Avevo un vecchio televisore Galaxy (comprato ai tempi del bianco e nero ma già predisposto per il colore, perché anche mio padre non è male in fatto di prevedere il futuro), ed era acceso proprio su Rai 2 nell’aprile del 1987. Fu da lì che sentii la parola “Chernobyl” per la prima volta: poco dopo, alle urne, i miei (e tantissimi altri) decisero che il nucleare in Italia non lo volevano più.
Sono passati quasi 40 anni, e nel frattempo sono cambiate tante cose: l’atomo che ci raccontano oggi non è quello di allora, i reattori sono più piccoli, chi ha meno di trent’anni Chernobyl la conosce solo come una serie tv, sempre se l’ha vista. E ora, entro l’estate, il Parlamento riaprirà la porta al nucleare in Italia.
La chiave è il disegno di legge delega firmato dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin. Il 4 giugno scorso la Camera ha detto sì con 155 voti, ora tocca al Senato. La premier Giorgia Meloni lo ha definito “una grande prospettiva, una grande visione”, e il ministro ha aggiunto che i decreti attuativi arriveranno “entro Natale”.
La legge, va detto, di per sé non autorizza a costruire nulla. Disegna la cornice: le regole per costruire, gestire, controllare, formare il personale, decidere chi paga.
Cosa cambia col nucleare in Italia versione 2026
La partita non si gioca sulle vecchie centrali da mille megawatt: il governo punta sui Small Modular Reactor, gli SMR. Sono reattori da 300 megawatt, prefabbricati in officina e assemblati sul posto. Pichetto li descrive come “molto più sicuri” e più adatti al fabbisogno italiano. La stima del ministero è che ne serviranno una ventina entro il 2050 per coprire circa il 10% del fabbisogno elettrico, con i primi impianti operativi tra il 2033 e il 2035. A studiarli, in Italia, c’è già Nuclitalia, la società nata dalla collaborazione fra Enel, Ansaldo Energia e Leonardo.
Il ministro ci scommette apertamente: “È diventata una mia sfida personale, lo sento come dovere nei confronti degli italiani e dei giovani”. Un sondaggio commissionato dalla Rai per il programma “Porta a Porta”, realizzato dall’istituto Only Numbers, dice che il 54,9% degli italiani è favorevole ai reattori di nuova generazione, con la quota di favorevoli che sale nettamente sotto i trentacinque anni.
Per chi ha vissuto Chernobyl in diretta la parola atomo pesa ancora; per chi (forse) l’ha vista solo in tv, molto meno.
I numeri che il comunicato tiene un po’ in penombra
Un SMR da 300 megawatt, secondo le stime di industria e IEA riportate anche dall’Associated Press, costa tra 3 e 6 miliardi di euro: senza contare le infrastrutture e la rete, e prima ancora di porsi il problema delle scorie.
Il governo conta molto sui capitali privati, ma i privati, per ora, guardano altrove. Lo dice Massimo Governatori, ex Enea, non propriamente un anti-atomo:
“Il nucleare che si sta costruendo oggi in Europa ha costi esorbitanti. Da un lato i costi sono altissimi, dall’altro gli investitori scappano”.
E dubita che gli SMR migliorino sensibilmente il quadro, visto che nessuno di loro ha mai funzionato commercialmente su larga scala.
Un dato utile a mettere le cose in fila: il progetto SMR di NuScale in Idaho, l’unico che negli Stati Uniti aveva ottenuto la certificazione, è passato da 3 a 9,3 miliardi di dollari e nel novembre 2023 è stato cancellato per mancanza di sottoscrittori. Il Dipartimento dell’Energia americano stima costi reali oltre i 6.800 dollari per kilowatt, ben oltre le previsioni ottimistiche dei produttori.
Su questi numeri esatti, lo studio danese di aprile aveva costruito una demolizione precisa dell’idea che l’atomo sia oggi la scelta economicamente sensata. Ma questa, come dire, è materia per “avvocati”, dell’atomo e non. Io non ho la stoffa né di avvocato, né di giudice, e quindi mi astengo dai giudizi.
Il buco “ideologico” che non si affronta mai
La legge delega passerà, è un risultato scontato. I decreti attuativi anche. Poi, però, bisognerà scegliere dove piazzare i reattori e dove mettere le scorie, e qui bisogna capire quanto reggerà quel consenso del 55%. Le scorie italiane, ancora oggi, viaggiano in Francia per la vetrificazione, con rientro previsto entro il 2040. Il ministro dell’Ambiente Luca Ciriani a maggio ha ammesso ad alta voce quello che al ministero si sussurra da mesi:
“un nuovo referendum sul nucleare è inevitabile”.
Ne abbiamo scritto qui. Se quel referendum, sarà percepito dagli italiani come “volete il nucleare?” avrà probabilmente un esito. Se sarà percepito come “volete il nucleare a 20 chilometri da casa vostra?” avrà probabilmente un esito differente.
Il ddl delega in cifre
Iter: sì della Camera il 4 giugno 2026 con 155 voti; passaggio al Senato entro la pausa estiva; decreti attuativi previsti “entro Natale” (fonte: MASE, 21 luglio 2026).
Dati chiave: SMR da 300 MW, costo stimato 3-6 miliardi di euro a impianto (fonte: stime industria/IEA via Associated Press). Obiettivo: 20 SMR entro il 2050, ~10% del fabbisogno elettrico. Consenso: 55% favorevole (sondaggio giugno 2026).
Da qui al primo SMR acceso, quanto manca davvero
Dico che servono più o meno 12 anni. Per arrivarci servono: un modello di SMR certificato e in funzione da qualche parte nel mondo (oggi non c’è). Un sito accettato dalla popolazione locale (oggi non c’è); infine, un modello di finanziamento che regga senza scaricare tutto sulla bolletta.
A beneficiarne per primi non saranno le famiglie, ma i grandi consumatori industriali e i data center, che oggi pagano l’elettricità italiana tra le più care d’Europa. Il dettaglio che ridimensiona la retorica del nucleare che abbatte le bollette: alcune analisi stimano il costo dell’energia da SMR tra 60 e 130 per megawattora, contro i 40-80 delle rinnovabili sotto contratto.
Il Galaxy in cucina non c’è più dal 1991. Il 2033 è dietro l’angolo per una legge, lontanissimo per un reattore. Nel mezzo, ci sono 3-6 miliardi a impianto, un referendum piuttosto probabile, e una domanda che nessun sondaggio ha ancora chiesto: a prescindere dalla fonte energetica, quanto siamo disposti a pagare in bolletta.