Sotto la penisola della Kamchatka, in Russia, una faglia accumulava tensione da anni senza che nessuno la vedesse muoversi. Poi un giorno del 2025 ha ceduto, esattamente nel punto che un gruppo di geofisici aveva segnato mesi prima su una mappa GPS. Non avevano previsto il giorno, ma il posto si, e ci hanno preso. Da questo caso quasi da manuale è nato un nuovo metodo di previsione terremoti sviluppato dall’Università della California a Riverside.
Il team, guidato dai geofisici Gareth Funning e Axel Periollat, lavora su un’idea precisa: il loro metodo, come avrete intuito, non prova a dire quando ci sarà un sisma. Prova a dire DOVE sarà, misurando lo stress accumulato lungo le grandi faglie di subduzione: le zone dove una placca scivola sotto l’altra.
Sono loro a generare i terremoti più devastanti del pianeta, oltre magnitudo 8.5, spesso con tsunami al seguito.
Come si “misura” una faglia che non si muove
I ricercatori usano misurazioni GPS di superficie per individuare le porzioni di faglia “bloccate”, chiamate tecnicamente asperità: sono tratti dove l’attrito impedisce alle placche di scivolare regolarmente. L’energia si accumula lì invece di scaricarsi in piccole scosse, e quando l’attrito cede tutta la tensione arretrata si libera in un colpo solo.
“I terremoti fanno notizia quando accadono, ma per anni prima la faglia accumula tensione in silenzio”, ha spiegato Funning. “Questa tensione si può misurare.”
Il test decisivo è arrivato quasi per caso. Il modello aveva individuato una zona bloccata sotto la Kamchatka con dati ancora limitati. Quando lì è arrivato un sisma di grande magnitudo, la rottura si è verificata esattamente nel tratto segnalato.
“Avevamo un’idea di dove si stesse accumulando la tensione, basata su un set di dati piuttosto ristretto”, ha raccontato Periollat. “Vederla funzionare così bene ci ha confermato che l’approccio ha un potenziale reale.”

Una storia scomoda per chi cerca certezze
La Kamchatka aveva già prodotto un sisma enorme nel 1952, e uno recente nel 2025. Sia la faglia che la magnitudo sono paragonabili: eppure il secondo evento ha generato un’onda di tsunami molto più contenuta. Il modello suggerisce che la porzione più superficiale, quella che sposta più acqua quando scivola, si sia mossa meno rispetto al 1952. Anche conoscere il dove, quindi, non basta a garantire il come.
Ed è lo stesso limite che il team ammette apertamente: il metodo non dice quando, e non dice quanto sarà grande lo tsunami. Dice solo dove guardare. Per una scienza che da decenni fatica a definire un obiettivo raggiungibile (l’USGS ammette che nessuno ha mai previsto davvero un grande sisma), restringere il campo alle zone a rischio resta comunque un salto pratico importante.
Lo studio di Funning e Periollat
Pubblicazione: Gareth Funning, Axel Periollat et al., “Locked fault segments and earthquake hazard along subduction zones”, pubblicato su Geophysical Research Letters (2026). DOI: 10.1029/2026GL121826.
Cosa manca prima che sia utile su larga scala
Dai 5 ai 10 anni prima di una copertura affidabile sulle principali zone di subduzione oceaniche.
Servono più stazioni offshore, oggi rare rispetto a quelle terrestri: senza dati sul fondale il modello resta cieco proprio dove si nascondono le faglie più pericolose.
A beneficiarne per prime sarebbero le agenzie di protezione civile di Giappone e Stati Uniti.
Dove serve ancora lavorare
Il gruppo di Riverside sta già estendendo il metodo ad altre zone di subduzione: Giappone, Messico, Nuova Zelanda, il Pacific Northwest statunitense. Si chiedono anche se funzioni su faglie diverse, come quella di Hayward nella Bay Area, che alterna tratti bloccati a tratti “creeping” (leggi anche il nostro approfondimento sul monitoraggio sismico attivo a Yellowstone).
Il vero collo di bottiglia, però, resta sotto il livello del mare. Le faglie più pericolose corrono spesso offshore, dove le stazioni GPS scarseggiano: Giappone e Cile stanno testando strumenti acustici sul fondale per colmare il vuoto.
Funning lo mette in chiaro senza girarci intorno, parlando della propria regione: “La vostra serenità non dovrebbe dipendere dal credere che possiamo prevedere con esattezza un terremoto.” Specialmente qui dove vive lui, nella California del Sud: “Non è questione di se, ma di quando.”
Una faglia segnata su una mappa, dopotutto, resta una faglia che decide da sola quando muoversi: e la previsione dei terremoti più onesta di questo studio finisce, inevitabilmente, dove comincia la geologia.