L’era dei robot umanoidi è cominciata in una fabbrica Hyundai in Georgia, non nel nostro salotto. Atlas, il robot bipede di Boston Dynamics, debutterà sulla catena di montaggio nel 2028. Alto 1,88 metri, pesa 90 chili, ha una batteria da quattro ore e una faccia che somiglia alla lampada Pixar. Non è un caso. “Volevamo evitare il look distopico”, spiega Robert Playter, CEO di Boston Dynamics. Chiamalo fesso.
Il robot solleverà 50 chili, sequenzierà componenti auto, e soprattutto imparerà un nuovo task ogni 24-48 ore grazie all’AI di Google DeepMind. Poi, forse tra qualche anno arriverà nelle case. E dico “forse”, perché i problemi da risolvere sono ancora parecchi, e il costo è ancora proibitivo. L’inizio è questo, a chi piace e a chi non piace: fabbriche, non famiglie.
Perché? No, sul serio: perché partire dalle fabbriche?
Ce lo fa capire proprio Boston Dynamics con questo suo approccio: il più pragmatico possibile. Sono anni che ci fa vedere questi “cosi” ballare e darsi il cinque, ma poi li vuole prima operai.
Amici, le fabbriche offrono tre vantaggi che le case non hanno: ambiente controllato, costi ammortizzabili su larga scala, e task ripetitivi che gli umani trovano logoranti.
Lo stesso Playter lo dice senza giri di parole: “A casa hai il peggiore degli scenari. Deve costare poco, essere sicurissimo, e funzionare in un ambiente caotico.”
In fabbrica invece controlli tutto. Gli scaffali stanno sempre nello stesso posto, i pezzi arrivano in sequenza prevedibile, e se Atlas sbaglia un movimento non c’è un bambino che gioca per terra.
Il piano è graduale. Si parte con la parts sequencing, cioè spostare componenti da un rack all’altro. Niente assemblaggi complessi, niente cablaggi flessibili, niente inserimenti in spazi stretti. Solo logistica. Poi, man mano che l’AI migliora, si sale di complessità: montare sedili, posizionare cruscotti, fissare portiere. L’obiettivo dichiarato è imparare un nuovo compito ogni 24-48 ore. Un ritmo che richiede progressi enormi nell’intelligenza artificiale, ma che secondo Playter è raggiungibile grazie alla collaborazione con un “premio Nobel” come Google DeepMind.
Il problema dei costi (e della guerra dei talenti)
Playter ammette che servono miliardi di dollari per portare l’era dei robot dalla demo all’impiego quotidiano. Boston Dynamics ha il vantaggio di essere stata acquisita da Hyundai, che ha sia i soldi sia l’interesse diretto (una catena di montaggio dove testare tutto). Ma anche con capitali illimitati, resta il collo di bottiglia dell’AI. E qui si apre il fronte della guerra dei talenti.
“Abbiamo bisogno degli stessi cervelli che Meta, Google e Nvidia stanno assumendo”, dice il CEO. “È una competizione folle.”
L’unica carta che Boston Dynamics può giocare è l’appeal del progetto: lavorare su robot veri, non su modelli linguistici o su chip. Per certi ricercatori conta. Per altri no, specie se l’offerta economica della Silicon Valley è doppia. Il risultato è che l’era dei robot procede a velocità diseguale: hardware pronto, AI ancora da perfezionare, talenti contesi, timeline incerte.
Scheda tecnica Atlas
- Altezza: 1,88 metri
- Peso: 90 kg
- Gradi di libertà: 56
- Capacità di carico: 50 kg
- Autonomia batteria: 4 ore
- Motori: 3 tipologie modulari per ridurre costi produzione
- Partner AI: Google DeepMind
- Deployment previsto: 2028 (Hyundai Georgia)
Scenario a 5 anni: fabbriche ovunque
Ipotizziamo che Boston Dynamics mantenga la promessa. Vedo, vedo… Nel 2028 Atlas entra in fabbrica, alla Hyundai. Funziona. Non perfettamente, ma abbastanza da giustificare l’investimento. A quel punto l’era dei robot si allarga: BMW, che già ha sperimentato con Figure AI, accelera. Toyota guarda i numeri e decide di provare. Ford idem. Nel 2030 i robot umanoidi sono presenti in una dozzina di impianti automotive nel mondo. Non migliaia, una dozzina. Perché i costi restano alti, l’affidabilità non è ancora al 99,9%, e servono tecnici specializzati per ogni impiego operativo.
