A Francoforte, nei sotterranei della Bundesbank, ci sono parecchi lingotti tornati da New York nel 2017: 674 tonnellate arrivate via nave, scortate (comprensibilmente) come un’operazione militare. Da allora il flusso si è quasi fermato. Il resto dell’oro tedesco, oltre un terzo della riserva, è rimasto dov’era: in un caveau della Federal Reserve a Manhattan, a diecimila chilometri da casa. Non tutti, però, la pensano come la Germania.
Il numero preciso, comunque, è 1.236 tonnellate: il 37% della riserva aurea tedesca, che pure è la seconda più grande al mondo dopo quella statunitense. Un’altra fetta, il 13%, sta alla Bank of England. Il grosso, quello custodito a Francoforte, non si è mai mosso. La parte che resta a New York, quella sì, è tornata al centro del dibattito pubblico tedesco. Nel 2012 si discuteva di audit contabile: si voleva solo contare i lingotti. Oggi si discute di qualcosa di più scivoloso da misurare, la fiducia politica.
Perché proprio ora si torna a parlarne?
La domanda che gira tra economisti e politici tedeschi non è se l’oro esista (quello lo si è verificato anni fa), ma se abbia ancora senso lasciarlo sotto la giurisdizione di un paese le cui istituzioni, Federal Reserve inclusa, sono finite sotto una pressione politica crescente.
Fabio De Masi, esponente del partito tedesco BSW, l’ha messa così al Financial Times: spostare l’oro in Europa durante “tempi turbolenti” è un passo elementare di gestione del rischio, non un gesto ideologico. L’ex parlamentare conservatore Peter Gauweiler, dal canto suo, chiede alla Bundesbank di rivalutare la sicurezza dello stoccaggio estero.
La Bundesbank, va detto, non ha cambiato posizione ufficiale: nessun piano formale di ritiro è sul tavolo. Ma il fatto che la domanda sia tornata a circolare, dopo un decennio di silenzio, dice qualcosa da solo. Ne avevamo scritto un anno fa: allora il tema era la fiducia generica nel dollaro, oggi è diventato un problema sentito direttamente.
L’oro italiano, silenzioso, ha ancora più da perdere
Se la Germania già discute, l’Italia è ancora ferma all’osservazione. La Banca d’Italia possiede la terza riserva aurea al mondo, 2.452 tonnellate, e anche qui una fetta consistente resta a New York.
Insieme, Germania e Italia custodiscono nei caveau della Fed un controvalore che il Financial Times stima in circa 225 miliardi di euro. Nessuna delle due banche centrali ha annunciato intenzioni di ritiro. La pressione, per ora, resta un fatto di lettere aperte e dichiarazioni di economisti, non di navi cariche di lingotti.
La Taxpayers Association of Europe ha scritto ai ministeri delle finanze di entrambi i paesi mettendo in guardia sull’influenza che un’amministrazione americana potrebbe esercitare sull’indipendenza della Fed.
“La nostra raccomandazione è riportare l’oro a casa”, ha dichiarato il presidente dell’associazione, Michael Jäger.
È un linguaggio che dieci anni fa sarebbe suonato da complottismo da tabloid. Oggi arriva da associazioni di categoria e parlamentari, non più solo da chi dubitava che l’oro esistesse davvero.
Chi tiene cosa, e dove
Germania: 3.352 tonnellate totali, 1.236 (37%) a New York, 13% a Londra, il resto a Francoforte.
Italia: 2.452 tonnellate totali, seconda e terza riserva mondiale rispettivamente per Germania e Italia dopo gli Stati Uniti. Valore combinato della quota custodita a New York: circa 225 miliardi di euro secondo stime del Financial Times.
Il precedente più concreto resta quello olandese. Nel 2014 la banca centrale dei Paesi Bassi riportò ad Amsterdam, di nascosto e via nave, 120 tonnellate d’oro: un’operazione durata mesi, quasi militare per logistica. La motivazione ufficiale fu “una distribuzione più equilibrata” delle riserve. Nessuno parlò di sfiducia, ma il risultato pratico fu lo stesso: meno oro sotto tetto americano.
Cosa manca ancora, per ora
Quello che manca, oggi, è un piano. Le dichiarazioni pubbliche di De Masi e Gauweiler restano posizioni politiche, non decisioni istituzionali. La Bundesbank ribadisce la sua fiducia nella Fed, e la storia recente dà ragione alla cautela: nel 2013 un primo lotto di lingotti rimpatriati da New York risultò sotto lo standard di purezza richiesto, London Good Delivery al 99,5%, un dettaglio tecnico che complicò l’operazione più di quanto raccontasse la narrativa del “tutto regolare”.
Spostare oro fisico richiede logistica, fusione, verifica: tempo che un bonifico bancario non conosce.
C’è poi un paradosso che nessuno dei protagonisti dice ad alta voce: lo raccontavamo già ad aprile, quando le riserve auree globali avevano superato in valore i buoni del Tesoro USA nei portafogli delle banche centrali. Il rimpatrio dell’oro europeo, se mai avverrà su grande scala (senza provocare conseguenze nei rapporti tra paesi), non sarebbe solo un gesto simbolico verso Washington. Sarebbe un altro mattone nella stessa direzione, quella di un sistema finanziario che si allontana lentamente dal centro di gravità che ha tenuto per ottant’anni.
Del resto, in un mondo dove le guerre commerciali si combattono a colpi di dazi e controdazi, tenere il proprio oro sotto la giurisdizione di un alleato litigioso non è più un dettaglio contabile. È un argomento da conferenza stampa.
Anche se nessuno, per ora, ha ancora prenotato la nave.