Il fegato di una persona di 80 anni pesa più o meno come quello di una persona di venti, funziona quasi allo stesso modo, e si è rifatto da capo diverse volte lungo il tragitto. È un tessuto che si rinnova, cellula dopo cellula, senza chiedere il permesso. I neuroni della corteccia, invece, sono quasi tutti gli stessi con cui siamo nati: non si dividono, non si sostituiscono, accumulano danni e basta. La vita umana è bella, ma non è uniforme.
Un team fra Skolkovo Institute of Science and Technology e Artificial Intelligence Research Institute ha messo in equazione questa asimmetria, per capire quanto potrebbe durare davvero una vita umana se togliessimo tutti i freni all’invecchiamento tranne uno. Il numero che ne esce è più basso di quello che raccontano di solito i profeti della longevità, e più alto di quello che siamo abituati a considerare normale.
Partiamo da uno svizzero di 30 anni
La domanda del gruppo, guidato da Dmitrii Kriukov e Evgeniy Efimov, è semplice: qual è l’effetto massimo di un allungamento radicale della vita, esclusi interventi eccentrici tipo sostituzione massiva di cellule o trasferimento della coscienza su chip? Per rispondere serve un baseline, un tasso di mortalità di partenza in cui la malattia legata all’età pesi il meno possibile.
Per questo, i ricercatori hanno scelto la mortalità di uno svizzero di trent’anni. Non è una scelta strana, se ci pensate: bassa mortalità di sistema, ma ancora abbastanza esposto ai rischi ordinari (incidenti sul lavoro, virus, sostanze, la piscina termale sbagliata eccetera). Ecco: se prendi questa linea di partenza e togli del tutto l’invecchiamento a questo svizzero di 30 anni, la vita umana mediana arriva a 1.759 anni, con un massimo teorico di 29.221. Attenzione: non sono numeri che ci promettono di poter vivere per millenni, ma servono (questo si) a misurare quanto pesa l’invecchiamento.
Poi, da questa durata ottenuta, i ricercatori hanno cominciato ad “accendere” i meccanismi biologici uno alla volta, come degli interruttori. Quello che gli interessa isolare sono le mutazioni somatiche: errori di copiatura del DNA che si accumulano nelle cellule del corpo mentre si dividono, o mentre stanno ferme senza dividersi mai. Quando questo è l’unico freno acceso, con tutto il resto ancora spento, la vita mediana scende da 1.759 a 156 anni, con un tetto massimo di 470.
Il cervello frena, il fegato no
La parte più interessante del modello è proprio dove avviene il crollo. I tessuti a rigenerazione alta (fegato in primis, poi pelle e mucose) mantengono la funzione per migliaia di anni: le cellule danneggiate vengono rimpiazzate, il rumore mutazionale si diluisce, l’organo tira dritto. I tessuti post-mitotici, cioè quelli fatti di cellule che non si dividono più (neuroni della corteccia, cardiomiociti del cuore), no. Accumulano errori e li tengono. È da lì che parte il conto alla rovescia.
Detto altrimenti, il fegato di un ipotetico centoventenne senza altre patologie potrebbe reggere tranquillo, ma il cervello sarebbe già oltre. Kriukov e colleghi ammettono che le mutazioni somatiche da sole non spiegano la mortalità osservata: altri meccanismi (ad esempio la disfunzione mitocondriale, o la deriva epigenetica) contribuiscono in modo comparabile.
Il che, mi permetto di sottolineare, sposta il numero finale della vita umana massima realistica in un range fra 146 e 194 anni, dimodoché anche la più ottimista delle ipotesi resta lontana dai millenni sussurrati dai transumanisti (che però contano anche su possibili miglioramenti per via tecnologica, va detto).
Cinque anni fa un altro gruppo aveva raccontato una storia simile con metodi diversi: nel 2021 un modello basato sul recupero dalle malattie e sui telomeri fissava il tetto a 150 anni. Due approcci indipendenti (uno stocastico, uno biofisico) che convergono attorno alla stessa forchetta. Una coincidenza, o segnale che quel numero da qualche parte c’è davvero.
Il lavoro di Kriukov e Efimov in cifre
Pubblicazione: E. Efimov, V. Fedotov, L. Malaev, E.E. Khrameeva, D. Kriukov, “Somatic mutations impose an entropic upper bound on human lifespan”, pubblicato su npj Aging (25 giugno 2026). DOI: 10.1038/s41514-026-00421-6.
Dati chiave: baseline mortalità = svizzero di 30 anni; vita mediana senza invecchiamento = 1.759 anni; con sole mutazioni somatiche attive = 156 anni (max 470); con tutti i meccanismi realistici = 146-194 anni. Modello incrementale multi-organo, framework matematico sviluppato ex novo dal gruppo Skoltech-AIRI.
La strada verso una vita umana di 150+ anni passa dai neuroni
Da tutto questo il gruppo trae una conseguenza operativa che vale la pena riportare: se il collo di bottiglia sono i tessuti che non si rigenerano, allora le terapie che puntano a spostare in avanti la vita umana devono aggredire proprio quelli. Non un ringiovanimento generico “a spruzzo”, ma una terapia cellulare mirata a sostituire i neuroni, scrivono testualmente, come “unica strada percorribile” verso i 150+ anni.
Detto in un altro modo, la strategia che oggi si vende meglio (integratori, senolitici, plasma giovane, reset epigenetico) non basta neanche in linea di principio, se i modelli hanno ragione. Per superare la soglia servirà rimpiazzare fisicamente i neuroni corticali, cosa che oggi non si sa fare su un cervello vivo. La terapia cellulare che fa ricrescere un fegato è già in Fase 2: quella per far ricrescere una corteccia, invece, al momento è fantascienza dichiarata anche dagli autori dello studio.
Resta il fatto curioso: la biologia ci ha costruiti con un fegato quasi eterno e un cervello a tempo. Il pezzo di noi che decide chi siamo è anche quello che decide quando smettiamo di esistere.
Quanto manca prima di vederlo davvero
Orizzonte stimato: dai 30 ai 50 anni per un ritocco significativo alla vita media (75+), forse mai per il tetto teorico dei 194 anni.
Il modello ci dice dove tirare, non come. Serve terapia cellulare per neuroni e cardiomiociti su cervelli e cuori funzionanti, oggi impossibile. Chi arriverà prima in coda sarà, inutile fingere, chi potrà permetterselo: militari, poi ospedali privati, poi forse i sistemi sanitari. In quest’ordine, come sempre.