C’è una scena ricorrente nei rendering della Mohammed VI Tower: la torre che si staglia controluce sul Bouregreg, vista da Rabat verso Salé, come un razzo poggiato su una rampa. La metafora non è casuale: il committente, Othman Benjelloun, nel 1969 visitò un simulatore di volo della NASA e da quella visita, raccontano gli architetti, è nata la forma del grattacielo. Cinquantasette anni dopo, il razzo ha smesso di essere un disegno e ha aperto le porte. Solo che non parte: ci abitano dentro.
Il principe ereditario Moulay El Hassan ha inaugurato l’edificio pochi giorni fa, su disposizione di re Mohammed VI, che dà il nome all’edificio. La Mohammed VI Tower, ça va sans dire, è ora ufficialmente il grattacielo più alto del Marocco e il terzo dell’Africa, dopo la torre della Grande Moschea di Algeri e l’Iconic Tower egiziana del Nuovo Cairo. Sorpassa l’era dei grattacieli iconici del Golfo per ambizione simbolica, ma gioca in un campionato dove l’altezza non è più la variabile principale.
I numeri della Mohammed VI Tower (e quello che dicono davvero)
52 piani, 250 metri, 102.800 metri quadrati di superficie totale. Dentro: un Waldorf Astoria, uffici, residenze di alta gamma, una sala conferenze, ristoranti, un osservatorio panoramico in cima e un podio commerciale di quattro livelli alla base. Trentasei ascensori. La torre è progettata per essere visibile a cinquanta chilometri di distanza, dato che dà l’idea di cosa significhi inserirla nello skyline di una capitale che fino a ieri aveva come edificio simbolo la moschea Hassan II di Casablanca, alta 210 metri.
L’ingegneria è la parte interessante. Le fondazioni scendono sessanta metri sotto il livello del suolo, su 104 barrette di calcestruzzo, perché il sito è sismico e il Bouregreg ogni tanto si arrabbia. La struttura è un sistema ibrido tube-in-tube: nucleo interno in calcestruzzo ad alta resistenza, telaio esterno in acciaio. In cima, un ammortizzatore a massa accordata da 160 tonnellate compensa le oscillazioni del vento e i microsismi. È lo stesso principio del Taipei 101, scalato per il contesto marocchino. La realizzazione è stata affidata a una joint venture tra la belga BESIX (gli stessi del Burj Khalifa) e la marocchina TGCC.
Il dettaglio che non era nei comunicati: 432 milioni di dollari
Il preventivo iniziale parlava di 357 milioni di euro. La cifra finale, secondo l’agenzia governativa Rabat Invest, si è fermata attorno ai 4 miliardi di dirham marocchini, circa 432 milioni di dollari. Bloomberg, in modo più generoso, parla di 700 milioni includendo l’indotto e le infrastrutture collegate. In ogni caso: una cifra significativa per un Paese il cui PIL pro capite è di poco superiore ai 4.000 dollari. La domanda che il taglio del nastro non si è posta è chi userà quegli appartamenti di alta gamma e chi dormirà al Waldorf Astoria. Probabilmente non lo stesso pubblico che vive a Salé, città storicamente più popolare di Rabat, dall’altra parte del fiume.
Sul fronte sostenibilità, il pacchetto è quello che ci si aspetta da un edificio del 2026: doppia facciata, una con illuminazione dinamica e una con pannelli fotovoltaici sul lato sud, sistemi di recupero energetico, raccolta dell’acqua piovana. Certificazioni LEED Gold e HQE. Sono criteri seri, ma la matematica del carbonio incorporato in un grattacielo da 250 metri resta un capitolo che nessuno ama affrontare nelle inaugurazioni: un tema su cui a suo tempo abbiamo scritto a proposito della Jeddah Tower e dei costi reali del verticale estremo.
Razzo simbolico, podio reale
La forma a razzo è stata scelta nel 2014, quando Benjelloun presentò il modello e la raccontò così: il razzo che porterà i dipendenti della BMCE (oggi Bank of Africa) “nello spazio”. Una metafora aziendale che oggi, con la torre finita, suona meno motivazionale e più letterale. Il podio di base, in effetti, ricorda una rampa di lancio. La parte che parte verso l’alto è abitata da chi può permettersi un appartamento da Mille e una notte fiscale. Quelli che restano sulla rampa, intorno, guardano in su.
L’iscrizione della Mohammed VI Tower nel programma “Rabat, Ville Lumière, Capitale Marocaine de la Culture” la posiziona come pezzo centrale dello sviluppo della valle del Bouregreg, accanto al Grand Théâtre firmato da Zaha Hadid Architects. È una strategia che non è solo marocchina: è la stessa che ha trasformato Dubai e che sta arrivando in territori meno prevedibili, dal Canada all’Africa subsahariana. Il grattacielo come dichiarazione d’intenti, la skyline come politica estera. Il Marocco, con questa torre, sta dicendo che vuole correre una corsa della quale finora era stato solo spettatore.
Il razzo che non parte, ma fa ombra
C’è un dettaglio temporale interessante: il record di “edificio più alto del Marocco” la Mohammed VI Tower lo terrà solo per qualche anno. L’Alamein Iconic Tower in Egitto, prevista in apertura quest’anno, supererà i 250 metri. Il primato africano è già di Algeri ed Egitto. La torre marocchina, in sostanza, arriva al traguardo dopo nove anni di cantiere (la prima pietra è del marzo 2016) per piazzarsi terza in un campionato continentale che cambia ogni due anni. Onestà intellettuale: non era questo il punto. Il punto era avere il razzo, e averlo a Rabat.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: la torre è già aperta. Ma il “vederla” come pezzo funzionante della città richiede 3-7 anni.
Inaugurazione e occupazione reale sono cose diverse. Il Waldorf Astoria aprirà a regime nei prossimi mesi, gli uffici si riempiranno gradualmente, le residenze di alta gamma seguiranno il ritmo del mercato immobiliare di lusso marocchino, che non è quello di Dubai.
Il vero test sarà fra cinque anni: quanti piani saranno occupati, quanti turisti visiteranno l’osservatorio, quanto renderanno i fotovoltaici della facciata sud nelle estati di Salé? Vedremo.
Il razzo di Benjelloun è atterrato. Ora bisogna vedere se decolla la città intorno, o se resta solo una bella inquadratura per i droni dei matrimoni di lusso sul Bouregreg.