Due giorni. È quello che ci ha messo la psilocibina, in uno studio del Karolinska Institutet, a far calare i sintomi della depressione. Gli antidepressivi ne chiedono sei settimane. Pensate: addirittura il 53% dei partecipanti era in remissione clinica a sei settimane, il gruppo placebo solo il 6%. Grandi numeri, finché non è arrivato il dato a un anno, e la storia ha cambiato un po’ tono.
Allora, vediamo: lo studio, pubblicato oggi su JAMA Network Open, è di Fase 2, randomizzato e in doppio cieco. Trentacinque persone tra i 20 e i 65 anni, tutte con depressione ricorrente da moderata a grave (punteggio MADRS1 minimo di 22): diciassette hanno ricevuto una singola dose da 25 milligrammi di psilocibina, diciotto un placebo attivo, la niacina, scelta perché provoca una vampata fisica riconoscibile. Tutti, in entrambi i gruppi, hanno fatto cinque sessioni di supporto psicoterapeutico distribuite prima, durante e dopo la somministrazione. Il giorno del trattamento: mascherina sugli occhi e cuffie con musica scelta dai ricercatori.
I numeri che fanno notizia
L’endpoint primario era il calo del punteggio MADRS a otto giorni. La psilocibina ha portato il punteggio giù di 9,7 punti in media, il placebo di 2,4. Differenza di 7,3 punti a favore del trattamento attivo, statisticamente significativa e clinicamente rilevante. A quindici e quarantadue giorni, il vantaggio reggeva ancora. Le autovalutazioni dei pazienti (MADRS-S) raccontavano una storia ancora più rapida: effetto antidepressivo già al secondo giorno, mantenuto per oltre tre mesi.
Sei settimane dopo la pillola, il 53% del gruppo psilocibina era in remissione completa. Nel gruppo niacina, era il 6%. Per uno studio sulla depressione ricorrente, non sulla forma resistente ai farmaci (che è quella su cui si concentrano la maggior parte dei trial psichedelici), è un dato che la psichiatria con gli antidepressivi fatica a ottenere in tempi così rapidi.
Il dato a un anno, e qui le cose si complicano
A 365 giorni, la stessa percentuale del gruppo psilocibina era ancora in remissione: il 53%. Sembrerebbe un finale lieto. Solo che, nel frattempo, anche una buona parte del gruppo placebo si era ripresa naturalmente, e la differenza statisticamente significativa tra i due gruppi era svanita. In altre parole: la psilocibina accelera l’uscita dall’episodio depressivo, ma a un anno di distanza non si distingue più dall’andamento spontaneo di chi ha ricevuto un placebo e un buon supporto psicologico.
Il primo autore Hampus Yngwe lo dice senza giri di parole: gli effetti a lungo termine restano incerti, e per prevenire le ricadute serviranno probabilmente trattamenti ripetuti. Lo studio è troppo piccolo (35 persone) per dare risposte definitive: serve molto di più, su numeri ben più grandi.
Il problema che nessuno sa come risolvere
C’è poi la questione del blinding. Nella ricerca farmacologica seria, né paziente né medico devono sapere chi ha preso cosa: altrimenti l’aspettativa fa metà del lavoro. Qui, la niacina serviva proprio a confondere le acque, simulando una reazione fisica. Non è bastato: praticamente tutti i partecipanti hanno indovinato in che gruppo erano finiti. Difficile non farlo, dopo qualche ora di esperienza psichedelica vera contro qualche minuto di flush cutaneo.
I ricercatori stessi lo ammettono: questo significa che parte dell’effetto osservato potrebbe derivare dalle aspettative, non dalla molecola. È un limite strutturale di tutta la ricerca sugli psichedelici, non solo di questo studio. E spiega perché i dati sulla psilocibina vengono periodicamente accolti con entusiasmo e poi ridimensionati: la metodologia non riesce ancora a separare la chimica dalla suggestione.
