A cena, l’altra sera, mia figlia Diana ha guardato con sospetto un cracker “proteico” comprato per curiosità e ha chiesto: “Papà, dentro c’è il grillo?”. Le ho detto “si, piccola. Vuoi?”: non era vero, volevo solo vedere “l’effetto che fa”. Sono una brutta persona. Ad ogni modo, Diana ha rifiutato inorridita. Ha otto anni, il disgusto per gli insetti (figurarsi a mangiarli) e un istinto che, a quanto pare, ha 9.000 anni più di lei.
Da qualche anno l’Unione Europea prova a convincerci che la farina di grillo è il futuro delle proteine sostenibili, e non è la prima volta che ne parliamo. E da altrettanti anni la maggioranza degli europei (me compreso) risponde con la stessa smorfia di Diana. Un gruppo di ricercatori dell’Institute of Evolutionary Biology di Barcellona ha cercato di capirne il motivo, e l’ha trovato dove nessuno guarda mai: nel tartaro di denti molto, molto antichi.
745 bocche e una capsula del tempo genetica
Il tartaro dentale, quella placca calcificata che il dentista raschia via quando facciamo la pulizia dei denti, è in realtà un archivio biologico, non l’unico caso in cui un dettaglio scheletrico riscrive la nostra storia: intrappola DNA di tutto ciò che è passato per quella bocca per anni, a volte per decenni. Il team ha analizzato 745 campioni, alcuni vecchi 33.000 anni, cercando tracce genetiche di insetti finiti lì per errore, per fame o per abitudine.
Il risultato ha una data precisa, e la data conta più del risultato stesso: il DNA di insetto nelle diete europee è crollato intorno a 9.000 anni fa. Non gradualmente, nell’arco di ere: proprio lì, nel momento esatto in cui l’agricoltura arriva dal Vicino Oriente e ridisegna quello che finisce nel piatto europeo.
Il gene che non ha mai fatto pace col cambiamento
Nei successivi novemila anni l’Europa è stata attraversata da migrazioni, invasioni, mescolanze genetiche massicce. Le popolazioni di oggi hanno un patrimonio genetico che c’entra poco con quello di chi viveva qui nel Neolitico. Eppure un dettaglio è rimasto fermo: le mutazioni nei geni della chitinasi, l’enzima che serve a digerire l’esoscheletro degli insetti, sono le stesse.
Un po’ come se il corpo avesse smesso di aggiornare un software che non usa più da millenni, e ora quel software non gira nemmeno se prova a riaprirlo. La chitinasi nordeuropea è rimasta a una versione vecchia di 9.000 anni fa mentre tutto il resto, lingua, cultura, persino i vicini di casa, cambiava intorno.
Lo studio in breve
Pubblicazione: ricercatori dell’Institute of Evolutionary Biology (CSIC-UPF) di Barcellona, analisi su DNA antico da tartaro dentale, risultati ripresi da SciTechDaily.
Quanto tempo occorre per adattarci a mangiare insetti?
Forse non ci adatteremo mai, su scala genetica; su scala culturale, tra i 10 e i 20 anni per una normalizzazione parziale: ma non venite da me col grillo scrocchiarello, che non me lo mangio. E comunque: un gene fermo da 9.000 anni non si riscrive con una campagna di comunicazione UE né con uno snack di cavallette ben pubblicizzato. Magari un giorno la legge consentirà alle aziende di nascondere questo tipo di fonte in farine, snack e barrette, lasciando che il corpo digerisca senza sapere cosa sta facendo. Il tabù resterà, semplicemente diventerà invisibile: lo stesso trucco che si prova a mettere in atto da anni, con risultati altalenanti (più “bleah” che “buono!”).
Chi mangiava insetti con naturalezza si è estinto
Mi sembra quasi di sentirli, quelli che ora staranno pensando o dicendo “gli antichi mangiavano di tutto, poi siamo diventati schizzinosi”. Il tartaro dei Neanderthal, secondo un’analisi separata ripresa da IFLScience, mostra tracce di DNA di mosche, zanzare e larve paragonabili a quelle trovate nei denti degli scimpanzé attuali.
I Neanderthal mangiavano insetti con la stessa disinvoltura con cui noi mangiamo un’insalata, probabilmente insieme a carne già in fase di decomposizione. Chi si è estinto aveva un rapporto più aperto col cibo dei nostri incubi da cena; chi è sopravvissuto, cioè noi, ha portato avanti il gene che rifiuta esattamente quella roba là. Non è una legge di natura scritta da qualche parte: è solo andata così. Certo, io sono libero di credere che a volte “essere schizzinosi” ti salva la vita: change my mind.
La UE lo sa che questa roba ci fa schifo, ma persevera
L’EFSA, Autorità europea per la sicurezza alimentare (European Food Safety Authority) continua ad autorizzare nuove farine di insetto, dal grillo domestico alla larva della farina, con dossier di sicurezza alimentare ineccepibili sul piano tecnico. Il problema non è mai stato la sicurezza: nessuno si è mai avvelenato mangiando un grillo essiccato.
Il problema è più antico e meno negoziabile di un regolamento comunitario: e la strategia industriale coincide, quasi per caso, con quello che lo studio di Barcellona suggerisce. Cosa? Presto detto: se il rifiuto è genetico e non educabile in tempi brevi, l’unica strada percorribile è aggirarlo. Farina invisibile dentro un impasto, proteina isolata dentro una barretta energetica, nessuna immagine di zampe o antenne sull’etichetta. Il gene non lo convinci: lo scavalchi.
Una review pubblicata su International Journal of Food Science and Technology lo conferma con dati alla mano: la disponibilità a consumare insetti sale quando il prodotto non li mostra, e crolla appena l’insetto ridiventa visibile, intero, riconoscibile. È l’unico compromesso possibile con un enzima che non ha aggiornato le sue istruzioni da 9.000 anni. Certo, però, bisogna che si resti trasparenti: l’idea di piazzarli nei cibi senza dirlo, o scriverlo nelle “righe piccole”, a me non va giù.
“Ma quindi è colpa dei miei antenati se non mangio i grilli?” mi ha chiesto Diana quando le ho raccontato lo studio. “Diciamo che è merito loro se sei ancora qui a chiedermelo”, le ho risposto. Poi ho guardato il cracker proteico rimasto nel suo piatto e ho pensato che, in fondo, anche mia figlia sta solo onorando un’eredità di famiglia più vecchia di qualsiasi etichetta nutrizionale.
Il nostro disgusto per gli insetti, comunque, non l’abbiamo scelto noi: e questo mi solleva anche dal senso di colpa. Mangiateveli voi!