La chemioterapia contro il glioblastoma funziona finché il tumore non impara a resisterle, e di solito impara in fretta. Da lì restano solo la radioterapia e un’aspettativa di vita che raramente supera i 12-15 mesi. Al MIT Media Lab hanno provato a bypassare il problema alla radice: non hanno sviluppato un farmaco più aggressivo, ma un campo elettrico generato dentro il tumore stesso, con dispositivi così piccoli che il sistema immunitario nemmeno li registra.
Si chiamano nanoantenne, e la squadra guidata da Deblina Sarkar le ha battezzate con un acronimo che non passa inosservato: HITMAN. Sono grandi circa 150 nanometri, un centesimo della larghezza di un capello, e si iniettano direttamente nel tumore.
Come funzionano le nanoantenne del MIT
Il meccanismo è più simile a un altoparlante microscopico che a un farmaco. Ogni nanoantenna contiene un materiale magnetostrittivo che si deforma quando viene esposto a un campo magnetico esterno, a bassa frequenza (non oltre i 200 kHz, per evitare che il tessuto si scaldi). Quella deformazione meccanica preme su un film piezoelettrico, che a sua volta genera un campo elettrico localizzato, minuscolo, concentrato sulle cellule immediatamente vicine.
Il campo magnetico attraversa cranio e tessuto cerebrale dall’esterno, senza bisturi né elettrodi impiantati. Le cellule tumorali proliferano più in fretta di quelle sane e hanno una membrana diversa: risultano più sensibili a quel disturbo elettrico, che innesca stress cellulare e blocca la produzione di proteine funzionali.
Le cellule sane intorno, semplicemente, non reagiscono allo stesso modo.
I numeri sul glioblastoma resistente
Per testare HITMAN contro la versione più difficile della malattia, il team ha lavorato su tessuto tumorale prelevato da pazienti già resistenti alla chemioterapia. Il risultato: 52,2% delle cellule tumorali eliminate, oltre cinque volte il tasso della temozolomide, il farmaco standard oggi in uso. Neuroni e astrociti sani sono rimasti intatti.
Impiantando le stesse cellule nel cervello di topi (lo standard d’oro per la ricerca preclinica sui tumori cerebrali), la sopravvivenza mediana è aumentata di oltre il 50% senza tossicità su reni, fegato, milza, polmoni o cuore. Le colonie tumorali sopravvissute sono scese da 112-150 nel gruppo di controllo a 26 in quello trattato: un segnale che riguarda direttamente le recidive.
Lo studio in breve
Pubblicazione: Monochura Saha et al., “Magnetically actuated nanoantennas for wireless glioblastoma therapy”, pubblicato su Science Advances (2026). DOI: 10.1126/sciadv.aeb1237.
E poi, inevitabili, ci sono anche dei limiti: nella forma attuale, le nanoantenne vanno iniettate attraverso il cranio, non nel braccio come una normale flebo. Sarkar ha però già in cantiere un pezzo che potrebbe cambiare le cose: nel 2025 il suo laboratorio ha sviluppato la “circulatronics”, dispositivi elettronici integrati con cellule viventi capaci di attraversare la barriera emato-encefalica dopo una semplice puntura al braccio.
Nei test preclinici ha funzionato. Restano i passaggi che contano davvero: sicurezza ed efficacia sull’uomo.
Quanto manca davvero
Almeno 5 anni prima di un possibile uso clinico sull’uomo.
Servono trial di sicurezza, ancora non iniziati, e la conferma che il campo magnetico funzioni allo stesso modo su un cranio adulto, che è più spesso di quello di un topo. A beneficiarne per prima sarebbe la fascia di pazienti già resistenti alla chemioterapia standard, quella con meno alternative reali oggi disponibili.
Nel 2021 un altro dispositivo sperimentale contro il glioblastoma era già arrivato al primo test umano. Il glioblastoma resiste ancora, e resiste fin troppo bene: per questo, ogni riduzione della resistenza acquisita conta, anche quando il salto dal topo all’uomo resta il punto in cui le percentuali migliori si assottigliano.
