Un gruppo di ricercatori dell’Università di Okayama ha appena pubblicato su Scientific Reports uno studio che lega la salute orale, e in particolare la parodontite all’infertilità femminile. Hanno confrontato il sangue di 76 donne con gravidanza naturale e 70 donne in cura per infertilità inspiegata: nelle seconde, gli anticorpi contro tre ceppi di Porphyromonas gingivalis sono significativamente più alti.
Poi sono passati ai topi, dove le cose si sono fatte ancora più interessanti: le femmine con parodontite indotta partoriscono meno cuccioli, quando li partoriscono sono più piccoli, e hanno l’utero ingrossato. La salute orale, insomma, parla con organi che dovrebbero essere a chilometri di distanza.
Il comunicato che ha fatto il giro delle agenzie ieri raccontava una storia un po’ diversa: ovaie danneggiate, qualità degli ovociti compromessa. Ecco, su questo conviene rallentare un secondo, perché lo studio dice un’altra cosa. E la cosa che dice è più interessante di quella che gli hanno fatto raccontare.
Cosa hanno trovato davvero (e non sono le ovaie)
Il gruppo guidato da Shogo Takashiba ha lavorato su due binari paralleli. Sul versante clinico, gli anticorpi IgG contro sette ceppi di batteri parodontali misurati con ELISA in donne giapponesi reclutate fra il 2020 e il 2022. Su quello sperimentale, topi C57BL/6 con parodontite indotta da legatura di seta intorno ai molari, infettati con P. gingivalis ceppo W83.
Risultato sui topi: dopo quattro settimane di infiammazione cronica del cavo orale, le femmine accoppiate fanno meno cuccioli (mediana 5 contro 8 del gruppo sano), più morti fetali, neonati più leggeri. E l’utero, all’esame istologico, è quasi raddoppiato in sezione (12,21 mm² contro 6,56). I recettori per estrogeno alfa e progesterone, nell’endometrio e nello stroma, sono espressi molto più del normale. Le ovaie? Nello studio non vengono nemmeno analizzate. Il bersaglio è l’utero, non le gonadi: una differenza che cambia la lettura della notizia.
Come una gengiva infiammata arriva fino in fondo
Il meccanismo proposto è coerente con quello che si sospettava da anni: i batteri parodontali, e in particolare P. gingivalis, attraversano il flusso sanguigno, raggiungono altri tessuti, modulano localmente il microbiota e fanno produrre citochine pro-infiammatorie (IL-6, TNF-α). Un lavoro indipendente del 2024 aveva già trovato DNA di P. gingivalis nell’utero di topi con parodontite, accompagnato da infiammazione locale.
L’asse, insomma, è bocca-utero. Non bocca-ovaio. La distinzione conta, perché cambia chi dovrebbe parlare con chi. Un ovocita danneggiato è una storia di età biologica, di stress ossidativo, di crioconservazione. Un endometrio che non si comporta come dovrebbe è una storia di impianto, di terapia mirata, di chirurgia ambulatoriale. Cose diverse, percorsi diversi, costi diversi. È lo stesso filo che in un altro studio recentissimo collega la salute orale al cancro al seno tramite Fusobacterium nucleatum sulle gengive, o quello che da anni descrive il microbioma intestinale come centralina dell’umore attraverso le stesse citochine.
Cosa significa per chi sta provando ad avere un figlio
Detto altrimenti: prima di concludere che bisogna mandare in PMA chi ha le gengive che sanguinano, conviene leggere bene i numeri. Lo studio è uno studio osservazionale su poche centinaia di donne, più un modello murino. Gli autori stessi scrivono che non hanno misurato la profondità delle tasche parodontali, non hanno fatto radiografie dentali, non hanno escluso fumo e BMI. Si sono basati sugli anticorpi nel sangue, che è un proxy, non una diagnosi.
Quello che la ricerca suggerisce è che il dentista, in un percorso di infertilità inspiegata, dovrebbe essere uno dei primi a essere chiamato in causa. Specialmente in Giappone, dove gli autori segnalano che la collaborazione fra odontoiatri e centri di fertilità oggi semplicemente non esiste. In Italia, idem. Il che non vuol dire che lavarsi i denti garantisca un figlio. Vuol dire che ignorare una parodontite mentre si fanno cicli di stimolazione ovarica è una scelta meno innocente di quanto sembri. Le evidenze sono ancora associative, ma il segnale c’è, e non è il primo nodo biologico che lega la salute orale alla riproduzione.
Scheda Studio
Pubblicazione: Kamei-Nagata, C. et al., “Periodontitis associated with Porphyromonas gingivalis infection is a risk factor for infertility through uterine hypertrophy”, pubblicato su Scientific Reports (2025). DOI: 10.1038/s41598-025-18992-x.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 5-10 anni perché il controllo parodontale entri nei protocolli di PMA, molto di più perché il legame causale sia dimostrato con uno studio randomizzato.
Servono coorti più grandi, misure parodontali cliniche vere (non solo anticorpi), e un trial che mostri se trattare la parodontite migliora davvero il tasso di gravidanza. Ne beneficeranno per primi i centri privati di fertilità che includeranno la visita odontoiatrica come screening: costa poco, fa sembrare il percorso più completo, è facile da vendere. Il sistema sanitario pubblico arriverà dopo, quando i numeri saranno indiscutibili. In quest’ordine.
Resta una domanda che il comunicato non si è posto: quanti dei cicli di fecondazione assistita falliti che ogni anno svuotano portafogli e speranze hanno, in fondo a una scheda clinica che nessuno ha aperto, una gengiva infiammata da dieci anni.