Nel “lontanissimo” 2013 tre ricercatori irlandesi, Timothy G. Dinan, Catherine Stanton e John F. Cryan, hanno coniato il termine “psicobiotica”. L’idea era che certi microbi intestinali potessero influenzare umore e cognizione: batteri che producono dopamina, serotonina, GABA. Roba da non credere, allora. Dodici anni dopo, siamo pieni di dati e conferma. L’ultima, uscita a gennaio 2026 su Microbiome, viene da uno studio che ha seguito 656 anziani per due anni, alla ricerca di una risposta ad una semplice domanda: se l’olio extravergine protegge il cervello, come lo fa?
La risposta è meno diretta di quanto si pensasse, e decisamente più interessante. Passa dall’intestino. E ha un nome: Adlercreutzia.
Olio extravergine e cognizione: cosa dice lo studio
Il team guidato da Jiaqi Ni e Jordi Salas-Salvadó dell’Universitat Rovira i Virgili ha lavorato all’interno del grande trial spagnolo PREDIMED-Plus, uno dei riferimenti internazionali sulla dieta mediterranea. I partecipanti, tutti tra i 55 e i 75 anni, erano in sovrappeso o obesi con sindrome metabolica: una popolazione a rischio elevato di declino cognitivo, ma al momento dell’arruolamento ancora cognitivamente sana.
All’inizio e dopo due anni di osservazione, i ricercatori hanno raccolto tre tipi di dati: consumo di olio (distinguendo tra olio extravergine, vergine e oli raffinati o di sansa), campioni fecali per l’analisi del microbiota e una batteria completa di test neuropsicologici.
Scheda studio
Titolo: Total and different types of olive oil consumption, gut microbiota, and cognitive function changes in older adults
Autori: Jiaqi Ni, Stephanie K. Nishi, Nancy Babio, Jordi Salas-Salvadó e colleghi
Istituzione: Universitat Rovira i Virgili, IISPV, CIBERobn (Spagna)
Rivista: Microbiome, 24 gennaio 2026
DOI: 10.1186/s40168-025-02306-4
I numeri che contano
- 656 partecipanti seguiti per 2 anni
- Miglioramenti osservati in cognizione globale, funzioni esecutive e linguaggio in chi consumava extravergine
- Chi usava oli raffinati: minore diversità microbica e declino cognitivo più rapido
- Il genere batterico Adlercreutzia spiega statisticamente circa metà del beneficio cognitivo osservato
Perché proprio l’extravergine e non l’olio raffinato
La differenza tra olio extravergine e raffinato sta nel processo. L’extravergine si ottiene meccanicamente dalle olive, conservando il corredo completo di polifenoli (idrossitirosolo, oleuropeina, oleocantale), antiossidanti e vitamine. Il raffinato subisce trattamenti industriali che rimuovono le impurità ma anche buona parte dei composti bioattivi.
Ed è qui che entra in gioco Adlercreutzia: un batterio capace di metabolizzare i polifenoli e trasformarli in metaboliti più disponibili per l’organismo. Senza polifenoli in ingresso, il batterio lavora meno. Senza quel lavoro, il segnale che arriva al cervello si impoverisce.
In pratica: non è l’olio che fa bene al cervello, è il batterio che fa bene al cervello grazie all’olio. L’extravergine è il carburante, il microbiota è il motore, la cognizione è il risultato. Se togli il carburante giusto, il motore gira a vuoto.
L’asse intestino-cervello non è più una metafora
Per anni l’asse intestino-cervello è stato raccontato come un’intuizione promettente, ma vaga. Qualcosa che “suggeriva” un collegamento. Lo studio di Reus aggiunge specificità: identifica un mediatore candidato, e lo quantifica. Adlercreutzia spiega circa metà dell’associazione tra consumo di olio extravergine e preservazione cognitiva.
Metà è tanto, considerando che stiamo parlando di un solo genere batterico dentro un ecosistema di centinaia. Per chi invece vede il bicchiere mezzo vuoto, bisogna considerare che l’altra metà resta ancora da spiegare: altri batteri, altri metaboliti, altri meccanismi che non abbiamo ancora isolato.
La cautela dei ricercatori è d’obbligo: lo studio osserva associazioni, non dimostra causalità in modo definitivo. Serviranno coorti diverse e ovviamente follow-up più lunghi. Ma la “nutrizione di precisione” del futuro, quella che un giorno potrebbe prescrivere percorsi alimentari specifici per preservare il cervello di chi invecchia, passa tutta da qui.
Approfondisci
Su Futuro Prossimo abbiamo raccontato più volte come l’intestino si stia rivelando molto più di un semplice organo digestivo. Già nel 2023 in Psicobiotica, i microbi possono decidere il nostro umore seguivamo il filo aperto da Cryan e Dinan. Un anno dopo, in Microbioma intestinale, ora possiamo guidare i batteri buoni, abbiamo visto come la ricerca stia imparando a indirizzare specifici ceppi verso nicchie precise dell’intestino. E il legame si allarga anche ad altre condizioni: Svelato legame tra salute intestinale e disturbi dell’umore racconta il meccanismo molecolare che collega un comune batterio intestinale alla depressione maggiore.