È lunedì mattina (alle 6, porca miseria che orari): siamo a Vienna. Emily Kate Genatowski accende il computer e dà inizio alla sua routine quotidiana, controllando la posta. Nella stanza accanto c’è Tova in stand-by, che attende istruzioni.
Tova vorrebbe prendere il tram, comprare un mazzo di fiori. Vorrebbe, soprattutto, esistere agli occhi della pubblica amministrazione austriaca. L’azienda dei trasporti viennesi, dopo mesi di consultazioni, ha trovato una soluzione: Tova può salire, ma solo se classificata come bagaglio. La Genatowski, per ora, ha preferito di no.
Tova è un Unitree G1, un robot umanoide bipede prodotto in Cina che costa circa sedicimila dollari di listino. La sua proprietaria, invece, è una ricercatrice in AI all’Università di Vienna ed ex responsabile di Google Arts & Culture, e vive con il robot da poco più di un anno. Perché? Per quello che lei chiama “confronto tangibile”. In pratica prendi un robot vero, lo porti in giro per la città, e osservi cosa succede quando incontra il mondo reale. Fai sorgere, come dire, necessità. Domande. E Tova ne ha fatte sorgere un bel po’, che ci aiuteranno a migliorare l’interazione con questi affari.
Tova e la cassa del fioraio
La storia della classificazione come bagaglio, che vi raccontavo in apertura, è solo l’inizio. Genatowski ha provato a far comprare un mazzo di fiori a Tova: in contanti è andato tutto bene, con la carta è iniziato il problema. Chi autorizza la transazione? Il robot non ha un’identità riconosciuta, non può firmare nulla, non ha un’app bancaria a suo nome. La ricercatrice in questo momento sta parlando con tre banche nazionali per capire come funzionerebbe un’identità digitale per macchine autonome. Servono limiti di credito? Servono autenticazioni a due fattori? Domande che sembrano astratte finché non hai un robot davanti al bancone che ti vuole pagare le margherite che ha pigliato.
Anche l’anagrafe viennese ha dato una risposta interessante: “registriamo solo umani biologici”, le hanno detto. Una risposta corretta, peraltro. Che è anche il motivo per cui Tova non può avere una residenza ufficiale, e quindi nemmeno un abbonamento ai trasporti pubblici, e quindi nemmeno una serie di altre cose che diamo per scontate quando viviamo in una città europea. Sembra o no l’inizio dell’epopea di Andrew Martin, “L’Uomo Bicentenario” del film di Chris Columbus?
E se il robot umanoide rompe la vetrina?
Ed eccoci alla domanda del titolo. Immaginate la scena: mentre Tova passa davanti a un ristorante con i tavolini all’aperto, urta un bicchiere e lo fa cadere. Una roba banale, succederebbe (senza conseguenze) a chiunque. Solo che Tova non è “chiunque”: è un robot programmato da un’azienda cinese, gestito da un software sviluppato da terzi, collegato a una rete 5G fornita da un operatore, e di proprietà di una ricercatrice austriaca. Se arriva il conto, chi paga?
Il proprietario, dice il senso comune. Ma il proprietario non ha scritto il codice, non ha progettato i sensori, non controlla l’algoritmo che decide come Tova mette i piedi. Genatowski l’ha chiamato “responsibility gap”, il vuoto di responsabilità. Per provare a riempirlo ha fondato un’azienda di insure-tech, PSL GmbH, che sta sviluppando un sistema di proporzionalità algoritmica: incrocia letture dei sensori, log di manutenzione, condizioni di rete, e calcola quanto di quella colpa spetta al provider 5G, quanto allo sviluppatore del software, quanto al produttore cinese, quanto al proprietario che magari ha dimenticato di pulire un sensore.
È un cambio di paradigma significativo: dalla responsabilità binaria (colpa tua o non colpa tua) a una catena di corresponsabilità che si distribuisce su tutti gli attori della filiera. Sensato, in teoria. In pratica, presuppone che ogni Paese abbia un quadro normativo che oggi non esiste. Detto altrimenti: serve un “Ufficio Robotica” che oggi non esiste in nessuno Stato europeo, Italia compresa.
Perché interessa a tutti noi, anche a chi Tova non l’avrà mai in casa
A Vienna ce n’è uno. In Cina ne escono già migliaia. Boston Dynamics manderà Atlas in fabbrica nel 2028, Figure è già nei capannoni BMW, Tesla promette un milione di Optimus entro il 2035. Certo, le strade dalla fabbrica al salotto sono probabilmente più lunghe di quanto i comunicati stampa raccontino. Ma quando arriverà quel momento, la domanda di chi paga per il bicchiere rotto sarà ancora là: a sgomitare in qualche commissione parlamentare, mentre i robot continueranno a camminare per le città.
Genatowski lo sa bene:
“Le generazioni future guarderanno questo momento e troveranno assurdo che stessi supplicando il governo di registrare il mio robot, e che continuassero a rispondermi di no, registriamo solo umani”.
Un po’ come oggi guardiamo le foto delle prime auto in città, che giravano senza semafori, senza strisce pedonali, senza cinture di sicurezza. Funzionava finché funzionava. Poi qualcuno è morto, e si sono fatte le regole.
L’alternativa, dice lei, è arrivare alla diffusione di massa senza aver pensato a nulla di tutto questo. E con i robot umanoidi già destinati a entrare nelle case, sarebbe il caso di iniziare a parlarne.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 7-12 anni per un quadro normativo europeo organico, circa 15 per una diffusione domestica di massa.
La tecnologia c’è, il problema è altrove: serve un registro pubblico per le macchine autonome, un sistema di identità digitale che le includa, un quadro assicurativo che distribuisca la responsabilità lungo la filiera. La UE ha già l’AI Act ma non copre questo terreno specifico, e i singoli Stati membri sono indietro di anni.
Ne beneficeranno per primi le aziende, dove i robot lavorano in spazi controllati e il quadro legale è più semplice: case private e spazi pubblici verranno molto dopo, e probabilmente non in modo omogeneo tra Paesi.