«Assomiglia a un riccio di mare.» «Sì, ma cammina.» Il siparietto lo hanno ripetuto in parecchi al General Robotics Lab della Duke University, davanti alla creatura che Boyuan Chen e il suo team hanno tirato fuori da 1.500 configurazioni simulate al computer. Ma che è? Una specie di dodecaedro con venti zampe telescopiche che si allungano da un nucleo centrale, ciascuna con una telecamera di profondità in cima. L’hanno chiamato Argus, come il gigante mitologico dai cento occhi.
Il robot Argus non ha un davanti (neanche un didietro, se è per questo). Rotola nell’erba, spinge cubi da un metro, scala pareti in condizioni di gravità lunare. Se lo prendi a spallate estende le zampe dal lato opposto per puntellarsi. E se tipo gli disabiliti tre zampe, continua a camminare come se nulla fosse. È bellissimo, è un incubo.
Perché smettere di copiare gli animali
Per decenni la robotica si è chiesta a quale bestia assomigliare. Umanoidi che imitano noi esseri umani, quadrupedi che copiano cani e cavalli, piccoli robot insettoidi che… indovinate? Rubano il passo agli insetti. La robotica biomimetica (quella che piace a me, ma forse sono antico) ha prodotto macchine interessanti, tipo quelle che avevamo raccolto in questa carrellata sui dieci Boston Dynamics più notevoli. Portava però dentro un pregiudizio: qualunque robot deve essere bilateralmente simmetrico come noi, o radialmente come una stella marina, in ogni caso simmetrico nella forma.
Chen e i colleghi hanno spostato la domanda di un passo. Non si sono più chiesti «che animale copiamo», ma «che corpo permette di accelerare in modo uguale in qualunque direzione». La chiamano isotropia dinamica, e si misura con un punteggio da 0 a 1. Un quadrupede commerciale sta sotto lo 0,60. Argus, così com’è costruito, arriva a 0,91.
Come si muove un robot omnidirezionale senza fronte e retro
Le venti zampe sono azionate da cavi e si estendono radialmente da un nucleo geometrico basato sul dodecaedro regolare, il solido a dodici facce. Ogni zampa porta sulla punta una telecamera di profondità, e insieme le venti telecamere ricostruiscono una nuvola tridimensionale dell’ambiente indipendentemente da come Argus è ruotato. Il robot vede a 360 gradi anche mentre sta rotolando, il che gli permette di inseguire un oggetto e contemporaneamente spingerlo con tutto il corpo. Nei test sul campo si è mosso su cemento, erba, corteccia, fogliame denso, sabbia soffice, superfici bagnate scivolose e pure la mamma di due dei miei tre soci di agenzia (scusatemi, questo era un pegno che dovevo pagare). Ha superato ostacoli alti tredici centimetri e ha portato in giro un carico da 4,5 chili appeso su un lato senza perdere quasi nulla della velocità comandata.
Nel loro paper i ricercatori mostrano che salendo a 40 zampe il punteggio di isotropia migliorerebbe ancora, ma il numero di attuatori raddoppierebbe e con esso i punti di possibile rottura. Questo per dire che la forma attuale è comunque frutto di una scelta di compromesso, non l’ottimo teorico.
Il paper in sintesi
Pubblicazione: Jiaxun Liu, Boxi Xia, Boyuan Chen, “Extreme dynamic symmetry enables omnidirectional and multifunctional robots”, pubblicato su Science Robotics vol. 11, n. 114 (27 maggio 2026). DOI: 10.1126/scirobotics.aec1725.
Dati chiave: 1.500 morfologie simulate, 20 zampe telescopiche cavo-attuate su nucleo dodecaedrico, 20 telecamere di profondità, isotropia dinamica 0,91 su 1 (i quadrupedi commerciali stanno sotto 0,60), continua a camminare con fino a tre zampe fuori uso, carica 4,5 kg sul lato senza perdere velocità.
L’incrinatura del prototipo
C’è un punto in cui il paper stesso ammette che qualcosa scricchiola. Nei test di inseguimento e spinta oggetti nel mondo reale, i tassi di successo crollano rispetto alla simulazione. Il colpevole è banale, quasi comico: le telecamere di profondità si surriscaldano durante le prove ripetute e vanno fuori sincrono. Venti telecamere messe in quel modo dissipano male il calore, e dopo un po’ cominciano a “mentirsi” a vicenda.
Il salto tra il numero teorico e la macchina che rotola nel cortile del North Carolina, insomma, ancora si vede. Argus è un proof of concept, gli autori lo scrivono chiaro nel testo. Non è pronto per pattugliare zone di disastro, non è pronto per la Luna, non è pronto per il magazzino Amazon di Piacenza. E non è pronto per le mamme dei miei soci (scusatemi ancora per prima).
Cosa c’entra Argus con i cani meccanici?
Il valore della macchina, sostengono i ricercatori, sta più nel principio di misura che nel prototipo. Avere un numero da 0 a 1 che dice quanto un corpo robotico è uniforme nell’accelerare permette di confrontare oggetti diversi con lo stesso metro. Un umanoide, un drone, un quadrupede, un impasto strano come il Morphobot camaleonte che raccontammo tre anni fa: tutti collocabili sulla stessa scala. Perfino un ibrido bizzarro come Magnecko, il robot metà ragno e metà geco, riceve così un voto oggettivo che prima non c’era.
Non tutti i robot dovranno somigliare a un riccio di mare, sia chiaro. In un magazzino o in una casa la forma umanoide continua ad avere senso, perché il mondo costruito è pensato per le nostre mani e i nostri passi. Fuori da lì (foreste, edifici crollati, superfici lunari, agricoltura di precisione, miniere) l’orientamento privilegiato smette di essere un vantaggio. In quei posti Argus, o qualcosa che gli somigli, arriverà prima di un Optimus.
Quanto ci vorrà per vederlo camminare fuori dal lab
Orizzonte stimato: almeno 6 anni per un impiego reale in ambienti destrutturati (esplorazione post-disastro, ricognizione lunare, sensoristica agricola), forse mai in ambienti urbani ordinari.
Serve prima una miniaturizzazione degli attuatori, un raffreddamento serio delle telecamere e attuatori che costino meno di un motore d’automobile ciascuno. Ne beneficeranno per primi enti spaziali e militari, poi la protezione civile, molto dopo (o mai) l’industria consumer. Il collo di bottiglia oggi è banalmente termico, e questo è un buon segno: i problemi noiosi si risolvono, quelli fisici a volte no.
Il pensiero del giorno dopo
Guardando le clip di Argus mi sono ricordato di quando da bambini si costruivano quei puntaspilli di sughero con gli spilli piantati a raggiera, e li si faceva rotolare sul tavolo per vedere che direzione prendevano. Ecco, l’ingegneria di frontiera nel 2026 ha appena rifatto quel gioco, con una premessa più seria dietro. Il robot Argus non risolve nulla dei problemi che la robotica si porta dietro da vent’anni; però mostra che una parte di quei problemi ce li siamo autoinflitti a furia di guardarci allo specchio.
Nei prossimi tre anni, azzardo, vedremo comparire un secondo gruppo di ricerca (probabilmente asiatico) con una variante a 32 o 40 zampe che rivendicherà un punteggio più alto. Ne riparleremo qui, magari con qualche dubbio meno. Bastava smettere di guardarci allo specchio.