Venticinque anni fa, l’11 settembre, quasi tremila persone persero la vita in quello che la storia ricorda ancora come il più grave attacco terroristico sul suolo degli Stati Uniti. Alcune morirono intrappolate tra fuoco, fumo e macerie. Altre saltarono disperate nel vuoto dopo aver avuto, quando andò bene, il tempo atroce e brevissimo per un’ultima telefonata: “Ti amo”. Questa pietà, e le lacrime che tornano negli occhi di chi ricorda queste scene, restano intatte. Ma proprio per rispetto di quelle vite, oggi va detto che ciò che è venuto dopo non è stata giustizia. È stato un fallimento morale, politico e umano su una scala che nessuno, nel 2001, avrebbe neanche immaginato.
L’11 settembre 2001 non ha reso il mondo più sicuro. Ha inaugurato un’epoca in cui la paura è diventata strumento di governo, la guerra preventiva una dottrina, la sorveglianza un’abitudine quotidiana (ne avevamo già raccontato le derive quando l’Unione Europea provò a mettere un freno al riconoscimento facciale), la tortura una tentazione burocratica. Il risultato è davanti a tutti: un pianeta più armato, più traumatizzato, più disposto a chiamare “danno collaterale” la vita di chi sta dall’altra parte della mappa. Un pianeta che corre a testa bassa verso altro terrore.
Non c’è equivalenza possibile tra le vittime degli attentati e chi li ha compiuti. Non c’è attenuante per Al Qaeda, né per chi trasformò aerei civili in armi. Ma resta una domanda che venticinque anni non hanno sciolto: se la risposta al terrore genera guerre infinite, Stati falliti, profughi e nuove stragi, quella risposta è una vittoria o soltanto il modo più efficace per lasciare che il terrore continui a decidere il futuro di tutti?
La farsa della “giustizia infinita”
Dopo l’11 settembre il mondo occidentale, e soprattutto gli Stati Uniti, scelse una formula che sembrava ovvia: “guerra al terrore”. Un Paese era stato colpito nel cuore, i responsabili andavano individuati, le reti smantellate. Ma il terrorismo non è uno Stato da occupare né un esercito da sconfiggere in campo aperto: si nutre di fanatismo, vuoti di potere, propaganda, guerre civili, identità ferite. Dichiarare guerra a un metodo, e non a un nemico definito, significava entrare in un conflitto senza confini e senza un criterio chiaro di vittoria. Ed è esattamente ciò che è accaduto.
L’11 settembre ha dato, anzi ridato vita a un modello di sopruso ritorsivo riesumato dalle epoche più buie e disumane della Storia umana.
L’Afghanistan, dove i talebani proteggevano la fuga di Osama bin Laden, fu il primo teatro di guerra: qui la motivazione era diretta. Vent’anni dopo, gli Stati Uniti e gli alleati si sono ritirati: e i talebani sono tornati al potere, mentre milioni di afghani sono rimasti in una crisi umanitaria che dura ancora. Non è una lettura ideologica: è il bilancio onesto di una missione che aveva promesso di sradicare il terrorismo e ha riconsegnato il Paese a chi lo controllava all’inizio.
Poi arrivò l’Iraq. Lì l’11 settembre servì non a perseguire dei responsabili, ma ad allargare il perimetro della guerra e a giustificare un “regime change”. Saddam Hussein non aveva organizzato nulla contro New York e Washington, eppure l’invasione del 2003 fu venduta nello stesso clima di emergenza: armi di distruzione di massa mai trovate, minacce imminenti mai dimostrate. La guerra irachena non si limitò ad abbattere un regime autoritario: disgregò istituzioni, esercito, convivenza civile. Da quelle macerie nacque anche lo Stato Islamico, capace di trasformare l’orrore in un brand globale, di colpire ben oltre il Medio Oriente e di diventare, curiosamente, uno strumento funzionale alla prosecuzione di altre distruzioni nel nome della cosiddetta “esportazione della democrazia”.
La guerra al terrore non ha semplicemente avuto dei costi. Ha moltiplicato il terreno in cui il terrore prospera, un po’ come innaffiare un incendio con la benzina convinti che sia acqua.
Il conto in numeri, secondo Brown University
Fonte: progetto Costs of War, Watson Institute, Brown University. Aggiornamento più recente disponibile pubblicamente.
