Il boiler dell’australiano medio (ammesso esista la categoria) da 12 anni si accende ogni sera verso le 19: nessuno in casa gli ha mai chiesto niente. Il suo vicino, tre case più in là, ha appena speso seimila euro per una batteria da mettere in garage: promette di fare più o meno lo stesso lavoro, tenere da parte energia comprata a poco per usarla quando costa il triplo. Il boiler quel lavoro lo farebbe gratis. Basterebbero un timer e il permesso di scaldare l’acqua quando conviene e non quando capita. Su questo tre ricercatori australiani hanno scritto qualcosa che vale anche qui: lo scaldabagno intelligente può fare, in silenzio, il lavoro che oggi paghiamo caro per delegarlo a una batteria.
David Roche, Chris Briggs ed Ed Langham lavorano su energia e reti elettriche. Hanno messo per iscritto un conto che in Australia sta facendo discutere: il riscaldamento dell’acqua vale da solo circa un quarto delle emissioni di una casa media (in Italia un buon 15-20%). Parlo proprio dell’acqua del rubinetto, non dell’aria condizionata o del riscaldamento degli ambienti. È un 25% che quasi nessuno guarda, perché l’attenzione di chi si occupa di transizione energetica è andata quasi tutta alle batterie domestiche. Vi torna, il discorso?
Perché lo scaldabagno intelligente vale come una batteria
Un serbatoio da 50-80 litri con una resistenza o una pompa di calore è, per la rete elettrica, quasi indistinguibile da una batteria. Assorbe energia quando è abbondante ed economica, di giorno, col sole sui pannelli. La conserva sotto forma di calore invece che di carica chimica, e la restituisce quando serve, con la doccia della sera. Una famiglia di quattro persone consuma per l’acqua calda circa 13 kilowattora al giorno: più o meno quanto immagazzina una piccola batteria domestica. La differenza è che il boiler quella capacità ce l’ha già in casa. La batteria va comprata, installata, ammortizzata in anni.
Per carità, chiariamo: l’Australia di batterie ne ha installate oltre 450.000 in diciotto mesi, e il risultato si è visto. Durante la crisi in Iran, quando molti si aspettavano un’impennata dei prezzi legata al gas, i prezzi sono rimasti stabili o sono perfino scesi: le batterie hanno tolto pressione alla rete nelle ore serali di punta. Ma la stessa ricerca calcola che gli scaldabagni elettrici australiani, gestiti in modo intelligente, potrebbero valere l’equivalente di 2 milioni di batterie in più. Il quarto di emissioni che nessuno guardava vale, numeri alla mano, otto volte quello che il boom delle batterie ha già messo in rete.
Cosa cambia con una pompa di calore
Le pompe di calore per l’acqua sanitaria tagliano oggi i consumi fino al 75% rispetto a un boiler elettrico tradizionale. Assorbono calore dall’aria invece di generarlo con una resistenza, un po’ come fa il frigorifero al contrario. Aggiungeteci un timer o una connessione allo smart meter, e il sistema sceglie da solo quando scaldare: nelle ore di sole, se c’è il fotovoltaico, o nelle fasce orarie più economiche. La tecnologia esiste da anni.
Manca, quasi ovunque, la spinta a installarla e collegarla davvero al resto della casa.
L’acqua calda in due numeri
Pubblicazione: David Roche, Chris Briggs, Ed Langham, “After home batteries, could the humble water heater be the next big step forward?”, pubblicato su The Conversation (2026), ripreso da Tech Xplore.
Dati chiave: l’acqua calda vale il 25% delle emissioni domestiche in Australia; una gestione intelligente degli scaldabagni potrebbe equivalere a 2 milioni di batterie domestiche; oltre 450.000 batterie installate in 18 mesi.
E in Italia?
Qui il conto cambia di segno ma la logica regge, forse anche meglio che in Australia. Circa il 40% delle case italiane scalda ancora l’acqua a gas, con bollette che superano facilmente i 1.000 euro l’anno per una famiglia tipo. Il fotovoltaico domestico, intanto, è già diffuso quanto quello australiano di dieci anni fa.
Una famiglia con pannelli in tetto potrebbe azzerare quasi del tutto il costo dell’acqua calda. Basta spostare l’accensione del boiler alle ore centrali della giornata, quando il sole produce più di quanto la casa consuma. Non serve un incentivo enorme. In Lombardia e in Veneto sono comparsi bonus locali per le pompe di calore sanitarie. Restano però scollegati da qualunque discorso sull’accumulo, come se il boiler non facesse parte della stessa famiglia delle batterie per cui lo Stato stanzia fondi con più convinzione.
Chi vive in condominio o in affitto, di solito escluso dagli incentivi sul fotovoltaico, sarebbe il primo a guadagnarci. Non serve un tetto di proprietà, basta un boiler con un minimo di cervello. Ne avevamo già scritto parlando di storage modulare nelle case italiane: lo scaldabagno, semplicemente, non era ancora entrato nella lista.
Cosa manca perché succeda davvero
Orizzonte stimato: almeno 3 anni per una diffusione significativa, se arrivano gli incentivi giusti.
Diffondere scaldabagni intelligenti su scala nazionale non richiede tecnologia da inventare. Servono tre cose che in Italia mancano ancora. Un incentivo dedicato, visto che oggi si sussidiano soprattutto le pompe di calore per il riscaldamento e non per l’acqua sanitaria. Uno standard che imponga i timer di serie sui nuovi apparecchi. E una tariffa elettrica che premi davvero chi sposta i consumi nelle ore giuste.
Il vicino con la batteria in garage ha comprato una tecnologia che nel 1990 non esisteva. Chi si limita a un timer sul boiler, che gli antenati usavano già ai tempi della lavatrice a gettoni, compra più o meno lo stesso servizio con la spesa di un elettricista per un pomeriggio.
Una cocciutaggine tecnologica, quella di ignorare lo scaldabagno mentre si rincorre l’ultima batteria di grido.