Una review pubblicata su Nature Reviews Immunology, firmata da un team coordinato da Alejandro Lucía dell’Universidad Europea di Madrid, mette in ordine quello che oggi sappiamo sui centenari. La conclusione è meno banale di quanto sembri: in molti di loro il sistema immunitario non collassa come ci si aspetterebbe a 100 anni, e nei semi-supercentenari (105-109) e supercentenari (oltre 110) certi parametri assomigliano a quelli di persone molto più giovani. Non è un singolo gene, e non è la dieta. È una combinazione di adattamenti che il corpo riesce, in alcuni casi, a tenere insieme.
Il punto di partenza è una popolazione strana, biologicamente parlando. I centenari non sono semplicemente vecchi: sono persone che hanno saltato, o rimandato di parecchio, i tumori, le malattie cardiovascolari, le patologie autoimmuni severe, le infezioni gravi. Il dato che la review mette in evidenza è quello statunitense del 2020: il 79% dei centenari sono donne. Una sproporzione, non una maggioranza. E gli autori ammettono candidamente di non sapere bene perché.
Cosa succede al sangue di chi ha 100 anni
Quattro cose, in sintesi, accomunano i centenari studiati. Primo: l’infiammazione cronica di basso grado (quella che la letteratura chiama inflammageing) fa meno danni del previsto. Sembra ridotta l’attivazione dell’inflammasoma NLRP3, una specie di interruttore che negli anziani normali resta acceso troppo a lungo. Secondo: il riciclo cellulare via autofagia funziona meglio. Terzo: le cellule T killer, quelle che vanno in giro a cercare cellule tumorali e infette, restano in parte preservate. Quarto: il microbioma intestinale mantiene una diversità che in altri ultraottantenni si appiattisce.
Non è un quadro eroico. Lucía lo dice in modo asciutto a Medscape: non è che non invecchiano, è che il corpo compensa meglio. Un equilibrio precario che però regge per decenni in più del previsto. Un po’ come una vecchia Panda che continua a partire al primo colpo mentre auto più recenti finiscono dal meccanico ogni due mesi.
Le donne, il sistema immunitario, l’enigma globale
Sul perché siano quasi tutte donne, gli autori navigano a vista. Esistono evidenze che l’invecchiamento immunitario sia diverso fra i due sessi: le donne mantengono risposte immunitarie più robuste, gli uomini sviluppano più infiammazione e perdono prima alcune componenti dell’immunità adattativa. Ma chi vive abbastanza a lungo da diventare centenario è una popolazione minuscola, e studiarla in profondità è difficile. La review chiude con un’ammissione: non sappiamo spiegare bene perché le donne vivano sistematicamente più a lungo degli uomini, su scala planetaria. È un fatto. Punto.
Per chi volesse aggiornarsi sul quadro più ampio, su come l’invecchiamento globale stia ridisegnando pensioni, ospedali e città ne avevamo parlato di recente. E sull’altro fronte, quello molecolare, anche l’interleuchina 11, candidata a interruttore dell’inflammageing, suggerisce che l’infiammazione cronica sia un bersaglio terapeutico serio. La review di Lucía non offre molecole magiche: offre una mappa.
Cosa se ne ricava, in pratica
L’autore propone due marcatori che potrebbero entrare prima o poi nella sorveglianza dei pazienti anziani: la conta linfocitaria e la proteina C-reattiva ad alta sensibilità, che misura l’infiammazione cronica. Niente di esotico, sono esami che si fanno in ospedale tutti i giorni. La differenza è cominciare a leggerli in chiave di traiettoria, non solo di valore puntuale. Sul resto, i suggerimenti sono prevedibili e per questo affidabili: evitare obesità, dieta varia, attività fisica regolare, stress sotto controllo.
Va detto anche che si tratta di una review, non di un trial clinico. Mette insieme studi su una popolazione fragile, rara e difficile da reclutare. Le associazioni che descrive sono robuste ma non causali, e nessun marker preso da solo permette di prevedere chi diventerà centenario. Il valore del lavoro sta nel disegno d’insieme, non nella ricetta. La ricetta, semmai, è ancora altrove.
Probabilmente dentro 333 italiani le cui mutazioni richiamano i cacciatori-raccoglitori del Mesolitico, ma quella è un’altra storia.
Scheda Studio
Pubblicazione: Plaza-Florido A., Carrera-Bastos P., Pérez-Prieto I. et al., “The long-lived immune system of centenarians”, pubblicato su Nature Reviews Immunology (23 aprile 2026). DOI: 10.1038/s41577-026-01291-5.
Dati chiave: review internazionale (Spagna, Svezia, Stati Uniti, Italia, Israele) che sintetizza evidenze immunologiche, genomiche, epigenetiche, trascrittomiche e di microbioma intestinale relative ai centenari e ai supercentenari.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 5-10 anni per la traduzione clinica, 15+ per terapie mirate.
I marker che la review suggerisce (linfociti, PCR ad alta sensibilità) sono già in uso e si possono iniziare a leggere in chiave di sorveglianza dell’invecchiamento immunitario nel giro di pochi anni, almeno nei centri di ricerca. Terapie pensate per replicare alcune caratteristiche dei centenari (inibitori selettivi di NLRP3, modulatori dell’autofagia, interventi sul microbioma) restano in larga parte in fase preclinica o di trial iniziale.
Quando arriveranno, le useranno prima i sistemi sanitari ricchi, poi le assicurazioni private, infine, forse, il resto. Riprogrammare l’età cellulare dei supercentenari è una promessa di laboratorio aperta da anni: vale lo stesso schema.
Penso questo: i centenari studiati oggi sono nati intorno al 1925. Hanno attraversato due guerre, una pandemia, fumavano probabilmente di più, mangiavano meno, camminavano molto. Cosa succederà alla coorte del 2025, cresciuta dentro un’altra biografia chimica, alimentare, ambientale, non è scritto da nessuna parte. Come spesso concludo: vedremo.