Dati chiave: circa 940.000 morti dirette nei conflitti post-11 settembre tra Iraq, Afghanistan, Pakistan, Siria e Yemen, di cui oltre 432.000 civili. Includendo le morti indirette (malattie, fame, collasso dei sistemi sanitari) la stima sale a 4,5-4,7 milioni di persone. Numeri inevitabilmente imperfetti, ma la scala basta da sola come giudizio.
A questi si aggiungono gli sfollati: almeno 38 milioni di persone hanno lasciato la propria casa nelle guerre post-2001 tra Afghanistan, Pakistan, Iraq, Siria, Libia, Yemen, Somalia e Filippine, secondo le stesse ricostruzioni di Costs of War. Trentotto milioni non sono una riga in una tabella: sono famiglie spezzate, scuole perdute, infanzie nei campi profughi.
Il terrore diventato eredità istituzionale
La formula “guerra al terrore” conteneva una trappola: autorizzava tutto ciò che veniva presentato come necessario a prevenire il prossimo attacco. E quando la paura diventa assoluta, anche i limiti diventano trattabili. Sono arrivati Guantánamo, le extraordinary renditions, le carceri segrete, le mortificazione assassine di Abu Ghraib, i memoranda legali che provavano a ridefinire la tortura affinché smettesse di chiamarsi così. Sono arrivati i droni, celebrati come strumenti “chirurgici” (una traiettoria tecnologica che parte dalle “bombe intelligenti” e continua ancora oggi a evolversi verso armi sempre più autonome), capaci di portare morte dall’alto su comunità che non hanno mai visto un tribunale né una possibilità di difesa.
Esisteva, certo, una minaccia reale, nata e poi alimentata: Al Qaeda ha ucciso, pianificato, reclutato, tentato altri attentati. Ma riconoscere la minaccia non obbliga ad accettare che una democrazia diventi opaca e arbitraria proprio mentre dichiara di difendere i propri valori. Il punto non chiedersi se reagire fosse giusto, ma perché la reazione abbia spesso imitato la logica di chi si voleva combattere: la vita dell’altro ridotta a variabile, il dolore altrui reso invisibile, la legge trattata come un lusso per tempi tranquilli.
Lo stesso schema si è ripetuto, su scala più recente, dopo il 7 ottobre 2023: l’attacco di Hamas contro Israele, con oltre 1.200 morti civili, ha innescato una risposta militare a Gaza che nel 2025 diverse figure delle Nazioni Unite e organizzazioni indipendenti per i diritti umani hanno definito genocidio, mentre Israele respinge la definizione e la Corte Internazionale di Giustizia esamina il caso. Nessun attentato, per quanto atroce, dovrebbe autorizzare una devastazione di quella scala: eppure il criterio resta identico a quello del 2001, la stessa equazione tra dolore subito e licenza di infliggerne senza limite.
Più in generale, il mondo dopo l’11 settembre è stato segnato anche da un’islamofobia resa più “rispettabile”, dal sospetto automatico verso milioni di musulmani, da aeroporti trasformati in rituali di diffidenza, da leggi emergenziali pensate per finire con l’emergenza e sopravvissute molto oltre. E, soprattutto, dall’idea che la sicurezza si ottenga con più forza, più controllo, più guerra: la stessa logica che oggi alimenta sistemi di identificazione di massa applicati a intere popolazioni.
Ma la sicurezza vera non è il silenzio imposto dopo un bombardamento: nasce da istituzioni legittime, giustizia, istruzione, cooperazione. Tutto ciò che una guerra prolungata tende a corrodere.
Anche New York è stata tradita
C’è un’altra ferita, meno spettacolare delle torri che crollano ma altrettanto rivelatrice: l’aria di New York. Dopo il collasso del World Trade Center, Lower Manhattan fu investita da una nube di polveri, fibre, metalli, materiali combusti. Vigili del fuoco, soccorritori, turisti, residenti: migliaia di persone respirarono quell’aria, e molte lo fecero mentre le autorità offrivano rassicurazioni.
Già nel 2003 l’ispettore generale dell’Environmental Protection Agency concluse che l’agenzia non disponeva di dati sufficienti per dichiarare in modo generale che l’aria fosse sicura da respirare, e che il Consiglio per la qualità ambientale della Casa Bianca aveva modificato i comunicati EPA aggiungendo rassicurazioni e rimuovendo cautele, come emerge dal rapporto del Senato USA sulla risposta EPA all’11 settembre.
