Un trapianto fecale contro le allergie alimentari: l’idea sembra bizzarra, e lo è, ma un gruppo di ricercatori di Harvard l’ha appena testata per la prima volta sull’uomo con risultati che meritano attenzione.
Chi ha un’allergia grave alle arachidi conosce bene la routine: leggere le etichette di tutto, avvisare i camerieri appena ci si siede, portare con sé una penna di adrenalina come se fossero le chiavi di casa, e imparare a non fidarsi dei buffet. La cautela ha una ragione precisa: una reazione anafilattica può cominciare in 30 secondi da una traccia invisibile di proteina, e la medicina fino a oggi non ha offerto molto di meglio dell’evitamento.
Ora, un team di ricercatori ha cercato la soluzione in un posto che non viene mai in mente quando si pensa alle allergie: nell’intestino.
Perché l’intestino c’entra eccome con le allergie
Il microbioma intestinale è l’insieme di tutti i batteri e microrganismi che vivono nel nostro intestino, e negli ultimi vent’anni la ricerca ha capito che questi organismi non stanno lì fermi a fare da sfondo, anzi: comunicano con il sistema immunitario, lo istruiscono, gli insegnano cosa è pericoloso e cosa no.
Quando questo dialogo si inceppa, il sistema immunitario può perdere la bussola e attaccare cose innocue, come le proteine delle arachidi, con una risposta sproporzionata. L’ipotesi alla base del trial di Boston era questa: se il microbioma di un allergico è diverso da quello di chi non lo è, e se quella differenza contribuisce al problema, allora sostituirlo con quello di un donatore sano potrebbe cambiare qualcosa. Come abbiamo raccontato qualche anno fa parlando del trapianto fecale in pillole, la tecnica in sé non è nuova: viene già usata contro le infezioni intestinali ricorrenti da Clostridioides difficile, con ottimi risultati.
Applicarla alle allergie alimentari era il salto successivo, e nessuno lo aveva ancora fatto.

Il trial: una sola capsula, 6 risposte
Il team guidato da Rima Rachid ha arruolato 15 adulti con allergia grave documentata alle arachidi. Tutti hanno ricevuto capsule di microbioma intestinale liofilizzato da donatori sani, ingerite per via orale. Una parte dei pazienti (cinque su quei quindici) è stata prima trattata con antibiotici per “fare spazio” al nuovo microbioma, mentre gli altri 10 hanno ricevuto le capsule direttamente.
Il risultato: 6 partecipanti su 15 hanno mostrato un aumento misurabile della soglia di reazione alle arachidi, cioè riuscivano a tollerarne una quantità maggiore rispetto a prima senza scatenare la risposta allergica. Tre risposte nel gruppo con pretrattamento antibiotico, tre nell’altro. Nessun problema di sicurezza rilevante in nessuno dei due gruppi, il che per un trial di Fase 1 è già una notizia.
Nei pazienti che hanno risposto, l’analisi immunologica ha trovato qualcosa di interessante: un aumento delle cellule T regolatorie RORγt, che sono quelle che frenano le risposte immunitarie eccessive, e una riduzione delle cellule T helper 2, che invece le alimentano. In breve, il sistema immunitario di questi pazienti era diventato un po’ meno reattivo verso le arachidi.
Il dettaglio più inaspettato, però, riguarda il meccanismo: la protezione sembrava collegata a un aumento dei metaboliti degli acidi biliari, sostanze prodotte dai batteri intestinali che agiscono come messaggeri chimici tra intestino e sistema immunitario. Per confermarlo, i ricercatori hanno ripetuto l’esperimento sui topi, trapiantando il microbioma dei pazienti che avevano risposto: anche i topi hanno sviluppato una maggiore tolleranza alle arachidi, e quando i ricercatori hanno eliminato un enzima chiave nella produzione di quegli acidi biliari, la protezione è sparita. Come racconta il crescente filone di ricerche sul microbioma che stiamo seguendo, sempre più spesso la chiave di lettura di condizioni immunitarie passa da lì.
Trapianto fecale e allergie: cosa dicono davvero i numeri
Sei persone su quindici non è un risultato che permette di fare annunci: è un segnale in un trial di Fase 1 il cui obiettivo primario era verificare la sicurezza della procedura, non l’efficacia. La domanda che rimane aperta è perché 9 pazienti non abbiano risposto, e se il pretrattamento con antibiotici faccia davvero la differenza o se il campione sia troppo piccolo per dirlo (5 contro 10 non è una base statistica solida).
Gli stessi autori ammettono che serve un trial randomizzato controllato, con numeri molto più grandi, per capire chi risponde e chi no. Tra l’altro, il fenomeno delle allergie alimentari in crescita che documentavamo qualche anno fa non si è fermato: in molti paesi occidentali i casi continuano ad aumentare, e la pressione per trovare terapie efficaci è reale.
Il trial di Rachid et al. in breve
Pubblicazione: Rachid R. et al., “Fecal microbiome transplant in food allergy in humans and mice identifies a role for bile acid metabolites in oral tolerance”, pubblicato su Science Translational Medicine (2026). DOI: 10.1126/scitranslmed.aee3263.
Quanto manca a una terapia disponibile basata sul trapianto fecale contro le allergie?
Almeno 8 anni, nella migliore delle ipotesi.
Serve almeno un trial di Fase 2-3 randomizzato, con centinaia di pazienti e gruppi di controllo, per capire chi risponde e perché. E poi la standardizzazione del microbioma del donatore, che oggi varia da persona a persona in modo non controllabile.
Nel frattempo, la cosa più utile che produce questo studio è il meccanismo, più che la terapia, che non esiste ancora. Sapere che gli acidi biliari prodotti da certi batteri intestinali possono modulare la tolleranza immunologica alle proteine alimentari apre una strada più stretta ma più percorribile che “trapiantare microbiomi interi sperando che funzioni”.
Si possono cercare i batteri specifici che producono quegli acidi, coltivarli, standardizzarli, somministrarli in modo mirato. È un’ipotesi, ma è un’ipotesi con un meccanismo dietro: che il trapianto fecale contro le allergie alimentari funzioni o no come terapia definitiva, quel meccanismo è già un salto rispetto a dove eravamo sei mesi fa. Vediamo dove saremo tra altri sei.