“Riforme in ritardo, in stile cinese”, le ha definite un oppositore cubano in esilio, riferendosi al modello di apertura controllata avviato da Pechino nel 1978. Il governo dell’Avana preferisce un’altra parola: sovranità. Tra le due letture ci sono 176 misure concrete, raggruppate in 23 aree che vanno dalle banche private alla vendita di quote di aziende statali, approvate mentre il paese affronta la peggiore crisi energetica degli ultimi anni.
Ma la domanda che nessuna delle due versioni riesce a evitare riguarda chi, dentro Cuba, guadagnerà davvero da questa apertura: i cittadini che stanno in fila per il pane, o l’apparato che continua a controllare la parte più redditizia dell’economia cubana?
Il 18 giugno 2026 l’Assemblea Nazionale del Potere Popolare ha approvato all’unanimità il pacchetto, presentato dal primo ministro Manuel Marrero Cruz in un discorso di quasi due ore. È, sulla carta, il cambiamento più profondo del modello economico cubano dai tempi della rivoluzione del 1959: fine dell’obbligo di joint venture statale per gli investitori esteri, imprese private di grandi dimensioni autorizzate, dollarizzazione parziale, banche private, e la possibilità per cittadini cubani e stranieri di acquistare quote di aziende pubbliche. Raúl Castro, che ha seguito la sessione in videoconferenza mentre affronta un’incriminazione penale negli Stati Uniti per l’abbattimento di un aereo civile nel 1996, ha inviato una lettera definendo le misure “benefiche” e chiedendone l’attuazione rapida.
Da dove nasce l’urgenza
Il contesto spiega la rapidità della svolta più di qualsiasi convinzione ideologica. A gennaio 2026, dopo la destituzione di Nicolás Maduro in Venezuela (più che altro, dopo che Maduro è stato praticamente consegnato ad un commando americano che lo ha letteralmente deportato), l’amministrazione Trump ha interrotto le forniture di petrolio venezuelano che coprivano fino alla metà del fabbisogno energetico cubano, come avevamo raccontato su FP mentre la crisi venezuelana si trasformava in leva geopolitica regionale.
Da allora una sola petroliera (russa) ha raggiunto l’isola. Il risultato di questo ennesimo atto di embargo diretto o indiretto è un paese con blackout quotidiani, 96mila interventi chirurgici rinviati (11mila su bambini), scuole a orario ridotto e ospedali che faticano a garantire i turni. Secondo le proiezioni della CEPAL, il PIL cubano si contrarrà del 6,5% nel 2026, il peggior dato dell’America Latina, con un calo cumulato superiore al 23% dal 2019.
In questo scenario, aprire ai capitali privati non è più una scelta politica rimandabile: è, semplicemente, l’unica leva rimasta per far entrare valuta estera in un paese che non ne ha praticamente più. Il governo lo racconta diversamente, certo. Marrero ha definito queste riforme a Cuba e il riconoscimento del mercato “uno strumento per l’allocazione efficiente delle risorse”, una frase che in bocca a un funzionario del Partito comunista cubano suona quasi eretica, e il presidente Miguel Díaz-Canel ha chiuso la sessione con lo slogan storico di Fidel Castro, “Patria o morte, socialismo o morte”, quasi a rassicurare la base che non si tratta di conversione, solo di aggiustamento. Ed è così?
Il pezzo che le riforme non toccano
Qui arriva il punto che vale la pena guardare da vicino, perché è quello su cui si gioca davvero la partita. Le riforme intervengono su banche, prezzi, commercio estero, lavoro autonomo. Non toccano GAESA, il Grupo de Administración Empresarial, il conglomerato controllato dalle forze armate cubane che secondo la Columbia Law School genera profitti lordi pari a circa il 37% del PIL dell’isola, con ricavi totali 3,2 volte superiori al bilancio statale cubano e riserve liquide in dollari stimate in 14,5 miliardi.
GAESA controlla il turismo attraverso Gaviota, il commercio al dettaglio attraverso CIMEX, il sistema finanziario attraverso RAFIN e la Banca Finanziera Internazionale, oltre al porto di Mariel. Non pubblica bilanci, non risponde alla Corte dei Conti, non riferisce all’Assemblea Nazionale.
Anche le strutture amministrative intermedie dentro le aziende statali, gli OSDE, restano intatte nel nuovo pacchetto: significa che l’architettura di controllo su cui GAESA si appoggia non viene toccata da nessuna delle 176 misure. In pratica, si liberalizza tutto quello che sta intorno al conglomerato, lasciandolo dov’è.
