A inizio aprile scrivevamo di tre scenari possibili per lo Stretto di Hormuz dopo la tregua di due settimane firmata da Trump e dal nuovo leader supremo iraniano: un accordo fragile, una zona grigia di blocco semi-permanente, oppure un collasso con ritorno ai bombardamenti e il petrolio sopra i 130 dollari.
Sono passati tre mesi, e il collasso è arrivato, quasi con le stesse identiche parole di allora, e dovete credermi quando dico che detesto avere ragione in questi casi.
Ora facciamo il punto su come ci siamo arrivati, dov’è la situazione adesso e cosa può succedere da qui in avanti.
Cosa è successo negli ultimi giorni
Lunedì 13 luglio Donald Trump ha annunciato (ovviamente su Truth Social) il ripristino del blocco navale contro l’Iran, proclamando gli Stati Uniti “il guardiano dello Stretto di Hormuz” e chiedendo, per questo, un rimborso del 20% su tutte le merci in transito. Poche ore dopo l’annuncio, il Brent è salito del 10%, a 83 dollari al barile. Poi, martedì sera, la tassa è sparita: al suo posto, generici “accordi commerciali e di investimento” con i paesi del Golfo, che nel frattempo avevano fatto pressioni pesanti per bloccare l’iniziativa. Qualcun altro ha fatto soldi con Polymarket, giusto?
Il blocco navale invece è rimasto, e con lui i raid: la notte tra martedì e mercoledì è stata la quarta consecutiva di attacchi americani su obiettivi militari iraniani, con l’Iran che ha risposto colpendo basi Usa in Kuwait e Bahrein. Due petroliere emiratine, la Mombasa e la al-Bahiyah, sono state centrate da missili da crociera iraniani mentre transitavano nella rotta meridionale dello stretto: un membro dell’equipaggio è morto, altri otto sono rimasti feriti.
Il pattern che si ripete
C’è una costante in tutto questo, ed è la distanza tra quello che Trump dichiara e quello che succede sul campo. Martedì ha detto che grazie agli Stati Uniti lo stretto è aperto e il petrolio “scorre come mai prima”. Lo stesso giorno il Brent toccava il massimo dell’ultimo mese, sopra gli 87 dollari, e secondo i dati di monitoraggio marittimo di Kpler i passaggi confermati per Hormuz erano già calati di quasi il 52% nella settimana precedente. Le navi che ancora tentano l’attraversamento lo fanno spesso di notte, con i transponder spenti, cercando di non farsi individuare da nessuna delle due parti.
Nel mirino americano è entrato anche un bersaglio nuovo: Pickaxe Mountain, un complesso sotterraneo vicino a Natanz che secondo l’intelligence Usa potrebbe ospitare un impianto segreto di arricchimento dell’uranio, scavato sotto centinaia di metri di granito. Trump ha promesso di colpirlo “relativamente presto”. Teheran, tramite fonti della sicurezza citate da media internazionali, ha già avvertito che una risposta a quel tipo di attacco sarebbe “devastante” per i soldati americani nella regione.
Cosa ci giochiamo da qui in avanti
Orizzonte stimato: poche settimane. Trump ha già annunciato che colpirà centrali elettriche e ponti “la prossima settimana”, lasciando gli obiettivi energetici per ultimi.
Il primo a pagare il conto è chi lo stretto lo attraversa fisicamente: equipaggi, compagnie di assicurazione marittima, importatori di energia in Asia ed Europa. Il vincolo reale, come sempre, è di fiducia: il trasporto marittimo pianifica su settimane e mesi, e nessun armatore fissa una rotta su un annuncio che dura ventiquattr’ore.
Tre scenari, di nuovo
Ad aprile lo scenario del collasso prevedeva petrolio sopra 130 dollari: per ora siamo a 87, quindi la realtà è persino più contenuta della previsione peggiore. Ma la traiettoria è quella. Restano davanti due strade, non tre: o qualcuno, a Washington o a Teheran, trova una ragione per fermarsi prima di colpire il nucleare iraniano sul serio, oppure la “zona grigia” che sembrava lo scenario più insidioso diventa il pavimento su cui l’intero commercio marittimo del Golfo dovrà imparare a camminare per anni.
Nel 2025 avevamo raccontato i bombardamenti Usa sul nucleare iraniano come apertura di una guerra che allora sembrava un episodio isolato. A marzo il Pentagono preparava già un “colpo di grazia” con opzioni tutte escalatorie, comprese le invasioni delle isole di Kharg e Larak. Nessuna di quelle opzioni ha chiuso la partita. Lo Stretto di Hormuz resta il punto dove ogni previsione ottimista è andata a morire.
Tre mesi fa, tremila navi restavano ferme nel Golfo Persico ad aspettare di sapere se avrebbero dovuto spegnere di nuovo i motori: oggi lo stanno facendo davvero, con i transponder oltre che con le macchine.
Al prossimo aggiornamento.