Quando una nuova industria diventa abbastanza grande da spaventare i governi, succede sempre la stessa cosa: l’industria spende una barca di soldi per spiegare ai governi che non dovrebbero spaventarsi. È capitato col tabacco, col petrolio, con i farmaci. Adesso, dicono i ricercatori, sta capitando con le lobby dell’AI. Uno studio firmato da sette autori tra Edinburgh, Dublino, Delft e Carnegie Mellon ha contato ben 27 tecniche di cattura regolatoria e 249 casi documentati in due anni di copertura giornalistica intorno ai grandi eventi AI. Il secondo mestiere più vecchio del mondo, se capite cosa intendo.
Il lavoro si chiama Big AI’s Regulatory Capture e sarà presentato a giugno alla ACM Conference on Fairness, Accountability and Transparency. Il nome che gli autori scelgono per il settore, Big AI, è una citazione esplicita. Big Tobacco, Big Pharma, Big Oil: tre industrie che hanno scritto manuali di sopravvivenza politica e regolatoria su cui generazioni di studenti di legge si sono formate. La lobby AI, dicono i sette ricercatori, sta usando lo stesso manuale. A volte perfino con gli stessi avvocati.
Ventisette tecniche, cinque famiglie
Gli autori hanno analizzato 100 articoli intorno a quattro eventi: il pezzo finale sull’AI Act europeo e i tre summit globali a Bletchley Park, Seul e Parigi tra 2023 e 2025. Hanno costruito una tassonomia di 27 meccanismi in cinque categorie, dall’influenza diretta sui politici alla manipolazione del dibattito pubblico. Il più diffuso è la narrative capture: l’arte di decidere quale cornice mentale useranno tutti gli altri quando si parla di un certo tema. Due slogan dominano la copertura analizzata: “la regolamentazione frena l’innovazione” e “troppa burocrazia”. Servono entrambi a preparare il terreno alla richiesta successiva, che arriva sempre: deregolare, togliere ostacoli.
La seconda categoria più ricorrente è quella che gli autori chiamano elusion of law. Riguarda violazioni e interpretazioni contestate di norme antitrust, copyright, privacy, diritto del lavoro. Tradotto in italiano da bar: si fa quel che si vuole, si paga la multa se arriva, e nel frattempo si è cambiato il mercato. Una formula che di solito si considerava usata solo da aziende cinesi, ma da tempo nessuno si beve più questa frottola.
Le porte girevoli, i finanziamenti, le rappresaglie
Lo studio documenta poi tre meccanismi che da soli sarebbero protagonisti di un libro a parte. Il primo: il revolving door, persone che escono da un ministero o da un’authority e si ritrovano, mesi dopo, a consigliare le stesse aziende che dovevano vigilare. Il secondo: donazioni politiche e quote azionarie in aziende regolate detenute da funzionari pubblici. Il terzo è il più sgradevole, e riguarda le rappresaglie contro whistleblower, ricercatori e legislatori scomodi. Non si parla di dossier in stile spy story: si parla di cause legali, contratti rescissi, accessi negati, posti di lavoro che evaporano.
La lobby AI, scrivono Birhane e colleghi, ha già fatto due cose insieme: ha chiesto pubblicamente di essere regolata (Sam Altman in audizione al Senato americano nel 2023 è la scena madre) e in privato ha lavorato perché quella regolamentazione fosse il più morbida possibile. Lo stesso Altman, nel novembre dello stesso anno, sarebbe stato licenziato e riassunto in 96 ore dal board di OpenAI: episodio che oggi, riletto con la lente della cattura, suona meno come dramma aziendale e più come segnale di sistema.
Cosa hanno imparato i predecessori
Gli autori chiudono con un suggerimento operativo, che non è una novità per chiunque abbia studiato la storia di tabacco e farmaci: servono separazione netta tra interessi pubblici e privati, regole vincolanti per le interazioni industria-governo, registri obbligatori dei conflitti di interesse. Cose che esistono già, sulla carta. Cose che, applicate a Big Tobacco, per avere qualche effetto dopo i primi processi hanno dovuto attendere 30 anni. L’AI però corre più veloce: trent’anni qui sono un’era geologica.
Scheda Studio
Pubblicazione: Abeba Birhane, Riccardo Angius, William Agnew, Harshvardhan J. Pandit, Bhaskar Mitra, Roel Dobbe, Zeerak Talat, “Big AI’s Regulatory Capture: Mapping Industry Interference and Government Complicity”, pubblicato su arXiv (2026). DOI: 10.48550/arxiv.2605.06806. Presentazione alla ACM FAccT, giugno 2026.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 10-20 anni perché le contromisure inizino a mordere, ammesso che inizino.
Le regole anti-cattura esistono già, sulla carta: registri della trasparenza, codici di condotta, periodi di raffreddamento per chi esce dalle istituzioni. Funzionano poco e male anche nei settori dove sono in piedi da decenni. Sui temi AI, in Italia non esistono affatto.
Il primo beneficiario di una regolamentazione efficace, paradossalmente, sarebbe l’industria stessa, perché ridurrebbe l’incertezza giuridica. Solo che a breve termine costa, e nessuna multinazionale ha mai votato contro i propri trimestrali.