Un impianto a vapore che funziona come nel 1956: Jeremy Owston lo ha progettato per anni dentro i sottomarini della BAE Systems, e a un certo punto si è stancato di scaldare acqua per far girare turbine di ottant’anni fa. Il nucleare compatto che ha in mente lui usa turbine da jet al posto del vapore, sta dentro un capannone e (dice) costa un quinto di una centrale tradizionale. Con Tim Abram, professore di ingegneria nucleare a Manchester, Owston ha depositato brevetti su reattori raffreddati ad azoto collegati direttamente a turbine a gas. Il 27 luglio 2026 la loro startup, Nuclear Turbines, è uscita dalla fase “stealth” con 15 milioni di sterline raccolti da finanziatori. Di che parliamo?
Anzitutto: il contesto britannico aiuta a capire perché la promessa suona bene proprio adesso. Le aziende del Regno Unito pagano l’energia il 50% in più delle omologhe francesi e tedesche, e il governo di Londra sta cercando di rimettere in piedi un settore nucleare smontato pezzo per pezzo negli anni Duemila. La Nuclear Regulatory Review commissionata nel 2025 chiedeva un “reset radicale”. Nuclear Turbines si presenta come uno dei primi frutti di quel reset.
Il trucco: partire dalla turbina, non dal reattore
L’idea di Owston e Abram è semplice. Nell’industria nucleare da sempre si progetta prima il reattore e poi si adatta un sistema per usare il calore. Nuclear Turbines fa il contrario: parte dalla turbina più economica sul mercato (quella dei motori a reazione e delle centrali a gas) e disegna un reattore che la scaldi alle temperature giuste.
Senza il circuito del vapore, l’apparato diventa così ridotto che può stare “dietro al contatore”: dentro una fabbrica, sotto un data center, accanto a un impianto siderurgico.
Una centrale privata delle dimensioni di un capannone.
Il nucleare compatto, però, aveva già promesso tutto questo
Qui vale la pena rallentare. La categoria degli small modular reactor esiste da 15 anni e ha già bruciato miliardi. Nel 2023 NuScale ha cancellato il progetto pilota americano dopo che i costi erano quasi raddoppiati sulle stime iniziali. Era il primo SMR approvato dalla NRC, doveva alimentare sei utility dell’Utah, non è mai partito.
Un progetto simile nel Regno Unito, Rolls-Royce SMR, è alla certificazione finale senza avere ancora costruito nemmeno un reattore.
E poi c’è il confronto scomodo con le rinnovabili, quello che fa incazzare tutti i fan del nucleare. Nel 2024 uno studio del Fraunhofer ISE ha mostrato che in Germania l’elettricità da solare più batteria costava meno di quella da nucleare, carbone e gas. Un quinto del costo del nucleare tradizionale sarebbe ancora sopra il solare tedesco con accumulo, va detto. Più che altro, la promessa di Nuclear Turbines, con questa lente, non è battere le rinnovabili: è avvicinarsi al loro costo abbastanza da giustificare la corrente sempre disponibile.
Chi c’è dentro Nuclear Turbines
Fondatori: Jeremy Owston (ex principal engineer BAE Systems Submarines, brevetti su reattori HTGR raffreddati ad azoto) e Tim Abram (professore di ingegneria nucleare all’Università di Manchester). Prima della startup, i due hanno pubblicato ricerca peer-reviewed sull’accoppiamento diretto reattore-turbina a gas.
Round: 15 milioni di sterline guidati da IQ Capital, con Rhapsody Venture Partners, Zero Carbon Capital ed Empirical Ventures. Lauren Dickerson (ex Centrica) entra come chief commercial officer. Fondi destinati a design e banchi di prova.
Nel 2026 Nuclear Turbines non ha ancora un prototipo. Nessun reattore da mostrare, nessuno studio di sicurezza sottoposto all’Office for Nuclear Regulation. Però ha brevetti, due cofondatori assolutamente credibili e i fondi per iniziare. Owston dice che vuole “reindustrializzare mantenendo gli obiettivi climatici”: tradotto in pratica, i primi clienti saranno data center e siti industriali energivori, almeno all’inizio.
Da qui al primo kilowattora, quanto manca
Orizzonte stimato: 10-15 anni per il primo impianto operativo.
Il problema non sta nella fisica (i reattori ad alta temperatura raffreddati a gas esistono da decenni, il primo era britannico) ma nella catena regolatoria: 5-8 anni di autorizzazioni, con i costi che tendono a crescere strada facendo. Ne potrebbero beneficiare per primi i grandi acquirenti industriali con contratti bilaterali; l’accesso residenziale via rete è un’altra storia. Il paragone con Rolls-Royce SMR e con la corsa ai minireattori a matrice militare aiuta a restare prudenti, e a tenere le aspettative a freno.
Owston, nel comunicato, dice di aver “ribaltato il copione”. È vero sul piano dell’ingegneria: raro che qualcuno pensi al vapore come al pezzo da eliminare. Sul piano industriale, invece, il copione lo ribaltano i clienti quando firmano un contratto, non gli investitori quando firmano un accordo di finanziamento.
La scommessa del nucleare compatto british-style, comunque, ha tutte le carte in regola per partire: vediamo se (e dove) arriverà.