Sul fronte sicurezza, la maggior parte degli effetti collaterali è stata transitoria e di intensità lieve o moderata. Due partecipanti nel gruppo psilocibina hanno però sviluppato ansia severa e persistente, che ha richiesto attenzione medica. Su diciassette persone, sono due. Non è un dato da nascondere.
Scheda Studio
Pubblicazione: Yngwe H., Plavén-Sigray P., Ekman C.J., Henje E., Berglund A., Tiger M., Beckman M., Lundberg J., “Acute and Late Effects of Psilocybin on Symptoms in Major Depression: a randomised clinical trial”, pubblicato su JAMA Network Open (15 maggio 2026). DOI: 10.1001/jamanetworkopen.2026.12589. ClinicalTrials.gov: NCT04630964.
Dati chiave: trial di Fase 2, doppio cieco, randomizzato, su 35 pazienti con depressione ricorrente moderata o grave. Singola dose di psilocibina 25 mg vs niacina 100 mg come placebo attivo, più cinque sessioni di supporto psicoterapeutico. Endpoint primario: differenza MADRS a 8 giorni (−7,27 punti a favore di psilocibina, p = 0,01). Differenza significativa anche a 15 e 42 giorni, ma non più a 365 giorni. Studio condotto presso la Clinica Psichiatrica di Stoccolma Nord, finanziato da Norrsken Mind e Swedish Research Council.
Cosa cambia rispetto a quello che già sapevamo
Finora gran parte dei trial sulla psilocibina si era concentrata su depressione resistente ai farmaci o associata a malattie terminali. Lo studio Karolinska allarga il campo alla depressione ricorrente “comune”: quella che colpisce la maggioranza dei pazienti, non solo i casi più refrattari. È un passo che ha senso per chi spera in un’alternativa più rapida agli SSRI, ma cambia anche le aspettative su chi potrà accedere a questo tipo di trattamento, se mai arriverà la clinica. Da quanto sappiamo, in parallelo si stanno sviluppando altre vie: stimolazione transcranica domiciliare, spray nasale alla ketamina, neuromodulazione. Tutte muovono nella stessa direzione: rompere il monopolio degli antidepressivi a lento rilascio, che continuano a non bastare per troppi pazienti.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 5-10 anni per un’eventuale approvazione su depressione non resistente, e solo in alcuni Paesi.
Compass Pathways ha completato la Fase 3 su depressione resistente all’inizio del 2026, e la psilocibina sintetica COMP360 ha già percorso più strada. Lo studio Karolinska serve a giustificare i prossimi trial su numeri ben più grandi e su pazienti non resistenti: cosa che richiede anni e investimenti che oggi nessuno garantisce, finché il problema del blinding resta aperto.
Quando arriverà, ne beneficeranno per primi i sistemi sanitari che possono permettersi sessioni psicoterapeutiche prolungate accanto alla dose, e i pazienti privati che pagano. In quest’ordine. In Italia, dopo lo studio di Chieti su depressione resistente partito nel 2026, parliamo di una decina d’anni almeno prima di un eventuale uso clinico ordinario.
Nel frattempo, la prossima fase di analisi del team di Stoccolma riguarderà PET, sangue e liquido cerebrospinale, per capire se la psilocibina aumenta davvero la densità delle sinapsi (l’ipotesi neurobiologica).
Forse lì, in laboratorio, salterà fuori il pezzo che oggi manca: perché funziona quando funziona, e perché smette di fare differenza dopo qualche mese. Per ora resta una pillola che non cancella l’inverno, ma diciamolo: forse lo accorcia.
- Il punteggio MADRS è una scala usata da medici e psicologi per misurare quanto sono forti i sintomi della depressione in una persona. La sigla significa Montgomery-Åsberg Depression Rating Scale ed è composta da 10 voci, ciascuna valutata da 0 a 6, per un totale che va da 0 a 60. ↩︎