Sofiya Milman lavora nel Bronx, all’Albert Einstein College of Medicine, e studia da anni i centenari. Ai suoi pazienti più anziani fa più o meno sempre la stessa domanda: come hanno fatto ad arrivarci, a 100 anni. Poi se ne è fatta una diversa, meno scontata: e i figli? Quella fortuna passa insieme al cognome, o si esaurisce con chi l’ha vissuta?
Per rispondere, Milman e il suo gruppo hanno messo insieme tre studi longitudinali diversi. Con un campione enorme, più di 2.300 figli di centenari, confrontati con un gruppo di controllo di oltre 1.700 persone. Lo studio, pubblicato su JAMA Network Open, è secondo gli stessi autori il più ampio mai condotto su questo tema.
Cosa dice davvero lo studio sui figli dei centenari
Per anni la narrazione sulla longevità ha girato attorno alle abitudini: dieta mediterranea, poco alcol, tanto movimento. Il nuovo studio rimescola le carte, pur senza cancellarle del tutto. I figli di centenari hanno mostrato un rischio di morte più basso del 42% rispetto ai controlli. Il rischio cardiovascolare scende del 33%, quello di ipertensione del 32%. In due coorti su tre, cala anche il rischio di ictus.
Quando la malattia arriva, comunque arriva più tardi. L’ipertensione con un ritardo medio di 5 anni, la morte con un ritardo stimato di 3.
“L’aspetto più significativo è la coerenza di questi risultati tra studi molto diversi tra loro”, ha detto Eric Reed, primo autore della ricerca: la longevità eccezionale corre in famiglia.
Lo studio in cifre
Pubblicazione: Eric Reed et al., “Health of Centenarian Offspring”, pubblicato su JAMA Network Open (2026). DOI: 10.1001/jamanetworkopen.2026.30964.
Il rischio di cancro, però, non si abbassa
Uno dei punti che ho trovato più interessanti nello studio è che tra i figli di centenari il rischio di cancro non risulta ridotto. Su questo, i ricercatori avanzano due ipotesi: una migliore resistenza biologica compensata da mortalità più bassa una volta che il tumore compare, oppure più screening in queste famiglie. Nessuna delle due è dimostrata, però: resta un buco nella storia, lasciato lì dagli stessi autori.
I ricercatori hanno controllato il confronto tenendo fissi dieta, fumo, livello di istruzione e reddito. Anche a parità di questi fattori, i figli di centenari restavano protetti.
“Questo non significa che lo stile di vita non conti”, ha precisato Reed. “Ma alcune famiglie con longevità eccezionale sembrano godere di vantaggi biologici che le proteggono nonostante i fattori ambientali che colpiscono tutti gli altri”.
Quanto conta il DNA rispetto allo stile di vita, allora?
La domanda che si portava dietro Milman all’inizio è la stessa che si fa chiunque abbia un genitore arrivato molto avanti con gli anni: e io? Lo studio non promette un biglietto garantito per la longevità. Sposta però l’ago della bilancia più verso la genetica di quanto la narrazione dominante fosse disposta ad ammettere fino a ieri, un tema su cui avevamo già scritto.
Nel 2023, infatti, vi avevo raccontato la scoperta di un gene legato alla longevità dei centenari, capace di ringiovanire il cuore di circa 10 anni. Questo lavoro non isola un gene preciso: mette sul tavolo l’evidenza che qualcosa, di genetico o quasi, si trasmette insieme al sangue prima ancora di sapere cosa sia.
Cosa manca ancora per capire davvero questo meccanismo
Servono almeno 5 anni prima di isolare i meccanismi genetici precisi coinvolti.
Mancano studi genetici mirati che individuino le varianti specifiche coinvolte, non solo la correlazione statistica. Il limite resta lo stesso di sempre: i dati arrivano da popolazioni relativamente omogenee, e non è detto che i numeri reggano su gruppi etnici e contesti socioeconomici diversi da quelli studiati finora.
Resta il fatto che la salute dei figli di centenari non dipende soltanto da quello che mangiano o da quanto camminano, ma da qualcosa che si portano dietro da prima di nascere.
Chi ha un genitore tra i centenari di famiglia, insomma, un piccolo vantaggio biologico se lo porta a casa, tumori a parte.