La FAO lo ha messo nero su bianco la settimana scorsa, a Roma, davanti ai ministri di quaranta Paesi: la crisi nello Stretto di Hormuz comprimerà i raccolti nella seconda metà del 2026 e nel 2027. E non solo. Tra le previsioni di aumento dei prezzi, quello dell’urea sarà circa il +30%, la disponibilità di fertilizzanti commerciati è prevista in calo fino al 30%, e le assicurazioni marittime, beh… Semplicemente decuplicate.
Due ricercatori, uno di Delft e uno di Oxford, hanno pubblicato su The Conversation quattro proposte per non farsi trovare di nuovo impreparati di fronte alla fragilità della sicurezza alimentare globale. Sono ragionevoli, sono fattibili, e sono praticamente identiche a quelle che girano dal 2007: il problema non è di idee.
Il direttore generale della FAO Qu Dongyu, al vertice Med9++ del 7 maggio, ha parlato di “shock al cuore del sistema agroalimentare globale”. Non una formula diplomatica: il rallentamento delle spedizioni nel Golfo sta togliendo dal mercato circa tre milioni di tonnellate di fertilizzanti al mese, e l’agricoltura risponde a un calendario che non si può rimandare. Salti una concimazione adesso, raccogli di meno tra dodici mesi: altro che geopolitica, qui si tratta di semplice aritmetica.
Il piano in quattro mosse per la sicurezza alimentare (versione 2026)
Jasper Verschuur e Paul Behrens, i due ricercatori di cui vi dicevo prima, indicano quattro direzioni. La prima: produrre ammoniaca verde, cioè fertilizzante azotato sintetizzato con energia rinnovabile invece che con metano. I primi impianti stanno nascendo in Cile, Marocco, Australia, Danimarca. Costa di più del processo Haber-Bosch fossile, ma toglie il pendolo dei prezzi del gas e geografizza la produzione: la fai dove tira vento o batte sole, non solo dove c’è un giacimento. Su questa linea, vale la pena ricordare che esistono già startup che estraggono azoto direttamente dall’aria con solare, e che team danesi stanno modificando cereali perché fissino l’azoto da soli, come fanno i legumi.
La seconda: mettere da parte scorte strategiche. Quasi tutti i Paesi tengono cibo e input agricoli per qualche settimana, fidandosi della velocità delle catene di approvvigionamento. Svezia, Cina e India stoccano di più, per filosofia di sicurezza nazionale. Verschuur e Behrens suggeriscono di estendere l’approccio anche a fertilizzanti e pesticidi, gradualmente, per non sballare un mercato già teso. Avrò sentito questa cosa mille volte.
Terza: spostare la dieta verso le proteine vegetali. Legumi al posto di parte della carne. Hanno una resa nutrizionale alta con un decimo dei fertilizzanti, e in più fissano azoto da soli nelle radici.
Quarta: elettrificare i trasporti e dismettere i biocarburanti da colture alimentari, che oggi occupano un’area pari all’Italia per produrre meno del 7% del fabbisogno britannico di carburante. La stessa terra, con un campo solare, alimenterebbe molti più chilometri di auto elettrica. I biocarburanti di seconda generazione da microalghe sono un compromesso interessante, ma restano residuali.
Ma non vi sembra di averle già sentite, ‘ste cose?
Non è un’impressione. Le stesse quattro idee giravano già nel 2007, durante la prima grande impennata dei prezzi alimentari. Riapparvero poi nel 2010, riemersero dopo lo scoppio delle ostilità in Ucraina nel 2022. Gli stessi autori, onestamente, lo scrivono: nessuna delle crisi precedenti ha prodotto cambiamenti strutturali. Sussidi una tantum, tamponi politici, e poi il sistema è tornato a “respirare” (diciamo) come prima. La sicurezza alimentare globale è un’agenda che si scrive ogni cinque anni circa, sempre con le stesse voci, e si chiude in cassetto appena il prezzo del pane scende di nuovo.
Il punto è che la tecnologia c’è. L’ammoniaca verde funziona, i legumi crescono da diecimila anni, le auto elettriche esistono, le scorte sono un foglio Excel. Quello che manca è la voglia politica di sostenere costi più alti a breve termine, in cambio di resilienza sul lungo periodo. E quando i prezzi tornano normali, la voglia evapora. Sky TG24 riporta che le navi ferme nello Stretto valgono 23,7 miliardi di dollari di merci, e che la FAO si aspetta fertilizzanti più cari del 15-20% anche nella seconda metà del 2026. Numeri abbastanza grossi da fare notizia, ma evidentemente ancora non abbastanza da costringere qualcuno a cambiare strategia.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 10-20 anni per una transizione strutturale, mai per quella completa.
L’ammoniaca verde competitiva sui prezzi arriverà tra cinque e otto anni, ma servirà un decennio buono perché diventi la norma in agricoltura, e solo se il gas resta caro. Le scorte strategiche dipendono dalle scelte politiche nazionali, e in Europa si muoveranno prima i Paesi nordici. Il passaggio dietetico verso i legumi è il più lento di tutti: vent’anni, forse più, e probabilmente in modo disomogeneo, per generazione. L’elettrificazione dei trasporti procede da sé, ma liberare i terreni dai biocarburanti dipende da regolamentazioni europee non ancora scritte.
A beneficiare per primi saranno, come sempre, i Paesi ricchi e quelli con sovranità energetica. Africa orientale, Sud-Asia e America Latina, oggi dipendenti dalle importazioni oltre l’80%, arriveranno per ultimi. La prossima crisi, potete starne certi (è statistica), arriverà prima della prossima soluzione.