Lo ha annunciato il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, su X, nel cuore di stanotte, tra il 14 e il 15 giugno: “Storico accordo di pace tra USA e Iran, ostilità cessate immediatamente, comprese quelle in Libano”. Donald Trump, poche ore prima, festeggiava i suoi 80 anni alla Casa Bianca e annunciava la stessa cosa su Truth Social. Teheran ha ringraziato Pakistan, Qatar, Arabia Saudita e Turchia per la mediazione, e ha proclamato la vittoria. Israele, che la mattina ha bombardato Beirut, dice di non essere parte dell’intesa.
La firma è fissata al diciannove giugno: ma un accordo dove tutti vincono è di solito un accordo dove qualcuno mente sulla vittoria. Vale la pena vedere chi.
L’accordo Iran-USA in pratica
La bozza è quella in 14 punti che il quotidiano iraniano Mehr aveva pubblicato l’11 giugno e che fonti vicine all’amministrazione Trump avevano fatto trapelare via Axios già a maggio. Cessate il fuoco immediato su tutti i fronti, Libano compreso. Stretto di Hormuz riaperto entro trenta giorni. Sospensione delle sanzioni petrolifere statunitensi. 24 miliardi di dollari di asset iraniani scongelati nei primi 60 giorni, metà prima ancora che i negoziati definitivi comincino. Soprattutto, una moratoria di 12-15 anni sull’arricchimento dell’uranio, con ispezioni rafforzate dell’AIEA.
Restano fuori due cose, e non sono dettagli: il programma missilistico iraniano, e il sostegno di Teheran ai gruppi della cosiddetta “resistenza”: Hezbollah, Houthi, milizie irachene. In altre parole, tutto ciò su cui Israele aveva spinto per mesi.
Chi paga davvero il conto
Domenica notte, in una telefonata di 28 minuti con il New York Times, Trump ha aggiunto un dettaglio che a Bruxelles, Berlino e Roma sarà piaciuto poco. Se Teheran non raggiunge un accordo nucleare definitivo nei sessanta giorni previsti, gli Stati Uniti faranno una di due cose: ricominciano a bombardare, oppure diventano “i custodi del Medio Oriente” in cambio del 20% per cento dei ricavi della regione.
Il 20% è la stessa percentuale che lo Stretto di Hormuz copre nei consumi mondiali di petrolio. Coincidenza poetica, immagino. In sostanza: pago io la pace, e per farlo prendo un quinto di quello che producete. Una formula che non si era mai sentita uscire dalla bocca di un presidente americano, e che ridisegna l’idea stessa di alleanza nel Golfo come se fosse un abbonamento premium mensile.
Sulla questione Hormuz, intanto, c’è un piccolo giallo che vale la pena segnalare. Trump dice che lo Stretto sarà “permanently toll free“, permanentemente senza pedaggi. La bozza iraniana, al punto 5, dice che la riapertura avviene “secondo accordi iraniani” e che il traffico sarà regolato congiuntamente da Iran e Oman. Sono due cose diverse. Una è una vittoria diplomatica USA, l’altra è una co-gestione che dà a Teheran un controllo de facto sulla strozzatura energetica del pianeta.
Sapremo quale delle due è vera il giorno dopo la firma, quando passerà la prima petroliera saudita.
Tre futuri possibili dopo il 19 giugno
Lo scenario più semplice, e oggi il più probabile, lo chiamerei il copione di Ginevra: la firma arriva davvero il 19 (no, non è automatico che ci sia), i fondi si scongelano, Hormuz si riapre davvero, e nei 60 giorni successivi si negoziano i “dettagli nucleari”. Petrolio in calo del 15-20% per cento sul medio periodo, lo spread BTP-Bund si stringe, qualche fondo sovrano del Golfo torna a comprare BoT italiani. Probabilità onesta: 40%.
Il rischio, in questo scenario, non è iraniano. È Benjamin Netanyahu, che ha già fatto sapere di non essere parte dell’intesa e che ha appena bombardato Beirut a ore dalla firma. Una sortita unilaterale israeliana contro siti nucleari iraniani durante la finestra negoziale farebbe saltare il tavolo in mezza giornata.
Lo scenario intermedio è il conflitto congelato: il cessate il fuoco regge, ma i negoziati nucleari non decollano. Pannicelli caldi temporanei sulle sanzioni invece di una revoca formale, fondi pagati a rate da due-tre miliardi al mese, e Stretto di Hormuz aperto, ma con pattuglie miste. L’Europa, ufficialmente, “risorge” dalle ceneri: Francia, Germania, Italia e Regno Unito hanno già detto che sono pronte a revocare alcune sanzioni se Teheran fa “passi concreti e verificabili”. L’incidente di percorso, in questo scenario, è statisticamente certo: prima o poi un drone abbattuto sopra Hormuz farà sembrare un atto di guerra anche il semplice errore di un radar. Probabilità onesta: 35%
Lo scenario peggiore, che resta sul tavolo finché non c’è una firma fisica, è il collasso. Teheran rifiuta all’ultimo, o firma e poi viola, o Israele agisce da solo. Trump rispolvera la massima pressione, magari tira fuori sanzioni secondarie a chiunque compri petrolio iraniano, e tornano anche i raid aerei. L’ Iran dal canto suo chiude Hormuz davvero, Hezbollah riapre il fronte nord di Israele, gli Houthi tornano a colpire il Mar Rosso. Il Brent risale oltre i 150 dollari, e assistiamo a una recessione globale entro fine anno. Probabilità onesta: 25%. Ancora troppo alta, per uno scenario che fa così paura.
Cosa ci aveva detto aprile
Ad aprile, quando il primo cessate il fuoco saltava sui dettagli, scrivevamo che a quel tavolo bluffavano in tre. Trump bluffava sull’urgenza di chiudere prima delle elezioni di metà mandato, Khamenei bluffava sulla tenuta interna del Paese, e Netanyahu bluffava sul “se non firmate vi attacco”.
Due mesi dopo, Khamenei è stato sepolto, Trump ha festeggiato 80 anni alla Casa Bianca annunciando la pace, Netanyahu ha bombardato Beirut nello stesso giorno della firma. Chi bluffava davvero, adesso lo si vede: chi ha smesso di bluffare per primo, ha vinto la trattativa. Chi continua, paga il conto.
Resta una domanda che nessuno alla conferenza stampa di Sharif farà, perché sarebbe scortese. Se questo accordo significa davvero pace, perché Macron ha sentito il bisogno di convocare un G7 d’emergenza a Evian per discuterne “le conseguenze”? Una pace vera non ha conseguenze, ha effetti. Le conseguenze le hanno le cose che non finiscono come dovrebbero. Vabbè, il 19 vediamo.