubblicato su Chaos (AIP Publishing), ha verificato che includere le temperature superficiali nei modelli predittivi migliora l’accuratezza previsionale, soprattutto per i terremoti superficiali nella crosta superiore. Ha senso fisicamente: caldo e acqua agiscono sugli strati in cima, non su quelli profondi dove nascono i grandi sismi di subduzione.
Il modello di Tsukuba riguarda quindi un meccanismo sottile, stagionale, statisticamente visibile solo su scale temporali lunghe. Niente di paragonabile a una previsione del tipo “domani trema il Giappone perché oggi c’è un brillamento solare”.
Il terzo filone: la ionosfera e i segnali prima del sisma
C’è poi un terzo campo di ricerca, quello che studia la cosiddetta Lithosphere-Atmosphere-Ionosphere Coupling (LAIC): l’idea che la crosta terrestre, l’atmosfera e la ionosfera siano un sistema accoppiato, e che perturbazioni in uno dei tre livelli si riflettano sugli altri. In questo quadro il Sole non è l’innesco diretto del terremoto, ma può disturbare la ionosfera in un momento in cui una faglia è già in stato di stress avanzato, e quel disturbo (attraverso campi elettrici indotti) potrebbe abbassare la soglia di rottura.
Un modello proposto da ricercatori dell’Università di Kyoto nel 2026 ha provato a mettere i numeri a questo meccanismo, calcolando che disturbi ionosferici legati a grandi brillamenti solari potrebbero generare pressioni elettrostatiche nell’ordine dei megapascal all’interno dei microvuoti nelle rocce fratturate.
I ricercatori sottolineano che questo non implica causalità diretta: serve che la faglia sia già vicina al punto di rottura. Viene citato, fra i casi recenti, il terremoto di Noto in Giappone del 2024, avvenuto in un periodo di intensa attività solare: ovviamente anche questo non prova niente, ma è abbastanza da tenere aperta l’ipotesi.
Lo stesso progetto CSES-LIMADOU, una cooperazione italo-cinese che ha messo in orbita un satellite per monitorare le perturbazioni ionosferiche in relazione alla sismicità, nasce proprio da questo filone. Come potete vedere l’Italia, in questo campo, è tutt’altro che spettatrice.
Perché i sismologi restano scettici
Tom Parsons, geologo dello USGS (l’agenzia scientifica governativa statunitense che, tra i suoi molti compiti, monitora e studia i terremoti in tutto il mondo) ha sintetizzato l’obiezione principale in modo piuttosto chirurgico: i terremoti non si distribuiscono in modo casuale perché un terremoto ne innesca spesso un altro (le scosse di assestamento, ma anche sequenze più complesse). Togliere le repliche dal catalogo e poi cercare una correlazione con l’attività solare produce risultati molto diversi da quelli ottenuti sul “catalogo grezzo”.
E visto che la non-casualità della distribuzione sismica è spiegata già benissimo dalla geofisica interna (accumulo di stress tettonico, interazione tra faglie, fluidi crostali) l’ipotesi solare deve dimostrare di aggiungere qualcosa, non solo di sovrapporsi.
L’attività sismica in Venezuela e Colombia di questi mesi, per esempio, ha radici tettoniche molto precise: siamo sul bordo tra la placca caraibica e quella sudamericana, una delle zone di convergenza più attive dell’emisfero occidentale.
Il terremoto del 24 giugno a Catia La Mar è stato il più grande registrato in Venezuela in oltre 100 anni. Il fatto che coincida con un periodo di relativa attività solare è una correlazione, non una spiegazione. Il Sole del giugno 2026 non ha fatto niente che non facesse nei cicli precedenti; quella faglia, invece, accumulava tensione da decenni.
A casa nostra, nei Campi Flegrei, il ragionamento è analogo. Il bradisismo (il sollevamento del suolo che procede a circa 15 millimetri al mese dalla primavera 2025, con 132 centimetri di sollevamento complessivo dall’inizio del ciclo attuale) dipende da fluidi idrotermali e deformazione degli strati crostali superficiali.
Un eventuale ruolo del Sole in questo processo sarebbe talmente marginale da non cambiare nulla nel monitoraggio e nella gestione del rischio. L’INGV tiene d’occhio la pressione nei pori, le deformazioni, i parametri geochimici. Il vento solare, al momento, non compare nei bollettini settimanali.
I tempi reali per una risposta scientifica a questa domanda
Dai 10 ai 20 anni, forse mai una risposta definitiva.
Il problema centrale è di tipo osservativo: per distinguere un effetto solare reale dal rumore statistico servirebbero decenni di dati ionosferici, sismici e solari integrati, raccolti con strumentazione calibrata in modo consistente. Il progetto CSES-LIMADOU è un passo in questa direzione. Chi si gioverebbe per primo di un eventuale chiarimento sono i modelli di previsione a breve termine (giorni, non ore): se l’attività solare contribuisce davvero anche di poco ad abbassare la soglia di rottura, includerlo nei modelli potrebbe migliorare marginalmente le probabilità condizionate.
Cosa resta davvero sul tavolo
La situazione, a essere schietti, è questa: abbiamo correlazioni statistiche robuste (lo studio INGV su Scientific Reports non è stato confutato, solo non replicato con meccanismi certi) e abbiamo modelli teorici che funzionano sulla carta ma non si chiudono con i numeri in campo reale.
Soprattutto, abbiamo una comunità scientifica che si divide tra chi considera la questione aperta e chi la ritiene un vicolo cieco elegante.
Nel 2026, l’idea che l’attività solare sia completamente irrilevante per i terremoti è meno sostenibile di quanto sembrava nel 2000. L’idea, però, che sia un fattore determinante è ancora molto lontana da una dimostrazione. In mezzo c’è quello spazio scientifico che di solito produce i risultati più interessanti: quello in cui i dati dicono qualcosa di vero, ma nessuno è ancora sicuro di cosa.
Ancora niente di nuovo, per adesso, sotto il Sole.