Un architetto ha passato una vita intera a smontare l’idea di stanza fissa, e adesso il suo appartamento a Hong Kong non ha camere: ha configurazioni. Mi spiego: la casa di questo tipo ha pareti scorrevoli e mobili a scomparsa che trasformano 32 metri quadrati in 24 layout diversi, uno per ogni momento della giornata. È più chiaro ora?
Lo so bene che qualcuno di voi, all’idea di un letto che sparisce dentro il muro, penserà subito ad Artemio, il montanaro di Renato Pozzetto catapultato in un monolocale milanese. Lì tutto scompariva dentro le pareti: il letto, la doccia, perfino la dignità del protagonista :) Era una gag da film del 1984, e faceva ridere proprio perché sembrava impossibile. Gary Chang, invece, questo il nome dell’architetto, quella stessa idea l’ha fatta funzionare sul serio. E da prima di Artemio.
Già, perché Chang si trasferisce in quell’appartamento nel 1976, a 14 anni, insieme ai genitori, a tre sorelle e… un subaffittuario! Dorme su una panca di legno nel corridoio centrale, perché una stanza tutta sua non esiste: non sa che quella scarsità di spazio diventerà poi il tema di un’intera carriera. Laureato in Architettura all’Università di Hong Kong nel 1987, Chang fonda lo studio EDGE Design Institute. Negli anni successivi torna sempre sullo stesso spazio di 32 metri quadrati per riprogettarlo da capo. La versione attuale, chiamata Domestic Transformer, è il risultato di cinque fasi di lavoro, ciascuna corrispondente a un’età diversa della sua vita.
Come funziona un appartamento che cambia forma
Il meccanismo, come detto, si basa su pareti scorrevoli montate su binari a soffitto, mobili a scomparsa e superfici ribaltabili. Spostando pochi elementi, lo stesso volume diventa camera da letto, studio, sala da pranzo, bagno con vasca o perfino piccolo cinema domestico.
Non ci sono muri divisori fissi: ci sono strati che si aprono o si chiudono a seconda di cosa serve in quel momento. Lo stesso Chang non parla del progetto come di uno spazio, ma come di un sistema basato sul tempo. Invece di spostarsi lui da una stanza all’altra, è l’appartamento a trasformarsi intorno a lui.
L’idea non è isolata. In Giappone, la stessa urgenza abitativa ha prodotto soluzioni analoghe su ruote. Lo dimostra T1, il camper-triciclo che riduce una casa completa alle dimensioni di un mezzo a tre ruote. E se il problema è lo spazio disponibile prima ancora dell’arredamento, c’è chi ha risolto stampando intere abitazioni in 3D in 48 ore, tagliando tempi e costi di costruzione più che di metratura.
Il paradosso di un progetto ormai “troppo grande”
Forse l’Artemio del film troverebbe quasi generosi i 32 metri quadrati della casa di Chang. A Hong Kong si è affermato negli ultimi anni il fenomeno delle “nano-home”, unità abitabili sotto i 18 metri quadrati: praticamente la metà del suo Domestic Transformer. Il progetto nato per dimostrare che si può vivere bene in poco spazio è finito per sembrare, al confronto con il mercato immobiliare più recente della città, un lusso relativo.
La soluzione ingegnosa non cambia il problema di fondo. Il costo al metro quadro a Hong Kong resta tra i più alti al mondo (il doppio di Milano, se ve lo foste chiesti), e le pareti scorrevoli non lo abbassano di un centesimo.
Le cinque fasi del progetto
Il percorso: cinque interventi distinti, siglati M-1976, M-1988, M-1989, M-1998 e M-2007, ciascuno corrispondente a un’età diversa di Gary Chang (14, 26, 27, 36 e 45 anni).
Il nome: “Domestic Transformer” richiama volutamente il primo film dei Transformer, uscito lo stesso anno dell’ultima fase di ristrutturazione, il 2007.
Chi si occupa di micro-architettura da anni sa che il vero limite non è quasi mai tecnico. Basta guardare a un altro esempio di design nato dalla necessità di adattarsi: un robot capace di assumere mille forme diverse, piegandosi su sé stesso. Il principio è lo stesso: un unico elemento che moltiplica le sue funzioni invece di sommare pezzi nuovi. Nel caso dell’appartamento di Chang, però, l’elemento che si piega e si trasforma non è un robot: è un’intera vita domestica, ripensata ogni volta che serve una stanza in più.
Alla fine resta un dubbio più interessante del progetto stesso: quanto del nostro appartamento è davvero necessario, e quanto invece è solo abitudine ad avere una stanza per ogni cosa. Artemio, nel suo monolocale milanese, la scomparsa delle stanze la subiva come una gag. Gary Chang, cinquant’anni dopo, l’ha trasformata in un mestiere. Voi come lo vivete, il posto in cui vivete? Taaac!