Nel frattempo, settori adiacenti iniziano a esplorare. Logistica avanzata (magazzini con scaffali alti e spazi stretti dove i robot mobili non arrivano), cantieristica navale, aerospace. Ovunque ci siano task pesanti, ripetitivi, e pericolosi per gli umani. L’era dei robot a questo punto è industriale al 100%. Nessun consumatore ne ha mai visto uno dal vivo, se non in video su YouTube.
E gli operai umani dove li mettono? Playter sostiene che verranno “upskillati”: da scaricatori di container a operatori di Stretch, da montatori a supervisori di Atlas. È plausibile, certo. In parte. Ma è anche vero, non prendiamoci in giro, che un robot che impara 100 task diversi riduce il fabbisogno complessivo di manodopera. La narrativa “creeremo nuovi lavori” regge fino a un certo punto. Poi diventa una questione di numeri: quanti posti si perdono, quanti se ne creano, e chi ci guadagna davvero (questo possiamo intuirlo).
Scenario a 10 anni: forse a casa vostra, di certo nella mia
Playter dice cinque-dieci anni per arrivare nelle case. Proviamo a credere alla parte ottimistica: dieci anni. Siamo nel 2035, e l’era dei robot ha fatto progressi. I costi sono scesi (economia di scala, componenti standardizzati, AI open source). L’affidabilità è salita (miliardi di ore di operatività in fabbrica = dati per addestrare meglio i modelli). La sicurezza è migliorata (sensori più precisi, reazioni più rapide, norme certificate).
A quel punto qualcuno lancia il primo robot domestico umanoide. Non sarà Boston Dynamics, probabilmente. Sarà un produttore cinese che magari, scusate il cliché, ha: copiato il design, ottimizzato i costi, e puntato tutto sul mercato consumer. Oppure sarà Tesla, se Optimus avrà mantenuto le promesse (improbabile, ma Musk ha sorpreso altre volte).
Il robot domestico della prima generazione farà tre cose: piegare il bucato, svuotare la lavastoviglie, passare l’aspirapolvere. Costerà quanto un’auto usata. Lo compreranno early adopter e famiglie con doppio reddito alto e zero tempo. Vi lascio indovinare a quale categoria (o mix di categorie) appartengo, vi anticipo che lo prenderò al volo. Potete anche salvarvi questa pagina, andrà così.
E funzionerà? Sì e no. Piegherà male le magliette, romperà qualche bicchiere, si bloccherà davanti al gatto. Ma migliorerà. Ogni aggiornamento software porterà nuove capacità. Nel 2037-2038 i robot domestici saranno abbastanza buoni da giustificare il costo per chi può permetterseli. Per tutti gli altri resteranno un lusso, come i primi iPhone nel 2007. Ma si sa, poi gli iPhone (coi loro pregi e i loro difetti) hanno invaso il pianeta.
Approfondisci
Ti interessa l’evoluzione della robotica umanoide? Leggi anche come Boston Dynamics ha presentato Atlas elettrico che sfida la gravità. Oppure scopri perché i robot domestici potrebbero arrivare prima di quanto pensiamo secondo alcune previsioni mooolto ottimistiche del settore.
Quello che nessuno dice
L’era dei robot ha un problema di narrativa. Tutti parlano di “collaborazione uomo-macchina”, “upskilling”, “nuovi lavori creati”. Pochi ammettono che l’obiettivo finale è ridurre drasticamente il bisogno di manodopera umana. Non per cattiveria, ma per matematica: le aziende investono miliardi in robotica perché i robot, una volta ammortizzati, costano meno degli umani. Lavorano 24 ore, non si ammalano, non scioperano, non chiedono aumenti.
Playter dice che la demografia gioca a favore: popolazione in calo, meno lavoratori disponibili, necessità di aumentare la produttività. È vero. Ma è anche vero che i benefici della produttività aumentata non si distribuiscono uniformemente. Chi possiede le fabbriche e i robot guadagna, e chi prima veniva pagato per fare quei task perde. Il resto è retorica.
L’era dei robot arriverà comunque. Partirà dalle fabbriche, si allargherà alla logistica, toccherà l’edilizia e i servizi. Poi, forse, entrerà nelle case. Ma tra il “forse” e il “sicuramente” c’è una distanza che si misura in soldi, regolamentazioni, accettazione sociale. E in una domanda che nessuno ha ancora davvero affrontato: cosa facciamo con le persone che questi robot renderanno superflue?
Perché quella, alla fine, è sempre l’unica domanda che conta.