Washington lo ha notato, e in fretta. Il 19 giugno, il giorno dopo il voto, il Dipartimento di Stato ha liquidato il pacchetto come “segnali di fumo superficiali”. Quattro giorni dopo, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha imposto nuove sanzioni su cinque entità legate proprio a GAESA, tra cui la Banca Finanziera Internazionale e RAFIN.
Io però mi domando e dico: se le riforme fossero davvero solo fumo, come sostiene Washington, come si spiega la scelta di colpire un obiettivo preciso quattro giorni dopo? Si colpisce quello che si teme possa funzionare, non quello che si considera già morto.
Chi controlla cosa, in numeri
Il pacchetto: 176 misure in 23 aree, approvate il 18 giugno 2026 dall’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, dopo il via libera del Comitato Centrale del Partito comunista cubano il giorno precedente.
Il conglomerato militare: GAESA genera profitti pari a circa il 37% del PIL cubano, con ricavi 3,2 volte superiori al bilancio statale ed esportazioni equivalenti al 34% del totale nazionale (fonte: Horizonte Cubano, Columbia Law School).
Chi vince e chi resta a guardare
Ci sono almeno tre attori con interessi diversi in questa storia, e nessuno dei tre ottiene esattamente quello che voleva. Il governo cubano guadagna tempo e, se le misure funzionano davvero, un canale per attrarre capitali senza cedere il controllo politico: la scommessa è restare al potere modernizzando l’economia, non l’inverso. La diaspora cubana, soprattutto quella in Florida, viene corteggiata apertamente. Il pacchetto permette per la prima volta investimenti diretti dei cubani residenti all’estero, ma lo fa in un quadro legale americano che, con il Titolo III della legge Helms-Burton ancora attivo, espone chiunque investa in proprietà confiscate dopo il 1959 al rischio di cause civili negli Stati Uniti. In altre parole, l’invito c’è, ma l’ostacolo per accettarlo resta a Washington, non all’Avana.
L’amministrazione Trump, dal canto suo, non ha alcun interesse a lasciar passare il messaggio che le sanzioni abbiano funzionato solo a metà: da qui la scelta di sanzionare GAESA appena quattro giorni dopo il voto, per tenere la pressione a livello massimo indipendentemente da cosa Cuba stia realmente cambiando.
Ah, già! In questa querele delle riforme a Cuba anche io a momenti dimenticavo il quarto attore, quello dimenticato da tutti. E già, perché ci sono anche i cubani comuni, quelli in fila per il riso ad Alamar alle sei del mattino. Per loro, nella migliore delle ipotesi, gli effetti delle riforme arriveranno tra anni, perché il pacchetto richiede la modifica di oltre 148 norme di legge e l’approvazione di 32 nuovi regolamenti prima di diventare operativo su strada.
Tre scenari per le riforme a Cuba
Scenario di attuazione parziale (il più probabile). Le misure più semplici da normare (banche private, tassi di cambio) partono entro 12-18 mesi, quelle che toccano GAESA e la struttura di potere restano bloccate a tempo indeterminato. È lo schema già visto nel 2011 e nel 2021: riforme reali ma incomplete, che alleviano senza risolvere. E poi magari vengono pure abbandonate appena la pressione si allenta un po’.
Scenario dello stallo diplomatico: Washington continua a sanzionare in parallelo all’apertura cubana, rendendo gli investimenti stranieri troppo rischiosi per essere attraenti. Il pacchetto resta in gran parte lettera morta, come già accaduto ad alcune delle 390 proposte iniziali scartate nella stesura finale.
Scenario “cinese“. Cuba approfondisce i legami economici con Pechino (come nel 2023, a proposito della base a 160 chilometri dalla Florida) per aggirare l’isolamento americano, replicando più da vicino il modello di apertura controllata del 1978 di cui parlano gli oppositori in esilio. In questo caso il mercato si apre, ma l’orientamento geopolitico dell’isola si sposta ulteriormente lontano da Washington.
Il ministro degli Esteri cubano ha inquadrato queste riforme di Cuba come una scelta di sovranità, non come una resa. Ma la sovranità, quando l’alternativa è il collasso energetico, assomiglia parecchio a una decisione presa con l’acqua alla gola.
La differenza fra le due letture, alla fine, sta tutta in quanto tempo servirà per scoprire se il conglomerato che controlla un terzo del PIL cubano lascerà davvero spazio a qualcun altro.