Non è stato solo un errore tecnico nel caos di una catastrofe: è stata anche una scelta di comunicazione. Wall Street doveva ripartire, la città doveva mostrare di non essere in ginocchio, e poco importa se il tributo si è pagato in tumori e in tante altre vite umane, magari anche più delle 3000 perse l’11 settembre 2001, che non commemorerà nessuno.
I 170.000 documenti resi pubblici a settembre 2026
Pubblicazione: documentazione municipale diffusa dall’amministrazione comunale di New York, riportata da New York Times e CNN (8 settembre 2026).
Dati chiave: oltre 170.000 pagine mostrano che le autorità disponevano di dati preoccupanti sulla qualità dell’aria, inclusi amianto e livelli elevati di benzene nell’area di Ground Zero nei mesi successivi agli attentati, pur continuando a rassicurare residenti e lavoratori.
È una vicenda che merita parole precise. Non è “una polemica sull’inquinamento”: è il trattamento riservato a persone che avevano già perso casa, lavoro, parenti, senso di sicurezza, a cui si chiedeva di rientrare e respirare senza avere in mano tutta la verità necessaria per decidere. Molti soccorritori e sopravvissuti hanno poi sviluppato tumori e patologie respiratorie croniche. Il danno dell’11 settembre non finì il giorno in cui si spense l’incendio: continuò nei polmoni, nelle pensioni di invalidità, nei lutti arrivati anni dopo. Insieme alla consapevolezza di un governo, anzi di un sistema, che mostra disprezzo per le vite umane, siano esse “amiche” o “nemiche”, in nome di un macabro spettacolo che deve andare sempre e solo avanti.
Le ultime parole
Anche in mezzo a questa cronaca di guerre e menzogne, resta qualcosa che la retorica non riesce a intaccare: quelle telefonate. Persone che chiamavano da uffici in fiamme, da aerei dirottati, da scale impraticabili, e che non potendo salvarsi tentavano almeno di consegnare a qualcuno un’ultima frase: nessun discorsi patriottico, o grido di vendetta, o grandi ideali da lasciare impressi a futura memoria. Quasi sempre solo amore.
“Ti amo.”
Forse è il punto più insopportabile dei venticinque anni trascorsi: da quelle parole non abbiamo imparato abbastanza. Non abbiamo imparato che anche una bambina irachena, un padre afghano, una madre yemenita, un civile siriano e un cittadino newyorkese sono persone che possono dire “ti amo” prima di morire, non note a piè di pagina nella contabilità della sicurezza altrui.
Abbiamo imparato a contare i “nostri” morti con nomi, fotografie, anniversari. Quelli “degli altri”, invece, restano cifre contestate, da seppellire con una ruspa.
La memoria autentica dell’11 settembre non dovrebbe essere combustibile per l’odio. Dovrebbe essere un argine: dovrebbe rendere più diffidenti verso chi usa il dolore delle vittime per giustificare nuove vittime, non trasformarsi in una liturgia che finisce per assolvere i potenti.
Una domanda cui dovremmo costringerli a rispondere: cosa avete fatto in nostro nome? Chi avete protetto? Chi avete esposto al pericolo?
Non basta ricordare
Venticinque anni dopo l’11 settembre, il mondo non è più sicuro per avere avuto più guerra. È solo più abituato alla guerra. Ed è peggio. Ricordare le vittime significa rifiutare ogni tentativo di usare la loro memoria come licenza per mentire, invadere, sorvegliare senza limiti. Significa pretendere che gli Stati dicano la verità anche quando è scomoda, come avrebbero dovuto fare con l’aria avvelenata di New York.
Le torri sono cadute in poche ore. Le conseguenze di quella giornata continuano a cadere da un quarto di secolo. E la cosa più amara è che da quell’ultimo “ti amo” pronunciato nel fumo, nel panico, nel vuoto, non abbiamo ancora imparato la lezione più semplice: il dolore non dà diritto a produrre altro dolore.
Per questo, a 25 anni di distanza, non chiederò a nessuno di voi “dove eravate quel giorno”. Vi chiedo dove siete oggi.