Galimzhan Gabdreshov ha 52 anni, è di Arkalyk, in Kazakistan, e nel 2019 si è ustionato gli occhi col vapore in una sauna. I medici gli dissero che, senza un intervento con il laser, entro cinque giorni sarebbe diventato cieco. L’operazione andò bene, ma il rischio di perdere la vista in futuro restò. Da quella diagnosi è nato Sezual: un dispositivo da indossare al collo che emette click ad alta frequenza e permette a persone completamente cieche di “vedere” lo spazio entro quindici metri, contando su una forma di ecolocalizzazione, come i pipistrelli.
Lo studio peer-reviewed esiste, il brevetto pure, perfino la Banca Mondiale ne ha scritto. Il Ministero del Lavoro kazako, però, ha classificato il progetto come “non prioritario”: e lui allora li costruisce a sue spese.
Come funziona l’ecolocalizzazione applicata agli umani
Il principio è quello che usano pipistrelli e delfini: emettere un suono, ascoltare l’eco, ricostruire lo spazio. Il dispositivo Sezual emette click brevi e ad alta frequenza che rimbalzano su tutto ciò che incontrano. Il cervello dell’utente, dopo un periodo di training, impara a interpretare gli echi e a costruire nella corteccia visiva una mappa tridimensionale dell’ambiente circostante. Forma, distanza, persino il materiale di cui è fatto l’oggetto: i video di test mostrano persone completamente cieche che pedalano in bicicletta, si orientano in ambienti chiusi, colpiscono bersagli con armi paintball.
Gabdreshov non ha inventato il concetto. L’ecolocalizzazione umana è studiata da anni: Daniel Kish, americano cieco dall’infanzia, ha costruito addirittura una scuola intorno a una tecnica simile basata sui click della lingua. La differenza è che Sezual la rende meccanica: il click non lo fa l’utente, lo fa il dispositivo. Più potente, più costante, più preciso. E in teoria utilizzabile anche da chi non ha l’orecchio allenato di un echolocator professionista (in pratica, il training serve comunque, ed è lungo).
Scheda studio
Pubblicazione: Gabdreshov, Magzymov, Yensebayev, “Preliminary investigation of SEZUAL device for basic material identification and simple spatial navigation for blind and visually impaired people”, pubblicato su Disability and Rehabilitation: Assistive Technology, vol. 19 n. 4 (2024), pp. 1343-1350. DOI: 10.1080/17483107.2023.2176555.
Dati chiave: studio sperimentale preliminare su nove partecipanti ciechi. Due setup: identificazione di quattro materiali (vetro, metallo, legno, ceramica) tramite le proprietà di riflessione del suono, e navigazione in un labirinto base. I risultati dimostrano che il dispositivo abilita l’ecolocalizzazione attiva, in particolare per riconoscimento materiali e mobilità spaziale. Sottolineo: il campione è piccolo e gli autori parlano esplicitamente di “indagine preliminare”.
Il riconoscimento internazionale, e quello che manca
Nel 2017 Sezual ha ricevuto un grant dal Fostering Productive Innovation Project finanziato dalla Banca Mondiale, e nel 2020 il dispositivo è stato shortlistato per i World Summit Awards delle Nazioni Unite. Nel 2021 gli esperti della Banca Mondiale hanno scritto sul blog ufficiale dell’organizzazione celebrando l’invenzione come modello di tecnologua esportabile per il benessere. Il dispositivo ha ottenuto un brevetto internazionale, è stato testato in ben otto versioni, sono stati siglati accordi commerciali esplorati con Singapore. E allora perché non decolla?
Secondo quanto raccontato dallo stesso Gabdreshov, il Ministero del Lavoro e della Protezione Sociale del Kazakistan ha classificato il progetto come “non prioritario” e ha rifiutato il finanziamento, nonostante gli appelli della comunità degli ipovedenti kazaki. Nel mondo ci sono 285 milioni di persone con disabilità visiva, 39 milioni completamente cieche. Il mercato c’è, le persone pure, la tecnologia ha un brevetto. Quello che manca è la firma di un funzionario.
Gabdreshov continua a produrre i dispositivi con fondi propri e li dona alle scuole specializzate per bambini ciechi. Non basta.
Non è l’unico dispositivo, ed è anche questo il punto
Il panorama delle tecnologie assistive per non vedenti è più affollato di quanto sembri. C’è chi prova con la guida autonoma applicata agli occhiali, come il dispositivo Biped che adatta i sensori delle auto a guida autonoma a un’imbracatura indossabile. C’è chi mette gli ultrasuoni nelle scarpe, come la calzatura austriaca InnoMake, che vibra quando rileva ostacoli entro quattro metri. Soluzioni diverse, prezzi diversi, target diversi.
L’ecolocalizzazione attiva di Sezual occupa una nicchia precisa: niente telecamere, niente AI, niente dipendenza da illuminazione o connettività. Solo fisica acustica e plasticità cerebrale.
Il limite è l’altra faccia della stessa medaglia: il training. Imparare a interpretare gli echi richiede settimane, forse mesi, di pratica guidata. Non è un dispositivo che si accende e funziona. È uno strumento che la persona deve imparare a usare al punto da farlo diventare un senso aggiuntivo. Che è esattamente ciò che lo rende potente, e che lo rende difficile da scalare.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 5-10 anni per una diffusione reale, e solo in alcuni paesi.
Il dispositivo esiste già, funziona già, ha un brevetto già. Quello che manca è una catena di produzione industriale e una rete di centri di training capaci di insegnare alle persone cieche a usarlo. Senza un sistema sanitario pubblico o un grande operatore privato che lo prenda in carico, restano i dispositivi artigianali distribuiti alle scuole.
Ne beneficeranno per primi gli ipovedenti dei paesi che decideranno di finanziarlo: probabilmente Singapore, forse i paesi scandinavi, forse alcune ONG internazionali. Il Kazakistan, per ora, ha già risposto.
Gabdreshov ha 52 anni e il rischio concreto di diventare cieco. Ha trasformato la sua paura in uno strumento per gli altri, e adesso quello strumento lo costruisce nel garage di casa perché lo Stato ha altre priorità.
L’ecolocalizzazione umana funziona: quante volte una buona idea deve essere riconosciuta all’estero prima di essere finanziata in patria?