Hanno chiamato il reperto Chagyrskaya 64, ed è un molare inferiore sinistro. Lo hanno tirato fuori dal sedimento di una grotta siberiana nel 2016, ma in 8 anni nessuno ha capito davvero cosa fosse quel buco enorme sulla corona del molare, scavato fino alla polpa. Adesso lo studio pubblicato su PLOS One il 13 maggio dice che il buco non si è prodotto da solo: qualcuno lo ha ottenuto “trapanando” con un perforatore di pietra, ruotandolo tra pollice e indice. Il proprietario del dente era un Neanderthal adulto, e questa “sessione dal dentista” è avvenuta 59.000 anni fa. Cioè 40.000 anni prima della più antica prova di un’operazione odontoiatrica conosciuta finora.
Un perforatore di diaspro tenuto tra due dita
La grotta di Chagyrskaya, nell’Altai siberiano, è stata un campo residenziale neanderthaliano tra 70.000 e 49.000 anni fa. Negli anni ha restituito decine di denti, ma Chagyrskaya 64 era diverso: una cavità irregolare e profonda, troppo netta per essere solo una carie. Il team guidato da Aleksandra Zubova e Lyudmila Zotkina ha confrontato le micro-tracce sul dente con quelle prodotte sperimentalmente su tre molari moderni, usando piccoli perforatori in diaspro ricostruiti a partire dagli strumenti trovati nella grotta stessa. Combinazione tornata: il buco è opera di una mano umana che fa ruotare uno strumento tagliente fra polpastrelli, raschiando via lo smalto demineralizzato. Sissignori, il primo dentista della storia umana conosciuta.
E bravo, anche: il molare presenta tracce di masticazione successive al foro. In altri termini, il paziente non è morto sotto il “trapano”. Ha vissuto, e ha continuato a masticare per un tempo significativo. La stessa pazienza tecnica che ha fatto produrre ai neanderthal colla di betulla in un forno ipossico, qui è stata usata per togliere il dolore a un compagno di gruppo.
La cura faceva più male della carie
Ecco il punto che la prima riga del comunicato non dice. Anche se la dottoressa Zotkina, citata dal team, lo ha detto chiaramente: la persona sotto il perforatore doveva sapere che il dolore della procedura sarebbe stato più forte di quello dell’infezione. E doveva accettare che fosse temporaneo. Senza anestesia, senza alcol distillato, senza neanche il lusso di un morso di cuoio. Pollice e indice di qualcun altro, un trapanino di pietra in bocca, e l’idea (presa da chissà dove, tramandata da chissà chi) che pulire quel dente avrebbe risolto il problema.
Questo cambia il quadro più di quanto sembri. Il tema non è più, ormai è chiaro, che “i Neanderthal erano svegli”. È che almeno due persone, nello stesso gruppo, avevano una teoria condivisa del corpo: una immaginava che togliere il marcio togliesse il male; l’altra ci credeva abbastanza da lasciarsi “operare”. Nei primati non umani, niente del genere è documentato. La cura comunitaria dei feriti e dei malati nei Neanderthal era già nota da decenni di scavi, ma qui parliamo di un intervento attivo, doloroso, motivato. Si sapeva che erano in difficoltà demografica; non si sapeva che il sapere medico circolasse in modo così specifico.
Dentista neanderthal: il caso non è chiuso (e fa bene così)
Non tutti gli archeologi, ovviamente, cantano vittoria. Rachel Kalisher, bioarcheologa all’Università della California, San Diego, dice che i dati sono solidi e ben presentati, ma che manca la cosiddetta “pistola fumante”: l’intenzionalità della procedura resta un’inferenza, per quanto plausibile. Insomma: il foro è opera di pietra, su questo siamo d’accordo. Che fosse una seduta dal dentista e non un esperimento andato male o un gesto rituale, lo si deduce dal contesto, ma ovviamente non si vede inciso sull’osso. Una cautela utile, perché il rischio di rileggere il Paleolitico come una nostra brutta copia esiste sempre, e tira più click di quanti ne servano alla scienza.
Scheda Studio
Pubblicazione: Zubova AV, Zotkina LV, Olsen JW, Kulkov AM, Moiseyev VG, Malyutina AA, et al., “Earliest evidence for invasive mitigation of dental caries by Neanderthals”, pubblicato su PLOS One (13 maggio 2026). DOI: 10.1371/journal.pone.0347662.
Dati chiave: molare Chagyrskaya 64, lower-left M2, datazione ~59.000 anni fa, grotta di Chagyrskaya (Altai Krai, Russia). Verifica sperimentale su tre molari moderni con perforatori ricostruiti in diaspro locale. Tracce di masticazione post-intervento.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: già accaduto, 59.000 anni fa. Quello che resta da vedere è la conferma o la smentita: 3-7 anni.
Per chiudere davvero il dossier servirebbe un secondo caso analogo, possibilmente in un altro sito neanderthaliano, e una rilettura sistematica dei denti già conservati nei musei (sono migliaia, e i microscopi di oggi non sono quelli del 1990). Ne beneficeranno per primi gli istituti di paleoantropologia con accesso alle collezioni russe e mediorientali, poi il dibattito pubblico, infine i manuali scolastici. In quest’ordine, e con i tempi lenti dell’archeologia.
