A scuola me l’avevano spiegato in due righe: fra cinque miliardi di anni il sole diventa una gigante rossa, si gonfia, mangia Mercurio, Venere, e poi noi. Ciao, se vedemo: anzi nun se seno visti, se semo vissuti. La morte del sole, adieu. Vabbè, ma manca ancora un sacco (lo dicevo, ma a 6 anni avevo lo stesso la strizza). Anyway, tre astrofisici fra Lovanio e Parigi-Saclay hanno appena rifatto i conti, e il finale era stato scritto troppo in fretta. A saperlo non mi preoccupavo.
Lo studio è uscito su Astronomy & Astrophysics il mese scorso, firmato da Mats Esseldeurs e Leen Decin della KU Leuven con Stéphane Mathis del CEA Paris-Saclay. Cambiano, con questo studio che nel suo piccolo ha del clamoroso, due ingredienti che davamo per scontati da oltre 30 anni. Allora, per farla breve (poi vi dico meglio), Mercurio e Venere si arrostiscono comunque. La Terra invece scivola fuori, sopravvive alla fase di gigante rossa e pure a quella successiva, e finisce a orbitare attorno al residuo del sole quando è ormai una nana bianca. Orgoglio e dignità!
Due forze che si combattono durante la morte del sole
Il sole, nei suoi ultimi atti, farà due cose insieme. Anzitutto si gonfierà arrivando a inghiottire le orbite più interne. Ma intanto perderà massa, soffiando via materia in venti stellari fortissimi, e una stella più leggera attira di meno: i pianeti, alleggeriti dalla presa, si allontanano. La domanda da decenni è tremenda: prevale la stella che si allarga, o il pianeta che scappa?
Sulla bilancia c’è un terzo elemento, ed è qui che il paper picchia duro. Le maree gravitazionali dentro una stella gigante (le stesse che fanno alzare gli oceani, ma in formato cosmico) frenano l’orbita del pianeta e lo trascinano dentro. Per anni l’avevamo calcolata con formule semplificate degli anni Sessanta.
Esseldeurs e colleghi hanno usato modelli ab initio, che partono dalla struttura interna reale di una stella morente: la marea dissipa molta meno energia di quanto credevamo. Il pianeta non si ferma, ma se ne va via. E il nostro sembra destinato alla fuga.
L2 Puppis, il cugino anziano del sole
Per stimare quanta massa il sole perderà davvero nella fase asintotica gigante, il gruppo è andato a guardare in cielo una stella reale. L2 Puppis, a 208 anni luce, è definita da Mathis stesso il “cugino anziano” del sole. È in una fase di vita che la nostra stella raggiungerà fra qualche miliardo di anni. Il suo tasso di perdita di massa, osservato direttamente, entra nel modello al posto di un parametro stimato.
Ebbene, inserendo quel valore la bilancia pende dalla parte della fuga. La Terra arretra abbastanza da uscire dal raggio massimo che il sole raggiungerà, e Marte fa lo stesso. Vai, siamo salvi! No, questo no: la vita sulla Terra sarà finita molto prima, perché l’oceano evapora un miliardo di anni prima della gigante rossa.
Da tempo ci siamo chiesti quanto può sopravvivere l’umanità, e ora sappiamo che lascerà dietro di sé un sasso freddo attorno a un sole spento.
Il paper che riapre i conti
Pubblicazione: M. Esseldeurs, S. Mathis, L. Decin, “The fate of Earth during the Sun’s giant phases: New constraints from ab initio tidal modelling and AGB mass loss”, pubblicato su Astronomy & Astrophysics, vol. 710, L26 (2026). DOI: 10.1051/0004-6361/202660576.
Dati chiave: accettato il 31 maggio 2026. Affiliazioni KU Leuven (Belgio) e CEA Paris-Saclay (Francia). Stella di riferimento: L2 Puppis, 208 anni luce, fase AGB. Mercurio e Venere risultano inghiottiti in tutti gli scenari. Terra e Marte sopravvivono nei modelli con perdita di massa osservata su L2 Pup.
Il dettaglio che il paper ammette
Esseldeurs lo scrive nero su bianco: la sopravvivenza della Terra non è determinata in modo robusto e dipende dal trattamento della dissipazione delle maree, e della perdita di massa stellare. In sostanza, sta in piedi se L2 Puppis è davvero un sosia attendibile e se i conti sulla marea sono giusti. A parere mio questi sono due “se” grossi come una stella.
Sempre nel 2026, lo stesso gruppo ha osservato il sistema binario π1 Gru e ha trovato un comportamento mareale che le formule attuali non spiegano, neanche quelle ab initio appena pubblicate.
Le nane bianche bizzarre e i sistemi planetari attorno ad altre stelle dicono la stessa cosa: più guardiamo, più la fisica del manuale arranca.
La morte del sole come banco di prova
Chi se ne frega di una notizia di cinque miliardi di anni nel futuro? Domanda legittima. Ma è proprio per questo che la cosa è interessante, sciuocchini. La morte del sole è il banco di prova della nostra capacità di prevedere il futuro lontano partendo dalla fisica di oggi, e vale lo stesso per i modelli climatici a cento anni, per quelli economici a dieci, per le previsioni a tre giorni sul tempo. Il numero finale dipende sempre da quello che hai messo dentro.
Mi resta in testa l’immagine: un pianeta vuoto, dalla crosta congelata, che gira attorno a un puntino bianco e freddo dopo la morte del sole. Senza vita, ma neanche distrutto.
Duro a morire.